sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’Italia reagisca da protagonista alla barbarie
Pubblicato il 14-11-2015


Quanto successo a Parigi è un game changer, un qualcosa che inevitabilmente modificherà le regole del gioco. Da un lato potrebbe costituire uno stimolo allo sviluppo di strumenti di politica estera, ad esempio in termini di maggiori fondi all’intelligence, alla difesa, alla cooperazione, alle politiche migratorie. Dall’altro lato potrebbe avvenire l’esatto opposto ossia prevalere, in Italia come in Europa, una politica di paura e di chiusura.

Ma è proprio quello che non deve succedere, anche se la disintegrazione dell’Europa è un rischio concreto. La pessima gestione della crisi finanziaria prima, gli incontrollati flussi migratori poi ed ora gli attentati nel cuore dell’Europa occidentale, stanno facendo sì che nuovi muri, metaforici e non solo, siano eretti fra i vari Paesi europei. Alle divisioni interne si associa una sempre maggiore pressione esterna: anche il Mediterraneo brucia, anche se oggigiorno parlare di Mediterraneo come di un qualcosa di uniforme ha poco senso. Troppo variegati sono ormai i Paesi che vi si affacciano, con obiettivi diversi e divergenti fra loro: l’unico Paese che sembra uscire in modo positivo dal fenomeno delle primavere arabe è la Tunisia, in cui si sono rafforzate le istituzioni democratiche. Per altri versi Marocco, Algeria ed Egitto, seppure abbiano ancora molta strada da fare sul cammino della democrazia, almeno quanto meno stabili. La Libia è invece una pentola in ebollizione, come del resto la Siria. La Turchia ambisce ad un ruolo di superpotenza regionale, considerando l’era repubblicana come una sorta di parentesi. Libano ed Israele sono nel mezzo di giochi regionali più ampi, che vedono contrapporsi da un lato l’Iran e dall’altro l’Arabia Saudita. Insomma una situazione molto variegata e dinamica aldilà dei nostri confini.

Ma anche in uno scenario come questo l’Italia può e deve giocare un ruolo da protagonista. Gli attentati di Parigi ci toccano profondamente, e non solo per l’approssimarsi del Giubileo, ma soprattutto perché ci rendiamo conto che il terrorismo non è solo un’emergenza ma una sorta di rumore di fondo con il quale, pure in Europa, dovremo imparare a convivere per molto tempo.

In prima battuta dovremmo definire quale è il fronte di battaglia. Chi sono gli amici e quali i nemici. Non è facile, visto che alcuni attori giocano tre o quattro partite contemporaneamente, cercando di lucrare il più possibile dalla situazione. Troppe le ambiguità di alcuni dei Paesi del Golfo, che da un lato si classificano come alleati e dall’altro costruiscono o favoriscono delle proxies che poi regolarmente sfuggono loro di mano. Occorre quindi fare chiarezza, con i nostri alleati turchi in primis, ma anche con le monarchie del Golfo, avendo in mente se privilegiare gli aspetti economici o quelli di sicurezza.

Poi occorre guardare alle priorità e per il nostro Paese la priorità numero uno è senza dubbio la Libia. Qui l’Italia dovrebbe riappropriarsi dello spirito di iniziativa, senza appoggiarsi unicamente alle mediazioni degli inviati ONU, che, come l’esperienza insegna, possono essere viziate da inconfessati interessi particolari. Ebbene l’Italia, che può legittimamente ambire ad avere un ruolo di leadership nella composizione del conflitto libico, dovrebbe parlare non solo con i clan presenti sul territorio libico, ma anche e soprattutto con Al Sisi. L’Egitto, a cui potrebbe essere lasciato un ruolo importante nella gestione della Cirenaica, è un attore fondamentale che potrebbe contribuire a risolvere molte criticità sul terreno. Più in generale occorre definire fronti ed alleanze con chi ha interesse a contenere la deriva islamista. E tra questi vi sono sicuramente sia gli Stati Uniti che la Russia, grandi Paesi che devono necessariamente ritornare a parlarsi e trovare una strada comune. Del resto gli USA non possono disimpegnarsi troppo dal Mediterraneo, se questo comporta il rischio di una destabilizzazione dell’Europa, che resta, nonostante tutto, il migliore e più vicino alleato degli Stati Uniti nella gestione delle crisi internazionali.

La priorità numero due è il fronte europeo, dove occorre proseguire sul cammino dell’integrazione. Anche qui l’Italia potrebbe giocare un ruolo importante su almeno due tavoli: il completamento dell’Unione Bancaria e la gestione del flusso dei migranti. Sul primo tema, laddove si riuscisse a trovare una soluzione condivisa al debito sovrano eccessivamente detenuto dalle banche, si potrebbe poi attivare un meccanismo europeo di garanzia dei depositi che senza dubbio aiuterebbe la costruzione dell’Europa economica. Sul secondo aspetto, si dovrebbe lavorare al superamento del Trattato di Dublino, che impone oneri eccessivi ai Paesi di frontiera. A tal proposito occorrerebbe lavorare alla costruzione di una polizia di frontiera europea capace di controllare efficacemente i confini europei, unitamente ad un meccanismo chiaro e condiviso di gestione dei flussi di rifugiati, che non addossi unicamente agli Stati di frontiera l’accoglienza e la gestione degli stessi.

In Europa andrebbe privilegiato l’asse con la Germania e dovremmo lavorare affinché, nei limiti del possibile, si possa trovare una soluzione alle questioni recentemente poste dal Regno Unito. E’ chiaro che troppe opzioni di uscita non hanno senso, ma si potrebbe effettivamente iniziare a pensare ad una Europa a due velocità, in cui, senza creare nuove istituzioni, al centro vi sarebbe il nucleo dei Paesi che hanno adottato l’Euro, per i quali è auspicabile una maggiore integrazione economica e politica, e ai margini i Paesi appartenenti all’Unione ma fuori dall’Euro, che non dovrebbero avere nessuna possibilità di ingerenza sulle decisioni dei primi, a cui potrebbe essere lasciata una maggiore flessibilità, facendoli beneficiare di una sorta di partenariato rafforzato. Dell’anello esterno, potrebbe far parte non solo il Regno Unito, ma anche la Turchia.

L’Italia dunque può ambire a giocare un ruolo maggiore sia in Europa che nella gestione delle crisi esterne che la riguardano più da vicino. Visti i contributi dati sul campo, si pensi alla presenza in Afghanistan, Libano, Iraq, alla prolungata azione umanitaria nel Mare Nostrum, il nostro Paese può realisticamente chiedere di far parte di leadership groups ristretti in cui siano decise le sorti dell’Europa e del Mediterraneo.
Alfonso Siano

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