martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Pensioni, con meno soldi
ma andarci prima
Pubblicato il 12-11-2015


UNO SU DUE DISPONIBILE A TAGLIO PER USCIRE

Dei circa due milioni di potenziali beneficiari delle misure di flessibilità previdenziale, quasi uno su due, il 49%, che sarebbero pari a 960mila persone, accetterebbe una diminuzione dell’assegno pensionistico pur di poter lasciare il lavoro in anticipo. E lo farebbe ancora più volentieri se, al suo posto, fosse assunto un giovane. E’ quanto emerge da un recente sondaggio condotto da Confesercenti con Swg. La disponibilità cala, con l’aumentare del taglio: solo il 5% accetterebbe una decurtazione del 15% della pensione. Confesercenti ha anche messo a punto una proposta di staffetta generazionale che prevede, per i lavoratori anziani vicini alla pensione che scelgono il part-time, di non vedersi accorciare né lo stipendio né i contributi, in cambio dell’assunzione nella stessa impresa di un lavoratore giovane. Se – è il parere dell’associazione – la proposta venisse applicata alle imprese tra i 6 ed i 60 dipendenti del commercio, del turismo e del terziario “potrebbe permettere l’ingresso nel mondo del lavoro ad almeno 100mila giovani”, ha spiegato il segretario generale, Mauro Bussoni. L’intervento, ha aggiunto, sarebbe a costo zero per lo Stato, perché lo sosterrebbero le risorse già corrisposte dalle imprese. Tra gli intervistati che si sono detti disponibili a lasciare in anticipo in cambio di un assegno più leggero, soltanto il 2% lo farebbe senza se e senza ma; il 30% solamente se la decurtazione della pensione non superasse il 5%, mentre il 12% accetterebbe anche una contrazione fino al 10%: solo il 5% sarebbe disposto a subire una potatura del trattamento di quiescenza fino al 15%. Piuttosto consistente, affiora ulteriormente dal sondaggio, la quota di chi non ha intenzione comunque di abbandonare: è il 29%, pari a circa 570mila persone. Ampia anche l’area degli indecisi, ancora intorno al 20% del totale. Netta, invece, la divisione di fronte alla proposta del Governo di sostituire l’anticipo della pensione con un periodo di part-time del lavoratore, seguito da una prestazione previdenziale ridotta. L’ipotesi interessa il 38%, la stessa quota di chi si dichiara non interessato. Quasi un pensionando su quattro (il 24%) rimane incerto. Meglio recepite le proposte di staffetta generazionale: se sapessero di lasciare il proprio posto di lavoro ad un giovane, il 44% degli interpellati accetterebbe più volentieri la sforbiciata permanente dell’assegno per andare in pensione prima. Insomma, si evidenzia con forza, la solidarietà tra giovani e anziani, in Italia, sembra essere ancora forte. “Il problema della flessibilità previdenziale si lega a doppio filo con quello dell’occupazione giovanile. Una relazione che per gli italiani è chiarissima”, ha puntualizzato il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni. “Bisogna, però, cercare di sacrificare il meno possibile il lavoratore anziano uscente. Per questo Confesercenti ha messo a punto una proposta di staffetta generazionale che ipotizza, per i lavoratori anziani vicini alla quiescenza che scelgono il part-time, di non vedersi diminuire né lo stipendio né i contributi, in cambio dell’assunzione nella stessa impresa di un lavoratore giovane. “Il tutto – ha concluso Bussoni – senza incidere sulla fiscalità generale, ma prefigurando un ampliamento della solidarietà espansiva che è sostenuta esclusivamente con le risorse versate dalle imprese al Fondo integrativo salariale ed ai Fondi di formazione continua. Stimiamo che questo tipo di staffetta generazionale, se applicato alle imprese tra i 6 ed i 60 dipendenti del commercio, del turismo e del terziario potrebbe permettere l’ingresso nel mondo del lavoro ad almeno 100mila giovani”.

Partita esodati non è chiusa

PENSIONI, LA RICETTA DI BOERI

Non manca solo una vera, e possibilmente ultima, riforma delle pensioni, che spinga la flessibilità in uscita e risponda all’esigenza di “equità” e “sostenibilità sociale” del sistema. Con la legge di Stabilità non è nemmeno detto che si sia chiusa definitivamente la partita degli esodati. A lanciare questa volta l’allarme è stato direttamente il presidente dell’Inps Tito Boeri, secondo il quale “non tutto è risolto” con la settima salvaguardia, e c’è “un rischio strascico”. Boeri in una lunga, recente intervista televisiva ha fatto il punto su tutto il capitolo pensioni e ha rilanciato anche l’idea di un drastico tagli ai vitalizi dei politici. Sugli esodati quello messo in campo dal governo con la manovra è – ha ribadito – un nuovo intervento “parziale”, che aggiungerà costi a quelli già “alti” sostenuti finora, senza risolvere la questione, come invece aveva annunciato il ministro Giuliano Poletti, ha avvertito Boeri: “già ci sono forti pressioni per una ottava salvaguardia”.

“Se sarà necessario la faremo”, ha ribattuto il presidente della commissione Lavoro Cesare Damiano, ricordando che proprio dai calcoli dell’Inps “rimangono esclusi altri 20mila circa”. L’ex ministro dissente dal presidente dell’Inps anche sulle risorse: “Gli 11,6 miliardi” spesi finora per le prime sei salvaguardie sono serviti a porre “un parziale riparo agli errori della riforma delle pensioni voluta dal Governo Monti, quando non si è tenuto conto di alcuna gradualità”. E ora la settima salvaguardia, per circa 31mila esodati, è ‘coperta’ grazie ai risparmi su quelle precedenti, senza stanziamenti suppletivi. Una risposta strutturale, per Boeri, dovrebbe intanto occuparsi anche dei “veri esodati”, di chi cioè è stato “semplicemente licenziato, tra i 55 e i 65 anni”. E la soluzione, oltre a forme di sostegno al reddito, è soprattutto quella della “flessibilità in uscita” ma “equiparando chi va a 63 e chi va a 67 anni. Per farlo dobbiamo dare un assegno più basso a chi va in quiescenza prima”. Un principio ben presente nell’esecutivo, che aveva valutato la possibilità di muoversi in questa direzione già in legge di Stabilità, salvo poi decidere di dedicarsi alle pensioni con un provvedimento ad hoc il prossimo anno, dopo aver ben vagliato le possibili soluzioni e le risorse occorrenti. Risorse che si potrebbero reperire, ha rilanciato ulteriormente Boeri, anche chiedendo un contributo, pure “limitato, parziale”, a chi “ha importi elevati e ha goduto di trattamenti di favore”. In tutto si tratterebbe di una platea ridotta “circa 200mila persone”, compresi i politici. Per loro Boeri ha immaginato, e aveva proposto a giugno a Matteo Renzi, “una decurtazione che potrebbe arrivare anche fino al 50%, su vitalizi sopra gli 80-85mila euro all’anno”. Il governo comunque faccia presto la riforma, è questo in sintesi il messaggio che ha mandato Boeri. E proprio la flessibilità in uscita sarà uno dei temi caldi in Parlamento, di cui è probabile che il premier parlerà di nuovo prossimamente con il ministero Pier Carlo Padoan, prima che si entri nel vivo dell’iter della legge di Stabilità. Incontro che servirà inoltre a fare un punto sulle prime richieste di modifica, prima dell’imminente incontro con i parlamentari Dem.

Intanto sono già partite le audizioni con cui si faranno più chiare anche le richieste delle categorie e delle parti sociali, a partire dalle risorse per il pubblico impiego, considerate insufficienti dai sindacati che già hanno annunciato una mobilitazione nazionale e una manifestazione a fine mese. L’incontro coi gruppi del Pd, comunque, potrebbe tuttavia essere l’occasione nella quale fare capire quali sono i punti su cui ci saranno reali aperture. Uno dovrebbe essere il Mezzogiorno. L’altro potrebbe essere quello dei money transfer – il circuito parallelo alle banche che permette di inviare denaro in qualsiasi parte del mondo, utilizzato in prevalenza dagli stranieri ma anche da chi fa riciclaggio – che, al momento, godono del generalizzato aumento della soglia del contante da mille a 3mila euro. “Una svista” da correggere, ha detto il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti, ricordando “che anche quando il tetto generale era a 12.500 euro, per i money transfert era prefigurato un tetto di 2.000.

Boeri

SULLE PENSIONI CI ASPETTAVAMO DI PIÙ

Il presidente Inps, Tito Boeri ha recentemente ribadito la necessità della riforma delle pensioni “è davvero molto importante farla, sono riforme che vanno fatte”, ha sottolineato, “speravamo fosse il 2015 l’anno della riforma delle pensioni”. Boeri ha espressamente affermato che “e’ davvero molto importante farla, non solo per la flessibilità in uscita” ma anche “per il ricambio all’interno della P.A”. La riforma delle pensioni è importante, ha quindi rimarcato ancora Boeri, “per la ricongiunzione delle carriere discontinue per persone che hanno una parte di carriera nel pubblico e una parte nel privato e sono ingiustamente penalizzate. Nella legge di Stabilità – ha puntualizzato Boeri – sulle pensioni ci aspettavamo di più”. Il presidente dell’Inps ha richiamato “soprattutto l’indispensabilità di un intervento organico” che “sarebbe stato possibile anche nel quadro di una manovra espansiva ma fiscalmente responsabile”. “Se si produceva nella direzione di un’uscita flessibile, questo comporta inizialmente dei disavanzi più ampi ma poi, nel corso del tempo, se la cosa è disegnata nel modo giusto questo porterà in futuro a dei disavanzi limitati”, ha aggiunto. Si tratta secondo Boeri “di una operazione che avrebbe potuto conciliare spinta all’economia con responsabilità fiscale”. Il presidente dell’Inps ha evidenziato comunque che, “tuttavia, nella legge di stabilità ci sono degli aspetti positivi principalmente riguardo agli interventi di contrasto alla povertà”. “Credo – ha rilevato Boeri – che con la legge delega sull’assistenza e con gli interventi già programmati nella stabilità ci siano, per la prima volta in Italia, i margini per poter pensare di introdurre un reddito minimo”.

Carlo Pareto

 

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