domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’insostenibilità dell’egualitarismo secondo Frankfurt
Pubblicato il 13-11-2015


L’uguaglianza, in linea di principio, non poggia sul presupposto di un ipotetico stato di natura originario del genere umano, poiché è infondata l’idea di natura come concetto antropologicamente definibile. Le sole cose che possono essere riconducibili all’idea di natura umana sono la nostra struttura fisica e la capacità di combinare idee e trarre conclusioni.

L’uguaglianza, conseguentemente, non è di per sé il termine di riferimento principale per delineare un corretto rapporto tra gli individui e tra questi e la società alla quale appartengono; ciò perché si tratta di uguaglianza morale e non naturale, cioè di una sostanziale equivalenza etica fra gli uomini. Il valore centrale alla base dei rapporti intersoggettivi e di quelli tra i singoli soggetti e la totalità degli esseri umani deve essere il rispetto dovuto ad ogni componente l’intera umanità; il rispetto costituisce perciò il principio generale fondato sul presupposto dell’uguaglianza morale dell’umanità, perché ogni suo singolo componente partecipa di una natura comune.

Ma cos’è il rispetto? Esso è il criterio «deduttivo» cui devono essere ricondotti tutti i casi di ricerca su base morale; pertanto, considerata l’interdipendenza tra etica e ragione, esso deve costituire la guida di ogni azione politica riferita agli esseri umani. Il rispetto costituisce la base portante della società umana; esso non ha tempo, perché la sua natura lo rende inscalfibile nel tempo. Tutti devono sottomettersi ai suoi dettami, che sono, nella loro essenza, assoluti e, in quanto tali, riconoscibili da chiunque, perché uniformi nella loro natura e ugualmente applicabili all’intera umanità. Il fatto che molte volte gli uomini errino nell’applicare ciò che il principio del rispetto richiede è dovuto al loro imperfetto grado di conoscenza, che li rende incapaci di riconoscere la verità. È questa la tesi che Harry G. Frankfurt, professore emerito di filosofia alla Priceton University, sostiene nel libro provocatorio “Sulla disuguaglianza. Perché l’uguaglianza economica non è un’idea da perseguire”.

La disuguaglianza economica – sostiene Frankfurt – è una delle questioni più dibattute del nostro tempo, sebbene il nostro dovere morale sia quello di eliminare la povertà, mentre stabilire l’uguaglianza economica non è di per sé un obiettivo moralmente rilevante. Anzi, – secondo il filosofo di Princeton – ciò può distrarre dal compito davvero importante, che è quello di assicurare a ciascuno la quantità di risorse necessarie per vivere una vita decente. In questo quadro, l’eliminazione delle disuguaglianze cessa di costituire l’obiettivo primario delle politiche sociali; semmai, essa è un effetto collaterale degli sforzi compiuti per eliminare la povertà, sebbene sia vero che chi dispone di maggiori risorse goda di significativi vantaggi competitivi rispetto a chi ha meno.

Tuttavia, se la disuguaglianza economica è indesiderabile, – afferma Frankfurt – lo è perché a renderla tale è la sua “irresistibile tendenza a produrre inaccettabili disuguaglianze di altro genere”, che possono minare l’integrità del nostro vivere sociale; riconoscere perciò “l’innocenza morale della disuguaglianza economica porta a comprendere quanto sia fuorviante propugnare l’egualitarismo economico come autentico ideale morale e permette di capire perché in realtà possa rivelarsi dannoso considerare l’uguaglianza economica, in sé, un obiettivo moralmente rilevante”.

Ciò perché, da un punto di vista morale, non è importante che tutti abbiano “lo stesso”; è importante, invece, che tutti abbiano “abbastanza”, perché se tutti avessero abbastanza e si trovassero in una “condizione di sufficienza” non dovrebbe suscitare alcuna preoccupazione il fatto che certi individui abbiano più di altri. Inoltre, l’eccessivo interesse per l’egualitarismo economico determina l’inconveniente di distrarre l’interesse delle persone dal valutare correttamente le proprie necessità in funzione delle proprie condizioni e dei propri bisogni personali, incoraggiando le stesse persone “a puntare, incautamente, a un livello di opulenza misurato sulla base di un calcolo nel quale […] le specifiche caratteristiche della loro vita non svolgono alcun ruolo”.

La teoria dell’uguaglianza si è diffusa e si è radicata nel profondo dell’immaginario collettivo, anche perché dividere in “parti uguali” un qualcosa è di solito molto più facile […] che determinare quanto di quel qualcosa una persona debba avere per averne abbastanza”. Ciò ha reso possibile che la teoria dell’uguaglianza economica divenisse più facile da articolare della teoria della sufficienza, per cui il vasto consenso che ha riscosso l’egualitarismo economico ha oscurato l’importanza che le questioni connesse con l’avere abbastanza fossero indagate in profondità sul piano analitico.

Per dimostrare l’esattezza delle sue affermazioni, Frankfurt ricorre alla “teoria economica dell’utilità marginale decrescente”, secondo la quale un’uguale distribuzione fra tutti i componenti di una comunità di un dato “paniere di risorse” massimizzerebbe l’“utilità aggregata”, cioè l’utilità dell’intera comunità derivata dal consumo delle risorse a loro disposizione. Giustamente, lo stesso Frankfurt ricorda i due assunti che stanno alla base della teoria in questione: primo, per ogni soggetto l’utilità delle risorse diminuisce “al margine”, cioè via via che, per rimuovere un dato stato di deprivazione, sono impiegate “dosi” successive delle risorse disponibili; secondo, con riferimento alle risorse che gli individui hanno a disposizione, le loro funzioni di utilità sono identiche, cioè gli individui sono equisensibili. Sulla base di questi assunti, la teoria dell’utilità marginale decrescente dimostra, secondo una generalizzazione psicologica, che l’impiego di una “dose marginale” delle risorse a disposizione di ogni individuo procura “sempre meno utilità a una persona ricca di quanta ne darebbe a una persona meno ricca” e che l’utilità aggregata cresce, quando la disuguaglianza viene ridotta, trasferendo una dose di risorse a qualcuno che è meno ricco di un altro al quale la dose viene sottratta; ciò avverrebbe perché l’utilità che il primo ricava è maggiore dell’utilità persa dal secondo.

Frankfurt dissente dalle conclusioni e dalle implicazioni della teoria dell’utilità marginale decrescente; egli, in modo non del tutto corretto sul piano analitico (introducendo implicitamente la variabile temporale nella dimostrazione di un teorema dove, invece, il tempo è assente), osserva che la teoria non considererebbe il probabile problema inflazionistico che si potrebbe verificare prelevando risorse ai più ricchi per trasferirle ai poveri. La dinamica inflazionistica implicherebbe una riduzione dei consumi da parte di tutti coloro che, a seguito della ridistribuzione delle risorse, non saranno più in grado di conservare il loro abituale livello di consumo, a causa dei prezzi più alti; ciò starebbe a dimostrare che l’utilità aggregata non cresce, rendendo non plausibile la desiderabilità di una ridistribuzione in senso egualitario delle risorse. Da ciò conseguirebbe, secondo Frankfurt, che in condizioni di “scarsità, quando non ci sono abbastanza risorse per soddisfare i bisogni elementari di tutti, la desiderabilità di una distribuzione egualitaria può rivelarsi del tutto fuori discussione”.

Una risposta alla scarsità, secondo Frankfurt, non dipende dall’egualitarismo economico, ma da una distribuzione delle risorse disponibili, “in modo che il maggior numero possibile di persone abbia abbastanza o, in altre parole, che la distribuzione massimizzi la sufficienza”; ciò significherebbe che il principio dell’egualitarismo e quello della sufficienza sono logicamente indipendenti, in quanto le condizioni che supportano l’uno non possono deporre a favore dell’altro, per cui lo stringente richiamo morale a migliorare le condizione dei poveri non dimostra che l’egualitarismo, in quanto richiamo morale, sia altrettanto stringente. Mostrare perciò che la povertà è indesiderabile non contribuisce in alcun modo a dimostrare che lo è anche la disuguaglianza economica; le situazioni che implicano una qualche forma di disuguaglianza sono certo moralmente inquietanti, solo però nella misura in cui violano l’ideale della sufficienza.

Dopo la sua lunga requisitoria contro l’egualitarsmo economico, Frankfurt si chiede quand’è che ogni singolo soggetto, valutando il proprio livello di benessere, deve ritenersi soddisfatto; egli non esita a rispondere che, se l’individuo ha “abbastanza risorse per provvedere alla soddisfazione dei propri bisogni e dei propri interessi, le sua risorse sono del tutto adeguate” e che “la loro adeguatezza non dipende […] dalla quantità di risorse possedute da altre persone”. Di conseguenza, “l’uguaglianza non gode di alcun intrinseco vantaggio morale rispetto alla disuguaglianza. La presunzione a favore di obiettivi egualitari è priva di qualsiasi fondamento”. Quando un soggetto valuta adeguata la dotazione delle risorse a sua disposizione, ciò che deve verificare è se la valutazione è basata su “una stima realistica di quanto l’andamento della sua vita sia adatto alle sue capacità individuali, di quanto soddisfi i suoi specifici bisogni, di quanto realizzi le sue migliori potenzialità e gli fornisca ciò che desidera”.

Piuttosto – conclude Frankfurt – occorre tener presente che la forza dell’egualitarismo, non essendo originaria, ma derivata, “poggia sui requisiti più basilari del rispetto e dell’imparzialità. Ciò che prescrive nel modo più fondamentale che bisogna garantire gli stessi diritti a tutti gli esseri umani è la riconosciuta importanza morale del dovere di rispondere con imparzialità alla loro comune umanità, non la presunta importanza morale dell’uguaglianza come obiettivo intrinsecamente cogente”.

L’analisi condotta da Frnkfurter, per quanto suadente, presenta il limite di riferirsi in modo esclusivo ad un sistema sociale unicamente individualistico, cui egli ha potuto estendere, criticandola, la teoria dell’utilità marginale decrescente. Tale teoria, però, non è in grado di ricomprendere l’intera complessità di un sistema sociale. D’altra parte, la moderna teoria dello sviluppo umano (Amartya Sen), da un lato, e quella della giustizia sociale (John Rawls), dall’altro lato, sottendono implicitamente l’idea che il sistema sociale sia costituito da soggetti che, oltre agli di bisogno a livello individuale, avvertono anche stati di bisogno a livello sociale, la cui mancata soddisfazione su basi egualitarie comporta il sacrificio della possibilità di una piena soddisfazione dei bisogni complessivamente avvertiti, secondo la sensibilità propria di ogni singolo soggetto. Di conseguenza, le osservazioni critiche di Frankfurt, circa la non importanza morale dell’uguaglianza, possono essere riferite alla sola sfera degli interessi privati, ma non anche alla sfera di quelli sociali. Rispetto a quest’ultima, l’importanza morale dell’uguaglianza come obiettivo intrinsecamente cogente costituisce la “condicio sine qua non”, perché tutti i componenti del sistema sociale possano realizzare i propri progetti di vita secondo le loro migliori potenzialità.

Gianfranco Sabattini

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