lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Perché è meglio che
la Gran Bretagna resti nell’UE
Pubblicato il 16-11-2015


Se è vero che Europa vuol dire terra dell’occaso, il tramonto del sogno dei padri fondatori dell’Unione Europea è di lunga durata, ma rischia di non trovare il suo pieno avveramento.

Non è questa la sede per un excursus storico riguardante la lenta e faticosa macchina europea: una progressione lenta, anche se per molti versi coraggiosa, ma, a voler essere sinceri con noi stessi, funestata da non poche delusioni. L’allargamento è stato frettoloso ed ha creato, con l’inclusione degli Stati che appartenevano alla sfera di dominio dell’Unione Sovietica, una dicotomia preoccupante. Intanto bussano alla porta gli stati dei Balcani, anch’essi conservando una sorta di loro distinzione-separatezza.

Ricordo alcune conversazioni con Carlo Azeglio Ciampi, europeista convinto e deciso, che enfatizzava la necessità che l’allargamento fosse accompagnato dall’approfondimento: il cammino a due velocità verso il traguardo della Federazione.

La crisi in Ucraina ha anche impedito la graduale realizzazione di un rapporto “cordiale” con la Russia post-sovietica. Ma ora, dopo i fatti sanguinosi di Parigi, l’Europa deve parlare con una sola voce, e con una azione coordinata, per partecipare in primo piano alla terza guerra mondiale che è già in corso.

Ma poiché sarebbe presuntuoso dar fondo in questa nota a tutti i problemi che “l’assenza” del soggetto Europa (ancora gigante economico e nano politico e militare) pone a tutti e a ciascuno degli Stati membri, intendo limitare la mia riflessione a quello che a me pare ingiustamente negletto: il rischio di fuoruscita dall’Unione del Regno Unito, di cui si è in questi giorni occupata in un lucido articolo Marta Dassù sulla Stampa.

Lo faccio lanciando un allarme: l’Europa non può perdere l’Inghilterra, non sarebbe più Europa. Noi non possiamo fare a meno di Londra, la capitale che per alcuni anni ha resistito all’offensiva del Terzo Reich. Confesso che questa mia predilezione per quella che il fascismo chiamava la “perfida Albione” è influenzata da molteplici ragioni strettamente personali.

Ho conosciuto il primo suddito della Regina d’Inghilterra nel 1944, in casa mia. Era il capitano Holland, paracadutato in Alta Val Parma per guidare-controllare le formazioni partigiane. Dopo due mesi era riconosciuto da tutte le Brigate come guida guida capace, professionalmente indispensabile. La mia prima occupazione è avvenuta nelle campagne della valle dell’Avon, non lontano da Stratford. Amo la storia e la letteratura inglese. Da Ministro della Difesa  ho negoziato, alla luce del sole, l’acquisto dalla Royal Air Force di una flotta di aerei che servivano alla nostra Aeronautica. So bene che Londra è una della più popolate città…italiane, specialmente dalle elites che operano nell’economia e nella finanza. Qui vivono e lavorano 250 mila italiani. Anche quelli provenienti dalle valli del mio Appennino si sono fatti strada e sono fieri della loro duplice nazionalità.

Aggiungo infine che come sottosegretario all’Agricoltura e come Ministro delle Politiche Comunitarie ho attivamente collaborato con i Ministri del Regno Unito per gettare le masi del Mercato Interno dell’Unione.

Chiudo la parentesi per ricordare che l’Inghilterra è la patria del liberalismo, della Società Fabiana, del laburismo, delle Trade Unions, di Clement Attlee e di Tony Blair.

Insomma, se l’Europa perde l’Inghilterra perde se stessa.

Stanno per iniziare i negoziati fra L’Unione e il Governo di David Cameron in vista del Referendum che potrà decidere la secessione.

E’ di decisiva importanza che il negoziato si concluda con un’intesa che favorisca il rigetto dell’opzione anti-europea.

Trovo preoccupante che di questo appuntamento cruciale per la storia dell’Europa e dell’Occidente si parli pochissimo – anzi, quasi niente – in Parlamento, sui giornali, nel dibattito politico.

Immagino invece quanto sarebbe stata rilevante la questione ai tempi del socialismo di Bettino Craxi.

Noi, oggi, siamo una piccola comunità, erede di quella tradizione e dovremmo attivarci, per quel poco che possiamo fare, magari d’intesa con chi nel PD è incaricato di occuparsi dei problemi europei ed internazionali.

Una volta, per emergenze politiche di questa natura, si organizzava una “missione” per incontrare i compagni dell’altro partito del socialismo europeo. Perchè oggi dovremmo rimanere inerti? Sarebbe utile e doveroso promuovere il dialogo con il Labour Party: dunque  anche con il neo segretario-Corbyn, che non è poi il diavolo.

Altre considerazioni che mi sembrano meritevoli di attenzione. È bene contrastare  l’ipotesi, di cui si notano le avvisaglie, di un’Europa neo-carolingia. Ha poi ragione l’ex sottosegretario Dassù quando prevede che l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione agevolerebbe il distacco della Scozia dal Regno Unito, favorendo così la formazione di un’Europa costellata di tante “piccole patrie” (prima o poi, le nazioni dei Balcani e l’Albania).

Infine, la fuoruscita dall’Europa potrebbe trasformare l’Inghilterra in una sorta di proiezione oltre-atlantica degli USA, mentre è opportuno che il rapporto  fra gli Stati Uniti e l’Europa sia diretto.

Confido, in ogni caso, che i nostri dirigenti potranno promuovere – sul punto specifico, oltre che sulle altre questioni relative alla politica europea – una discussione ed un pronunciamento in sede parlamentare.

Fabio Fabbri

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