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Opinioni e commenti
 

l’Espresso – Socialisti e renziani, ecco i nuovi acquisti nel Pd – Luca Sappino
Pubblicato il 26-11-2015


L’Espresso
Palazzo – Socialisti e renziani, ecco i nuovi acquisti nel Pd. Con la benedizione della Boschi.
Di Lello & co entrano direttamente nella maggioranza del partito, che vanta così l’arrivo di nuovi parlamentari ex Psi. I quali preferiscono parlare con Boschi piuttosto che con Cuperlo o Bersani: “Nei fatti è più di sinistra Renzi” dicono. Ma è scontro con il viceministro Nencini
di Luca Sappino


«Alle politiche ci siamo candidati nelle liste del Pd. Alle europee ci siamo candidati nelle liste del Pd. Perché non dovremmo stare nel Pd?». La domanda, retorica, fatta a margine della conferenza stampa alla Camera dei deputati, in effetti non fa una piega.

Se la pone una pattuglia di socialisti capitanata da Marco Di Lello, deputato campano. Una pattuglia che parte da una constatazione amara per giustificare la migrazione in pianta stabile nel partito democratico di Matteo Renzi. «In maggioranza», ovviamente, è la precisazione. Direttamente nel giro del premier.

«Un simbolo socialista non è più in grado di raccogliere il voto di opinione», è una delle cose dette dopo l’annuncio ufficiale del varo dell’associazione SocialDem. «Il corpo autonomo sta morendo per consunzione». «Il simbolo anche nei territori non viene presentato quasi mai». Non c’è più neanche l’ultima sede storica, che era poco distante dalla Camera, in piazza san Lorenzo in Lucina, sin da dopo Tangentopoli. «Anche il personale è andato via via diminuendo, e questo ovviamente mi dispiace molto», dice all’Espresso Di Lello.

Due deputati e un senatore, è l’annuncio, vanno nel Pd, lasciando la componente del misto che era nata dopo le elezioni politiche, quando, pur eletti nella lista dem, i deputati socialisti preferirono una sistemazione in autonomia. Chi resta lì, per Di Lello&co, fa però «pura testimonianza». Tre deputati e un senatore annuncia Di Lello, e però neanche il tempo di pubblicare questo pezzo e già arriva la smentita del senatore Fausto Longo, che si dice «indignato», e che precisa di aver firmato solo il manifesto dell’associazione ma di non aver alcuna intenzione di lasciare il Psi.

«Da quando il Pd ha aderito al Pse», dice comunque Di Lello, «mantenere in vita un altro simbolo non ha proprio senso. È caduto ogni alibi». Tanto più che, come nota l’ex segretaria dei giovani socialisti Claudia Bastianelli, «i piccoli partiti sono ormai visti dall’opinione pubblica come un peso e un costo per la democrazia e non come una risorsa».

Psi addio, dunque. Si va nel Pd. «Lavoreremo per rendere maggioritaria la vocazione socialista del Partito», dice Di Lello. E il gruppo (tutti deputati, quindi: lo stesso Di Lello, Lello Di Gioia, più Lauricella, già del Pd) va però in maggioranza. Verrebbe da chiedere perché per un rapporto prediletto, per spostare a sinistra il partito, non si è scelta la minoranza di Gianni Cuperlo, Roberto Speranza, dello stesso Bersani. Insomma, gli ex Ds, da sempre socialisti.
«Bersani», è la risposta di Di Lello, «ha un profilo pubblico più di sinistra, ma poi bisogna guardare i fatti. E mentre con lui segretario non si è mai riusciti a aderire ufficialmente ai socialisti europei, Renzi ci ha messo dieci minuti». «Guarda la finanziaria, poi, che è fatta anche con risorse in deficit, improntata contro l’austerità», continua sicuro Di Lello: «Bersani invece è quello che ha approvato il pareggio di bilancio in costituzione». Ed è vero, ma è sicuro Di Lello che Renzi non avrebbe fatto lo stesso? «Non c’ero io, e non c’era Renzi, che a quei tempi faceva il sindaco. Questo è sicuro», è la replica.

Tre gli appuntamenti per il varo della rete, il 28 novembre a Napoli, il 12 dicembre a Perugia, il 14 a Milano. Il passaggio è stato però preparato già da luglio, quando ci fu il primo incontro con Maria Elena Boschi, che Di Lello definisce «auspice», promotrice. Boschi, si noterà, e non Luca Lotti, tanto per spingersi un po’ nella geografia del potere renziano, anche se con Lotti e non con Boschi, Di Lello gioca tutti i martedì a calcio nella nazionale parlamentari, allenati da Giancarlo “Picchio” De Sisti.

«La Boschi è stata un’interlocutrice naturale», dice solo Di Lello, pensando ai rapporti avuti sulle riforme. «Lei ci sgrida», è però una battuta di un dirigente dell’associazione, «perché dice che certe cose non le vuole neanche sentire, ma la battuta “siamo boschiani” l’abbiamo fatta. Sappiamo bene che che c’è un pezzo di Pd che fa più riferimento a lei e uno che fa più i ferimento a Lotti».

Mettendosi al fianco di Lotti, poi, magari poteva capitare di ritrovarsi a pranzo con Verdini. E non è cosa gradita a giudicare dalla faccia di Di Lello quando si accenna la domanda. L’allargamento a destra del Pd è però un dato di fatto. E ha ragione Ignazio Marino quando dal circolo Pd di San Basilio stuzzica Renzi sul fatto che nel Pd ci siano i nativi come Marno, chi aveva la tessera del Pci, chi quella della Dc e poi ora chi quella di Forza Italia: «lo capisco il tema», dice però Di Lello, «ma in tutti i grandi partiti del socialismo europeo c’è una destra e una sinistra. Io farò la sinistra, ma condivido l’ambizione di voler parlare con persone diverse. Quello che bisogna frenare è solo l’opportunismo».

Proprio dal governo arriva però all’Espresso la replica di Riccardo Nencini, leader del Psi e viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti. «La verità è che se ne vanno solo Di Lello e Di Gioia che da mesi non aveva peraltro rinnovato la tessera» dice, dando così l’istantanea di una lite nella famiglia socialista, una frattura figlia dell’ultimo congresso: «Sono colpito dall’incoerenza di Di Lello, caratteristica molto grave per un politico. All’ultimo congresso, da cui è uscito sconfitto, si era presentato contro di me proprio sostenendo la necessità di più autonomia e organizzazione. Deve aver cambiato idea».

Nencini è colpito dalle dichiarazioni lasciate dall’entourage di Di Lello in conferenza stampa. «È vero che non c’è la sede di San Lorenzo in Lucina ma ne abbiamo una anche più bella dietro il Pantheon», precisa, e così il personale, notano dal Psi, non è ridotto ma solo ridimensionato nelle retribuzioni: «Coerenti con un partito che vive del tesseramento e del contributo dei parlamentari».

A Di Lello arriva poi anche una risposta sul punto politico: «È chiaro che noi abbiamo un rapporto preferenziale con il Pd, dovuto a ragioni programmatiche e personali», continua Nencini, ricordando come con Renzi lui abbia un rapporto solido «da tempi non sospetti», «dai tempi del liceo». «Restiamo autonomi, però, esattamente come diceva di volere Di Lello, per condurre le nostre battaglie», è il punto, «provando a correggere ciò che non condividiamo dell’azione del governo, come abbiamo fatto con la legge elettorale».

Nencini e Di Lello hanno dunque in comune una sola cosa, ormai. Il preferire, alla fine, Renzi alla minoranza Pd. «Lo dico da segretario di un partito», è qui la posizione di Nencini, «molte cose che sta facendo il governo ricordano la conferenza programmatica di Rimini del 1982. È qui la ragione per cui dobbiamo guardare con attenzione al lavoro del premier». Anche Nencini non teme che il Pd si possa trasformare nel Partito della nazione: «Parlo spesso con Renzi e non mi ha mai detto una cosa così», racconta, «quello che sta accadendo, semplicemente, è che stiamo andando verso un nuovo modello di bipolarismo. E lo vedremo alle prossime amministrative. Da un parte c’è una moderna sinistra riformista, dall’altra i grillini».

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