giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’Unità, l’Avanti e Rizzo
Pubblicato il 10-11-2015


Si ritorna, con un articolo di Sergio Rizzo sul Corriere, sulla vicenda del pagamento da parte dello Stato dei debiti de L’Unità. Ne abbiamo più volte accennato anche noi, notando una palese, gravissima ingiustizia prodotta contro il popolo italiano e anche per la disparità di trattamento riservata all’Avanti. Facciamo il punto. Cominciando da noi. L’Avanti chiuse i battenti nel 1993 con circa trenta miliardi di buco, secondo il dato che mi comunica Ugo Intini, dunque con circa 15 milioni di euro. Si rivolse alla presidenza del Consiglio che aveva sempre elargito contributi ai giornali in rapporto al numero delle copie stampate ed ebbe come risposta quella più paradossale e cioè che il giornale si trovava in uno stato troppo grave per potere essere ancora aiutato.

In questi giorni lo Stato è stato obbligato a versare a L’Unità la bellezza di 107 milioni di euro in base a una legge corretta con apposito e specifico emendamento nel 1998 dal sen. Sposetti, secondo la quale i debiti dei giornali dovevano essere rimborsati ai creditori dallo Stato anche in presenza di garanzie offerte dai partiti. Così il debito de L’Unità, sui cui gravava la garanzia dei Diesse, che avrebbero dovuto pagare i creditori, è stato sottratto al partito e pagato dallo Stato. Nulla da dire sull’operazione Sposetti che al momento della nascita del Partito democratico ha sottratto il patrimonio dei Diesse ereditato dal Pds e dal Pci. Un patrimonio che risulta tuttora ingente. In fondo, come direbbe lui, meriterebbe un premio dai suoi. Un po’ meno dai pagatori, cioè gli italiani.

Quel che risulta intollerabile è quell’accenno che Rizzo fa all’Avanti e ai suoi debiti che risulterebbero pagati nell’ordine di 9 milioni. Intanto la sproporzione delle cifre è davvero ingente. Poi il Psi non aveva certo elargito garanzia a tale proposito, anche perché di fatto scomparso nel 1994, poi perché nessun giornalista dell’Avanti ha mai potuto recuperare nemmeno un soldo. I redattori dell’Avanti hanno preso il loro ultimo stipendio a febbraio del 1993. Il giornale ha chiuso definitivamente a novembre dello stesso anno. Dunque per 9 mesi tutti i dipendenti della Nea, (Nuova editrice Avanti) amministrativi e giornalisti, hanno lavorato senza remunerazione alcuna.

L’unico sostegno arrivò dalla Fnsi, il sindacato dei giornalisti, con un prestito di due milioni di vecchie lire ai redattori di cui anni dopo venne anche richiesta (e ottenuta) la restituzione. Dalla liquidazione fallimentare ai dipendenti arrivò sostanzialmente nulla. Pagati i cosiddetti creditori chirografari, banche ed enti previdenziali, restarono pochi euro, nell’ordine di un centesimo di quanto spettante. È stupefacente che la legge tuteli le banche e non i privati cittadini. Chissà se il senatore Ugo Sposetti si è mai accorto dell’incongruenza di quella legge che consente alle banche, istituti privati, di recuperare il denaro perso in un’attività che è proprio basata sul rischio di intrapresa, mentre non garantisce un piffero ai lavoratori che ci hanno rimesso tutto, lavoro, tempo della loro vita e denaro. Anzi, i dipendenti dell’Avanti, come del resto quelli dell’Unità, ci hanno rimesso due volte. Prima perdendo lavoro e stipendi e poi, come contribuenti, accollandosi i debiti pagati dallo Stato. Peggio di così…

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Commenti all'articolo
  1. Caro direttore, a differenza di noi, i comunisti ” P.C.I. D.S. P.d.”, sono stati maestri della legalità surrogata attraverso leggi da loro presentate e approvate con la complicità di altri, ad ok per ogni situazione. Vedi finanziamento ai partiti, alla stampa di partito e sulle responsabilità soppresse di amministratori locali, ecc…ecc…
    Qualcuno direbbe che hanno poco o nulla in comune con noi.

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