venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Osvaldo Gnocchi Viani,
l’antesignano del socialismo
Pubblicato il 30-11-2015


Osvaldo Gnocchi Viani, nato ad Ostiglia nel 1837, è un esponente importante della prima fase del movimento socialista italiano. Sindacalista e giornalista, due ingredienti essenziali allora per diventare protagonisti socialisti, attraversa ottant’anni di vita italiana. Laureato in legge come Turati e come Prampolini, si diede come loro alla politica a tempo pieno. Oggi verrebbe definito “un professionista della politica”, in segno dispregiativo, oggi che la professionalità è richiesta in tutte le attività umane e solo in politica é diventata un vizio. Diciamo che la sua vita, che si conclude a Milano nel 1917, abbraccia anche ottant’anni di vita del

Osvaldo Gnocchi Viani

Osvaldo Gnocchi Viani

movimento dei lavoratori. Anzi, Gnocchi Viani, essendo di vent’anni più vecchio di coloro che fonderanno il Partito nel 1892, può essere a ragione considerato il padre della futura generazione socialista, un vero antesignano del movimento operaio italiano. Pensiamo ad alcuni dati anagrafici. Gnocchi Viani era nato nel 1937, Andrea Costa nel 1851, Enrico Ferri nel 1856, Leonida Bissolati nel 1857, Filippo Turati nel 1858, Camillo Prampolini nel 1859, Ivanoe Bonomi solo nel 1873. Nella vita, nel pensiero e nell’azione di Gnocchi Viani sono concentrate così quattro grandi questioni: il rapporto tra Risorgimento e questione sociale, quello tra anarchismo, mazzinianesimo e primo socialismo, il confronto tra operaismo e socialismo maturo, lo scontro tra riformismo e massimalismo.

Risorgimento e questione sociale

Veniamo al rapporto tra Risorgimento e questione sociale, o socialistica. All’origine del primo socialismo italiano non c’è Marx, ma Garibaldi e Mazzini. I due miti risorgimentali sono il punto di riferimento di chi si accingeva, non solo a rapportarsi alla questione unitaria con sensibilità sociale, ma a chi combatteva in prima persona le guerre di indipendenza in Italia e all’estero col culto della giustizia sociale. Il rapporto tra primo socialismo e patriottismo è strettissimo. Lo dico perché questo rapporto è tornato prepotentemente di attualità, a mio parere, proprio oggi dopo le stragi di Parigi. Lo era più in Italia, che stava conquistando la sua indipendenza, che non in Francia o in Germania, nazioni, soprattutto la prima, di più antica esistenza. Penso che questo sentimento si sia attenuato da noi e che la sinistra italiana lo abbia smarrito nel dopoguerra anche a causa della sua esaltazione da parte fascista nel ventennio nero, mentre in Francia si intrecciò, all’incontrario, proprio con la lotta antifascista e antinazista che, dopo la guerra franco-prusssiana di settant’anni prima, metteva ancora in discussione l’indipendenza nazionale. Garibaldi e Mazzini erano vissuti in modo talmente indivisibile che quando, dopo la Comune di Parigi del 1871, si trovarono su posizioni diverse a causa della sconfessione di quel moto da parte di Mazzini, Celso Ceretti, mirandolese mazziniano e garibaldino (aveva combattuto coi Mille) pensò a un seduta di riconciliazione tra i due da convocare solennemente nella sua Mirandola. Il dissenso trai due eroi era vissuto come un trauma inaccettabile da chi aveva creduto all’indissolubilità del binomio. I primi socialisti, come Celso Ceretti, come Pietro Artioli a Reggio Emilia, erano anche combattenti. D’altronde pensiamo a Carlo Pisacane, che sulla rivoluzione socialista aveva scritto un saggio e che morì come tutti sappiamo. Artioli combatté in Spagna. Lo stesso Gnocchi Viani partì con l’esercito Garibaldino dei Vosgi per difendere la Repubblica francese nella guerra franco-prussiana del 1870. Marx ed Engels non li conosceva ancora nessuno. Prampolini ricorda che alla sua conversione al socialismo non aveva ancora letto un solo rigo di Marx e Benedetto Croce parla del socialismo italiano come di un fenomeno “impuro” perché i suoi protagonisti “erano uomini che avevano cominciato da repubblicani, democratici, liberali e che tali si mantennero nel loro fondo”. Il capitale di Marx, ma solo in un compendio, verrà tradotto in italiano da Carlo Cafiero solo negli anni ottanta. I miti risorgimentali erano un solido punto di riferimento. L’altro era costituito dalla conoscenza e dall’attrazione dei testi dei cosiddetti socialisti utopistici. Parliamo di Robert Owen e della sua sperimentata comunità di New Armony nell’Indiana, che fallì per motivi economici, ma che si prospettava come isola felice di uguaglianza e di solidarietà. Parliamo di Charles Fourier che coi suoi Ateliers sociaux durante la rivoluzione del 1848 aveva creato a Parigi un nuovo modo di produrre e vaticinò di un Falansterio dove produzione e vita in un comune avrebbero conciliato lavoro e felicità. Parliamo di Saint Simon e del suo socialismo cristiano che fece presa su Prampolini, ma soprattutto di Benoit Malon, l’autore che scrisse del fallimento della Comune e impressionò i giovani Turati e Prampolini, che già conoscevano i testi dei positivisti e soprattutto quelli di Spencer, per il suo socialismo romantico. Aggiungiamo che oggi il socialismo che Marx giudicò utopistico si rivela forse più attuale del suo socialismo scientifico, per la passione e il sentimento di giustizia e di amore che la fredda e matematica contabilità del marxismo non sono riusciti a suscitare nelle loro errate profezie di crollo e di rivoluzione. Oggi pensare che la crisi finanziaria rilanci il marxismo, e addirittura il leninismo, come ci prospetta il giovane filosofo Diego Fusaro, significa guardare al presente e al futuro con le lenti deformate della vecchia ideologia. Che ne sapeva Marx della finanziarizzazione dell’economia, che ne sapeva della globalizzazione, dei vincoli di spesa europei, della rivoluzione tecnologica, di questo e di altro, di molto altro?

Mazzinenesimo, anarchismo, marxismo

Osvaldo Gnocchi Viani frequenta il Liceo a Mantova e l’Università a Padova, dove si iscrive alla Giovane Italia mazziniana. E’ protagonista di una manifestazione liberale e viene fatto oggetto di procedimento giudiziario. Si trasferisce a Pavia ove consegue la laurea in Giurisprudenza nel 1861, proprio nell’anno dell’Unità d’Italia. Ma consapevole della sua vocazione sociale, e sensibile al richiamo del giornalismo mazziniano, rifiuta un posto da archivista dopo avere vinto apposito concorso e si avvia al giornalismo. Collabora a “Il Diritto”, a “L’Unita italiana”, a “Il Dovere” di Genova, questi due giornali poi si fonderanno, dove approfondisce in una apposita rubrica l’evoluzione economica nella storia d’Italia e si avvicina ai problemi del lavoro. Si trasferisce nel frattempo a Genova. Poi scrive “Pensieri d’un lettore dell’opuscolo di Mazzini dal Concilio a Dio”, manifestando dissenso sulla concezione religiosa mazziniana ed aderendo di fatto al materialismo. Tuttavia resta in contatto con Mazzini. Poi nel 1870 parte coi Vosgi, inviando corrispondenze in Italia ove torna nel marzo del 1871. La questione della Comune di Parigi apre un altro grave fronte del suo dissenso da Mazzini, che rompe con l’Internazionale del 1964 fondata a Londra da Marx e Engels. Siamo così alla seconda grande questione. E cioè quella riferita ai contrasti politici tra mazziniani e internazionalisti e, tra questi ultimi, al conflitto tra i bakuniniani e i marxisti. Bakunin, che nel 1864 non aveva aderito all’Internazionale, preferendo proprio in quell’anno andare a trovare Garibaldi a Caprera, lui che era appena fuggito dalla Russia dove il mito di Garibaldi era alquanto conosciuto, entra in urto coi marxisti a causa della sua concezione della rivoluzione. Se Marx infatti guardava alla classe operaia come motore del processo rivoluzionario, e all’Inghilterra, patria della rivoluzione industriale, come luogo ideale per farla esplodere, Bakunin guardava al mondo contadino, e dunque all’Italia pre industriale, come paese nel quale fare esplodere le sue insurrezioni. Bakunin si trasferisce per questo nel nostro Paese, si fa mantenere dal ricco Carlo Cafiero che gli permetterà di vivere in una lussuosa villa sul Lago di Como. E ispirerà talune insurrezioni negli anni settanta, a metà tra il romantico, il comico e il tragico. A Bologna, nel 1874, un gruppo anarchico guidato dall’imolese Andrea Costa verrà fermato da poche decine di agenti all’ingresso della città e nel Matese, tra Campania e Basilicata, con Carlo Cafiero ed Errico Maletesta alla guida, una banda anarchica scorazzerà di comune in comune proclamando la proprietà collettiva, arrendendosi anch’esso alle forze dell’ordine dopo una cruenta sparatoria. Gli anarchici furono costretti all’esilio e anche Costa si rifugerà all’estero. La sezione italiana dell’Internazionale era nata nel 1872 e la sua ispirazione era prevalentemente anarchica. Proprio in quell’anno l’Internazionale aveva conosciuto la separazione dei bakuniniani che poi fonderanno la loro Internazionale antiautoritaria. In Italia la confusione tra anarchici e socialisti durerà almeno fino alla svolta di Costa del 1979, che, con la sua “Lettera ai compagni di Romagna”, aderirà al socialismo abbandonando le primitive forme insurrezionaliste e anarchiche. In realtà la commistione durerà di fatto fino al 1892, tanto è vero che al Congresso di Genova per la fondazione del Partito dei lavoratori si presenteranno sia i socialisti sia gli anarchici, fondando poi due partiti diversi con identico nome. Già nel 1871, un anno prima, dunque, della fondazione della sezione italiana dell’Internazionale, Gnocchi Viani si era trasferito a Roma, allontanandosi da Mazzini dopo la condanna della Comune. La diversa considerazione della lotta di classe, a cui Mazzini contrapponeva la sua solidarietà sociale e il suo mondo dei produttori, ma anche il suo ricco tessuto di società operaie, non lo attrae più. Gnocchi Viani resta fedele all’Internazionale. Nel novembre del 1871 partecipa al dodicesimo congresso della Società operaie italiane e si astiene sul passo della solidarietà a Mazzini. A Roma, di fatto, inizia la sua attività sindacale. È correttore di bozze nella Tipografia Richiedei. È promotore della Società dei compositori tipografi. Diventa segretario della Lega operaia di arti e mestieri, aderente all’Internazionale, che dispone di un settimanale, “La voce dell’operaio”. E’ anche incarcerato per tre mesi per cospirazione contro la sicurezza dello Stato. Poi, quando torna in libertà, la Lega è già egemonizzata dagli anarchici. Si sente ormai lontano dal mazzinianesimo, ma anche dall’anarchismo. Nel 1874, mentre si prepara la prima insurrezione a Bologna, Gnocchi Viani polemizza dichiarandosi più vicino al socialismo evoluzionista. Per questo, dopo aver continuato la sua attività come redattore de “Il Tipografo”, alla fine del 1876 Enrico Bignami lo chiama a Milano alla redazione de “La Plebe”, il primo giornale socialista al quale collaborerà lo stesso Camillo Prampolini. Nell’ottobre del 1876 si costituisce la Federazione Alta italia dell’Internazionale su posizioni socialiste. Per Gnocchi Viani la differenza tra anarchici e socialisti deriva dal fatto che per i primi esiste un solo mezzo per la rivoluzione e cioè l’insurrezione, per i socialisti i mezzi sono molteplici. Non escludono l’insurrezione, ma ne considerano altri. Un po’ l’idea più volte formulata a proposito dal giovane Prampolini che, imbevuto più di positivismo che di marxismo, considerava la violenza anche anti storica.

Operaismo e primo socialismo

La terza questione è quella relativa al rapporto tra operaismo e primo socialismo. Teniamo presente il fatto che Gnocchi Viani a Milano, dopo il fallimento dei moti anarchici del 1877 e, nel 1879, il passaggio di Costa al socialismo, è tra i i fondatori nel 1882 del Partito operaio italiano. L’anno prima Andrea Costa aveva fondato il Partito socialista di Romagna che si diede un organo di stampa chiamato “Avanti”, un settimanale col nome di quello tedesco che anticipò di quattordici anni il quotidiano del Psi. Nel Partito operaio emersero dissensi con i cosiddetti operaisti come Croce, guantaio, Alfredo Casati, bronzista, che teorizzavano l’adesione dei soli operai al partito prospettando una visione corporativa dello stesso. Gnocchi Viani non viene per questo presentato candidato alle elezioni del 1882 dal Partito operaio, ma dalla democrazia radicale. Senza essere eletto, peraltro. Il tema dell’operaismo lo vede su posizioni diverse rispetto a quelle classiche di stampo corporativo. Nel 1882, alle prime elezioni con suffragio allargato e collegi provinciali alle quali in diverse forme prendono parte anche candidati socialisti, viene eletto il solo Andrea Costa a Ravenna, primo deputato socialista in assoluto. Per la verità Gnocchi Viani non verrà eletto mai, nonostante si presenti più volte candidato alla Camera. Nel 1886 viene presentato a Reggio Emilia, in coppia con Enrico Ferri, l’avvocato mantovano che aveva difeso i contadini del movimento de “La boje” dei primi anni ottanta. Grande avvocato, grande oratore, Ferri fu un uomo politico ambiguo. Quando aderì al partito, col congresso di Reggio Emilia del 1893, Turati diffidò molto della sua conversione socialista. Ferri fu leader indiscusso del Psi nei primi del Novecento, ma oscillando da un maggioranza coi sindacalisti rivoluzionari di Arturo Labriola nel 1904 a una nuova maggioranza coi riformisti nel 1906. Fu poi favorevole alla Guerra di Libia del 1911, sensibile al riformismo patriottico di Bissolati, poi affascinato dalla figura di Benito Mussolini. Niente di paragonabile alla coerenza e alla lucidità di un Filippo Turati. Nel 1889 Gnocchi Viani inizia a Milano la sua propaganda con l’opuscolo “Le borse del lavoro”, organismo nato in Francia, per la costituzione delle Camere del lavoro in Italia. È certo il protagonista della nascita al Castello sforzesco della Camera del lavoro di Milano nel 1891, la prima in Italia. É tra i membri della Lega socialista milanese nata nel giugno del 1889 su impulso di Turati e Kuliscioff e nel 1892 aderisce al Pdl di stampo socialista contrariamente a Casati e ad altri operaisti che si schierano cogli anarchici. Nel 1890 era stato eletto consigliere comunale a Milano, divenuta ormai la sua città. Dopo la nascita del Partito dei lavoratori, che solo l’anno dopo, col congresso di Reggio Emilia assume il nome di socialista, e solo con quello di Parma del 1895 si chiamerà definitivamente Psi, Gnocchi Viani svolge prevalentemente un ruolo provinciale e comunale, a Milano. Il partito, che era nato sulla base delle adesioni collettive alla luce del ricco tessuto di leghe, di cooperative, di società di mutuo soccorso che l’avevano preceduto e che lo stesso Gocchi Viani aveva contribuito a formare, passa all’adesione individuale. Si formano le correnti di pensiero e di azione politica. I congressi diventano palestre oratorie di scontro politico e ideale, che infiammano i delegati. Gnocchi Viani si sente fuori da queste diatribe e si ritaglia un ruolo marginale. Preferisce tuffarsi nell’avventura dell’attività della Società umanitaria della quale diviene segretario, lavorando poi alla creazione dell’Università popolare che vede la luce nel 1901.

Riformismo e massimalismo

Il quarto tema, e cioè quello dello scontro tra riformismo e massimalismo, vide così Gnocchi Viani in una situazione di scarso protagonismo. Anche l’età avanzata avrà giocato un ruolo in questo suo rifugio a Milano dopo una vita di corsa tra città diverse, tra mestieri diversi, sempre accompagnati da lotte durissime e rischiose. Dopo i governi reazionari di Crispi, di Rudini, di Peloux, dopo la strage dei cannoni di Bava Beccaris del 1898 che costano molte vite umane e la galera anche a Filippo Turati, mentre le leggi liberticide di Pelloux costano il carcere a Camillo Prampolini nel 1899, si apre la fase del dialogo. I gabinetti Zanardelli e Giolitti vengono salutati con sollievo e favore. Grazie all’appoggio parlamentare del Psi si ottengono riforme importanti: il divieto del lavoro per i bambini, la diminuzione a dieci delle ore giornaliere di lavoro, la statizzazione delle ferrovie, il diritto di sciopero e altri importanti diritti civili. L’epopea del riformismo si scontra con il biennio sindacalista rivoluzionario, del 1904-1906, che causa non poche disgrazie ai socialisti, sconfitti in quel periodo in molte amministrazioni comunali e nelle elezioni parlamentari. Poi, dal 1906, il riformismo riprende le redini del partito, con smagliature diverse, fino alla crisi del giolittismo con l’impresa di Libia. Ma già l’anno prima, col congresso di Milano del 1910, una tendenza di sinistra, che vede il suo leader in Costantino Lazzari, e nel giovane Benito Mussolini, che svolge il suo primo intervento congressuale, un suo ardente proselite, si era fatta sentire e la mozione di sinistra che era stata firmata anche da Gnocchi Viani, in nome di un purismo socialista che rimandava al socialismo delle origini. Al congresso di Modena dell’anno dopo, quando già l’impresa di Libia aveva preso avvio, i riformisti entrarono in una fase discendente, con uno scontro acceso tra i cosiddetti riformisti di sinistra, Turati, Treves, Prampolini, Zibordi, e quelli di destra, Bissolati, Bonomi, Cabrini. Anche a Modena Gnocchi Viani si trova firmatario della mozione della sinistra nell’ultimo congresso vinto dai riformisti. La spaccatura delle corrente riformista sarà ancora più accentuata dopo che Bissolati e i suoi si recarono dal re per portargli la loro solidarietà dopo un attentato sventato. Mussolini, al congresso di Reggio Emilia del 1912, presenta l’ordine del giorno che ne decreta l’espulsione. Bissolati e i suoi si trovano, da epurati, costretti a fondare il Psri (Partito socialista riformista) e Turati e la corrente riformista restano in minoranza nel Psi, alla vigilia della prima guerra mondiale e ancor di più dopo le infatuazioni per la rivoluzione bolscevica del 1917 e alla luce di quel nazionalismo post bellico che porterà al fascismo. Osvaldo Gnocchi Viani era però già morto, ottantenne, nella sua Milano, nel 1917, mentre gli austro tedeschi marciavano sulla Lombardia dopo la rotta di Caporetto e Turati invitava anche i socialisti a combattere per difendere la patria.

Mauro Del Bue

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Commenti all'articolo
  1. E’ un piacere leggere queste tue “rievocazioni” del passato socialista, e delle figure che ne sono state parte viva, anche perché le loro vicissitudini si intrecciano sempre con la storia del nostro Paese.

    Quanto al patriottismo attenuato e smarrito, a me pare che la sinistra abbia sottovalutato e trascurato anche un altro sentimento, molto più semplice ma non meno importante per una comunità, vale a dire il senso della identità ed appartenenza, esercitato col dare il dovuto valore alle proprie consuetudini e tradizioni.

    Paolo B. 30.11.2015

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