venerdì, 9 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Patto di stabilità
ed equità distributiva
Pubblicato il 03-11-2015


Massimiliano Ferraresi, Luigi Marattini e Leonzio Rizzo, nell’articolo “Dal saldo del patto di stabilità interno al saldo euro-compatibile: un’applicazione ai comuni dell’Emilia-Romagna” (Rivista di Politica Economica, nn. I-III/2015), hanno simulato l’obbligo di bilancio dei Comuni della Regione Emilia-Romagna negli anni 2009, 2010 e 2011, “nell’ipotesi che il saldo obiettivo del Patto di Stabilità Interno sia sostituito da un saldo euro-compatibile”, ovvero da un saldo stimato in termini molto prossimi a quelli adottati per la definizione dell’indebitamento netto della Pubblica Amministrazione secondo le regole del sistema dei conti europei, con riferimento alla sostenibilità dell’aggregato e con il rispetto dei vincoli del Trattato di Maastricht.

Il saldo obiettivo dell’Italia, come di ogni altro Paese comunitario, nasce dal Patto di stabilità esterno, approvato dal Consiglio d’Europa di Amsterdam nel 1997, come forma di coordinamento delle politiche di bilancio all’interno della costituenda eurozona: il deficit, per la stima dell’indebitamento netto corrente delle pubbliche amministrazioni degli Stati membri (Amministrazione centrale dello Stato, Autonomie locali (Regioni, Province, Comuni) ed Enti previdenziali ed assistenziali (Inail, Inps, Inpdap, ecc), non può essere superiore al 3% del PIL, secondo gli obblighi derivanti dalla firma del Trattato di Maastricht.

Il Patto di stabilità ha avuto una vita molto travagliata; nel 2003, dopo che molti Stati europei hanno sforato la soglia del 3%, esso è stato sospeso e riadottato nel 2005 in termini più permissivi, con la conservazione, tuttavia, del vincolo del 3% per il deficit netto delle pubbliche amministrazioni. Successivamente, con lo scoppio della crisi dei mercati immobiliari e quella dei debiti sovrani, il vincolo del 3% è stato sostituito, dal “Patto di Stabilità e Crescita” del 1997; il suo aggiornamento, attuato con il “Trattato sulla Stabilità, Coordinamento e Governance dell’Unione Economica e Monetaria” (noto come “Fiscal Compact”, ha introdotto il vincolo, costituzionalmente rilevante, del pareggio di bilancio. In ogni caso, la sostanza non è cambiata, nel senso che tutti gli Stati membri dell’Unione hanno assunto l’obbligo di raggiungere, in termini di deficit corrente di bilancio, determinati obiettivi che dovevano risultare pari al consolidamento degli indebitamenti netti di tutte le pubbliche amministrazioni.

La procedura istituzionalizzata si è rivelata iniqua ai danni soprattutto delle amministrazioni comunali. Così, fin dall’entrata in vigore del “Patto di Stabilità e Crescita”, per stabilire il contributo di ogni singola amministrazione locale all’indebitamento nazionale, compatibile con gli obblighi europei dello Stato, l’Italia ha introdotto il “Patto di Stabilità Interno”, mediante il quale è stato determinato l’obiettivo finanziario di ogni singolo ente locale. L’obbligo dell’Italia verso l’Europa, invece, è stato espresso dal “Patto di Stabilità Esterno”, mediante il quale è stato fissato il limite entro il quale lo Stato italiano ha dovuto conservare il totale del suo indebitamento netto di parte corrente. In tal modo, è stato possibile stimare il saldo euro-compatibile dell’Italia, per la parte relativa alle Autonomie locali, pari al consolidamento dei saldi-obiettivo di tutte le amministrazioni pubbliche locali.

La procedura adottata per la determinazione del saldo-obiettivo esterno e dei saldi-obiettivo interni, è stata però caratterizzata da un limite, costituito dal fatto che la “contabilità utilizzata per il calcolo del saldo secondo il Patto di stabilità esterno valido in Europa è stata diversa da quella con cui lo Stato italiano ha calcolato il saldo del Patto di stabilità interno”; infatti, nel primo caso è stato utilizzato il metodo della “competenza economica” e nel secondo quello della “competenza di cassa”. Ciò, come evidenziano Ferraresi, Marattini e Rizzo, ha reso scorretto ed iniquo il calcolo del concorso di ogni Ente locale al saldo del Patto esterno.

Per capire l’iniqua ripartizione degli obblighi di bilancio tra Stato ed Enti locali, occorre tener presente che tutti i saldi determinati secondo il Patto di stabilità e crescita (Fiscal Compact) possono essere alternativamente definiti: o in termini di competenza mista (competenza finanziaria per la parte corrente e di cassa per la parte in conto capitale); oppure in termini di competenza economica, che consiste nel tener conto che nel periodo considerato per la redazione del bilancio dello Stato e degli Enti locali sono stati sostenuti costi o ricavi che avranno correlativo ricavo o costo in un altro periodo rispetto a quello considerato.

Utilizzando una contabilità redatta secondo le regole della competenza finanziaria, alcuni Enti locali sono risultati obbligati più di quanto avrebbero dovuto esserlo, al contrario di quanto è accaduto per altri Enti locali; è perciò necessario, affermano gli autori, operare un’omogeneizzazione della natura dei metodi contabili, se si desidera realizzare un’equa ripartizione degli oneri di aggiustamento della finanza pubblica nazionale. In particolare, dopo la recente entrata in vigore dell’armonizzazione della contabilità finanziaria per le Regioni, le Province, i Comuni e i loro enti strumentali, secondo le regole della competenza, è divenuta improcrastinabile l’omogeneizzazione dei conti, per evitare l’impatto degli effetti distorsivi sulla distribuzione dei costi di aggiustamento della finanzia pubblica italiana.

Ciò è reso ancor più necessario, se si pensa che la reazione alla crisi dei conti pubblici dello Stato centrale è consistita in un forte riaccentramento della gestione della stabilizzazione della finanza pubblica. La strategia del governo centrale è stata sostanzialmente improntata ad un aumento delle entrate al centro e ad una riduzione delle spese in periferia, con conseguente riduzione dell’autonomia operativa degli Autonomie locali. A ciò va aggiunta la considerazione che il risanamento è stato caratterizzato da un approccio “top-down”, con scarso coordinamento delle decisioni prese al centro con quelle prese in periferia, in contrasto con il principio dell’autonomia fiscale degli Enti locali, prevista dalla riforma del Titolo V della Costituzione. Con riferimento alle le principali manovre di finanza pubblica assunte all’indomani dello scoppio della crisi, l’impatto della politica di risanamento sulle amministrazioni periferiche evidenzia un pesante inasprimento del loro indebitamento, occorso soprattutto tra il 2011 e il 2012.

Per ragioni di equità distributiva, perciò, è divenuto necessario realizzare al più presto l’omogeneizzazione dei metodi contabili in uso presso lo Stato e gli Enti locali; ciò, soprattutto se si vuole continuare ad utilizzare il saldo aggregato di stabilità interno per valutare il contributo delle Autonomie locali all’indebitamento nazionale. Diverrebbe così possibile alleviare le difficoltà nelle quali sono state costrette ad operare negli ultimi anni le Autonomie locali, a seguito di una “spending review” che, spesso, ha operato tagli orizzontali, dei quali hanno subito le conseguenze negative soprattutto le amministrazioni pubbliche periferiche.

Gianfranco Sabattini

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento