sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Meglio il panciafichismo
Pubblicato il 27-11-2015


L’Italia è uno dei Paesi europei maggiormente esposti sul piano militare – più della Germania, ad esempio – in diverse aree di crisi mondiale e, a differenza della Francia, lo è nel quadro di una strategia internazionale coordinata in sede Onu. In questi ultimi venti anni ha versato il suo sangue e dato molte prove di straordinaria efficienza ed equilibrio, in situazioni difficilissime come con l’Unifil in Libano, dove svolge una funzione ‘cuscinetto’ in un teatro di guerra intermittente che vede coinvolte milizie sciite, forze militari libanesi, palestinesi e israeliane.

A dispetto della successione più o meno rapida dei governi, la politica estera dell’Italia ha sempre avuto alcuni capisaldi che, in un quadro di difesa dei legittimi interessi nazionali, hanno sempre privilegiato il rapporto con le democrazie occidentali, a cominciare da quella statunitense, di ‘facilitatore’ del dialogo in Medioriente per spegnere focolai di tensione a cominciare da quello della ininterrotta crisi israelo-palestinese e di sostegno alla costruzione europea, anche come antidoto alle ricorrenti perniciose febbri nazionaliste.

Ora, a seguito dei sanguinosi attentati del terrorismo dell’Isis a Parigi – ma non per quello contro l’Airbus russo sul Sinai (?) – e della richiesta di aiuto della Francia, in Italia si è riacceso un curioso ardore bellicista che coinvolge non solo come è ‘naturale’ la destra, da Salvini alla Meloni, ma anche frange del centro e della sinistra moderata. Par di capire – ma nessuno per la verità cita con chiarezza strumenti e obiettivi – che Renzi dovrebbe mettere l’elmetto e far partire subito aerei, navi e fanti, sotto la bandiera francese di François Hollande, per le terre siriane a ‘sterminare i terroristi’.

Costoro hanno dimenticato in fretta la lezione dell’Afghanistan e quella dell’Iraq. Partimmo per estirpare al-Qaeda dopo l’orrenda strage delle Twin Towers, così come sostenemmo l’‘esportazione’ della democrazia per sanare l’Iraq di Saddam Hussein. E ancora stiamo lì.
Mai nel dopoguerra operazioni belliche furono altrettanto fallimentari con un costo – sì, perché anche gli afgani e gli iracheni sono esseri umani – così enorme di vite umane, oltre un milione di morti, e l’assoluta incapacità di rimettere in piedi in tempi ragionevoli per lo meno delle decenti entità statuali, non diciamo neppure delle democrazie.

Ma solo a guardare agli avvenimenti più recenti – di cui la Francia porta una pesante responsabilità – abbiamo spodestato, e lasciato che venisse assassinato, il Colonnello Gheddafi, senza nessun progetto per il futuro di quel Paese.
Abbiamo sostenuto, malamente, la guerra civile in Siria per spodestare Bashir Assad, con le conseguenze che sono sotto i nostri occhi.

Nello stesso tempo intratteniamo cordiali e fruttuosi rapporti politici ed economici con le monarchie petrolifere del Golfo, che per negazione delle libertà democratiche e disprezzo dei diritti umani, e per il sostegno diretto e indiretto al terrorismo dell’Isis, fanno apparire al confronto l’Iran teocratico, come un fulgido campione delle libertà democratiche; quelle che ogni giorno, giustamente, celebriamo.

Dunque mentre sono ben chiari gli interessi francesi e gli errori commessi a ripetizione nel solco di una Grandeur che fa ormai a cazzotti con la realtà, non è per nulla chiaro il perché e il per come di un impegno militare collettivo. Tant’è che, al di là delle enunciazioni a uso e consumo dei mass media, a oggi solo gli Stati Uniti con 8 mila raid aerei, la Russia in rapida escalation militare e la Francia con alcune centinaia di missioni, nessun altro Governo ha, per ora, intenzione di sparare un colpo e tantomeno di inviarci i propri fanti a combattere. Anche Cameron deve, ob torto collo, aspettare che i Comuni gli diano un via libera che gli hanno negato solo qualche settimana fa.

Possibile che gli altri siano tutti dei panciafichisti?

Piuttosto ci vuole davvero un bel coraggio per non vedere le politiche interne di Matteo Renzi tutte sbilanciate a destra, dal Jobs Act, alla riforma della Rai, dalla legge elettorale ai bonus prelettorali, e bocciare invece una ragionevolissima prudenza in politica estera. Senza riandare tanto indietro con la memoria all’Eni di Mattei e ai fatti algerini, davvero quanto avvenuto in Libia non ci ha insegnato nulla? Ma siamo proprio sicuri che ci sia, in assenza di una politica unica europea, una coincidenza così perfetta di interessi nazionali tra noi e Parigi?

Vogliamo combattere il terrorismo dell’Isis? Cominciamo a estirparne le cause. Facciamoci sentire con chi amministra le immense ricchezze dei petrodollari senza aver mai fatto sviluppare i propri Paesi né economicamente né politicamente e invece nutre il fondamentalismo islamico. Sosteniamo le deboli piante della democrazia come nella vicina Tunisia lasciata quasi da sola a difendersi dall’Isis. Facciamo davvero uno sforzo di integrazione con i milioni di musulmani che vivono in Europa – e nelle banlieu-ghetto di Parigi – e che nessuno, ragionevolmente, può pensare di rimandare indietro e che sono oggi, se ci pensiamo bene, il vero obiettivo strategico del terrorismo.
Morti e feriti a parte, sono loro infatti che incolpevoli rischiano l’odio collettivo solo perché professano un’altra fede. Sono loro la carne da macello dei tanti Salvini e Le Pen che lucrano sul loro sangue per scalare il potere. Sono loro che l’Isis pensa così di trascinare nel gorgo di una sorta di nuova ‘Guerra dei trent’anni’.

Carlo Correr

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Commenti all'articolo
  1. Bravissimo carissimo Carlo
    Oggi come Partito abbiamo una piccola rappresentanza elettorale ma una grande Cultura politica, che ci consente d’interpretare gli avvenimenti interni e internazionali in maniera seria, competente e sempre con una Visione del Futuro.
    Continuiamo a rimanere con attenzione sui temi internazionali, ma non dimentichiamoci dei problemi sociali di tutti i giorni con cui sono alle prese i cittadini su cui, l’unicità pressochè unanime dei Media sul Terrorismo ha relegato nel silenzio, coperto solo dalla propaganda degli zero virgola e degli annunci di mancie con cui si vuole acquisire il consenso elettorale.
    Je suis socialiste

  2. Chi, al di là delle proprie convinzioni politiche, cerca di farsi una personale opinione riguardo a questa delicata e complessa materia, orientandosi anche tra le ragioni addotte da ognuna delle nazioni coinvolte, guarda solitamente con attenzione come si muove in proposito il Governo, e cosa dicono i suoi membri a spiegazione delle scelte fatte, o che si intendono fare, indipendentemente dalla natura e carattere di tali scelte.

    L’impressione di molti – non so quanto giusta o meno, ma sarebbe comunque sbagliato non tenerne conto – sembra essere tuttavia quella che il Governo non abbia, o non sappia esprimere e rendere percepibile, una linea abbastanza chiara e riconoscibile in materia, ossia un filo conduttore da seguire pur con gli inevitabili adattamenti che le questioni internazionali comportano, e io non mescolerei le problematiche interne con quelle di politica estera, la quale può richiedere sovente approcci e “temperamenti” abbastanza diversi rispetto all’occuparsi dei “fatti di casa”.

    In un articolo di qualche giorno fa, sempre sulle pagine dell’Avanti – che credo fosse del sen. Fabbri, se non vado errato – si evocava la capacità decisionale dimostrata da Craxi in taluni frangenti internazionali, qualità che ce lo fa ricordare come uno statista, ma pensando a quanto gli ho poi riservato la sorte verrebbe da pensare, con un velo di incontenibile amarezza, che non porta forse molta fortuna l’essere “decisionisti”, avere cioè una strategia piuttosto nitida e decifrabile rispetto alle grandi questioni con cui doversi volta a volta misurare, e perseguirla nel contempo con coerenza di intendimenti e di azioni politiche.

    Paolo B. 28.11.2015

  3. Tutto condivisibile quello che scrivi però….Però, in questo momento la Francia ha bisogno oltre che di solidarietà, cultura e di inni nazionali, di fatti e noi come al solito diventiamo il signor “tentenna”. Così non va. E se veramente ci sentiamo europei oltre gli aerei proponiamo la costituzione di una brigata europea sotto il comando della legione straniera francese. Questo contribuirebbe realmente alla costruzione degli Stati Uniti di Europa.

    P.S.: pubblicate tutti i commenti del sottoscritto anche quelli non condivisi.

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