venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Politiche meridionalistiche e presunta fine dell’Unità d’Italia
Pubblicato il 10-11-2015


In un recente articolo apparso su “L’Unione Sarda” del 2 novembre u.s., (La fine dell’Unità d’Italia), Paolo Savona informa che il “Rapporto Svimez 2015” denuncia che “la situazione del Mezzogiorno è tragica, comunque la si esamini: il divario Nord-Sud dei redditi si amplia, la caduta del Pil meridionale nel corso della crisi è stata doppia rispetto a quella del Nord, tutti i settori produttivi hanno regredito e i trasferimenti pubblici si sono dimezzati”.

Savona informa anche che Jeffrey Franks, rappresentante per l’Europa del Fondo Monetario Internazionale, in occasione di una sua recente conferenza tenuta presso il “Centro per gli studi europei” a Oxford, esprimendosi sulla situazione in cui versa il nostro Mezzogiorno, ha affermato che in pratica, in Italia, esistono due Paesi. Si tratta di un giudizio che Savona afferma di ripetere da tempo, ovvero che il fallimento della politica d’intervento nelle regioni meridionali ha determinato la spaccatura del Paese e la fine della sua unità politica. Savona sottolinea che il resto del mondo ha capito la triste realtà dell’Italia, mentre gli italiani e l’intera società politica fanno “finta che il problema non esista”.

La condizione attuale del Mezzogiorno, afferma Savona, “non “è frutto di un complotto” consumato ai danni delle regioni meridionali, ma “il risultato di nostri errori di politica economica a causa delle scelte di privilegiare l’offerta di assistenza rispetto a quella di opportunità e della scellerata politica di austerità fiscale dell’Europa”. Indirizzi, questi, che hanno determinato una riduzione della spesa pubblica in conto capitale, quando invece sarebbe stato necessario un suo incremento, precisando alle genti meridionali che privilegiare le spese in conto capitale in luogo di quelle correnti avrebbe favorito la soluzione dei mali endemici delle regioni del Sud, ovvero quelli dell’arretratezza e della disoccupazione.

L’indirizzo del Governo – continua Savona – è stato però quello tradizionale di mettere a disposizione della politica locale una “riserva finanziaria”, perché la utilizzasse per i soliti scopi exraeconomici; il “ricupero della forza delle idee” avrebbe invece dovuto suggerire che indirizzare gli investimenti in conto capitale costituiva la “condicio sine qua non” per superare l’arretratezza del Mezzogiorno, senza affidarsi agli effetti dell’”attesa messianica dei consumi”, supportati solo per la cattura del consenso elettorale e non già per migliorare l’offerta dei beni prodotti. Savona conclude che resta in attesa di conoscere il manuale di economia che sostenga che l’arretratezza e la disoccupazione possono essere superate privilegiando le spese correnti, in luogo degli investimenti in conto capitale. E’ davvero importante che compaia un simile manuale di economia, dove si dimostri come la crescita e lo sviluppo delle regioni arretrate del Mezzogiorno possono essere la conseguenza diretta ed esclusiva dei soli investimenti in conto capitale?. Al riguardo, la “forza delle idee” suggerisce suggerire più di un dubbio.

L’azione politica ed economica a favore delle regioni meridionali del Paese è sempre stata, dall’Unità ai nostri giorni, caratterizzata da una contraddizione, connessa ad un duplice fatto: da un lato, quello per cui le politiche d’intervento hanno sempre avuto come unico obiettivo il superamento della staticità delle sole condizioni economiche, prescindendo dalla presenza di un soggetto in grado di “gestirne” gli esiti; dall’altro, quello per cui non si è perseguita la creazione di un soggetto locale in grado, con la propria azione, di “rompere” la staticità di quelle condizioni, in quanto dotato delle necessarie capacità richieste per il superamento dell’arretratezza.

I limiti della politica d’intervento in favore del Mezzogiorno sono derivate dall’assunzione dell’ipotesi che la crescita e lo sviluppo delle regioni del Sud dell’Italia potessero essere la conseguenza di un “forte processo di industrializzazione”; è stata questa, infatti, la prospettiva di approccio al problema del Mezzogiorno che Pasquale Saraceno ha formulato con tutta evidenza. Secondo questa prospettiva, la modernizzazione delle regioni meridionali poteva essere promossa attraverso il miglioramento delle struttura sociale e del reddito disponibile con la realizzazione deliberata di un prolungato intervento pubblico straordinario in conto capitale. In tal modo, le regioni meridionali si sarebbero sviluppate “per forza propria”, prescindendo da ogni considerazione per gli aspetti extraeconomici che, nel Mezzogiorno del dopoguerra, come all’indomani della raggiunta Unità nazionale, erano ancora ampiamente deficitari rispetto alla creazione ed alla conduzione di un sistema sociale e produttivo moderno.

L’erogazione dell’ingente volume di spesa pubblica avviata prima e dopo il 1950 a favore delle regioni meridionali, in assenza dei presupposti sociali e produttivi necessari per il perseguimento dell’obiettivo della loro modernizzazione, non ha tuttavia prodotto i risultati attesi. Nel corso degli anni Ottanta, però, come reazione al mancato conseguimento dell’obiettivo perseguito, sono sorti i “movimenti leghisti” che, a tutela degli interessi territoriali delle regioni più avanzate, hanno criticato le politiche di intervento sino ad allora attuate. Le critiche di questi movimenti hanno condotto alla crisi della cosiddetta prima Repubblica e, con l’avvento della seconda, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, hanno condotto all’abolizione dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno.

E’ accaduto così che, soprattutto nel dopoguerra, l’identificazione della politica economica meridionalista con la logica degli interventi pubblici straordinari, prevalentemente orientati al finanziamento di investimenti in conto capitale, senza le necessarie trasformazioni sociali ed istituzionali, abbia per lo più favorito il miglioramento del reddito disponibile, trasformando in senso assistenziale l’intervento straordinario. Ciò è accaduto perché è stato del tutto disatteso l’aspetto essenziale della questione meridionale, che non riguardava solo la consistenza delle risorse economiche necessarie alle regioni del Sud dell’Italia, per la loro sola modernizzazione economica, ma anche e soprattutto la struttura sociale ed istituzionale, per la formazione di quel presupposto soggettivo che sarebbe stato necessario al fine di sottrarre il Mezzogiorno agli esiti esiziali della contraddizione della quale si è detto.

Per via del fallimento dell’intera politica meridionalistica, a partire dagli anni Novanta, è maturata la decisione di un radicale mutamento delle strategie di intervento che avrebbero dovuto essere supportate da procedure implicanti l’adozione di una nuova metodologia di programmazione. Il mancato cambiamento rispetto al passato dei risultati conseguiti, anche con l’adozione delle nuove procedure programmatorie, avrebbe dovuto suggerire la necessità di riflettere sulle cause del costante esito negativo dell’intervento a favore delle regioni meridionali. La riflessione avrebbe dovuto individuare tali cause nel fatto che le politiche di intervento hanno sempre trascurato la “cura” degli aspetti non economici, di quelli istituzionali in particolare, che hanno sempre condizionato la crescita e lo sviluppo del Mezzogiorno.

Che fare, allora, per rilanciare la crescita e lo sviluppo dell’intera area meridionale? Basta limitarsi ad abolire la “specialità” delle politiche pubbliche finora seguite, oppure è preferibile “puntare” sullo sviluppo locale attraverso una reale discontinuità procedurale rispetto al passato? In realtà, occorre una politica pubblica innovativa, che risulti essere la sintesi della rimozione del modo in cui tradizionalmente sono stati realizzati gli interventi di sostegno e della valorizzazione della capacità dei contesti locali, per aumentare la redditività del Mezzogiorno, attraverso il miglioramento della dotazione delle necessarie economie esterne materiali ed immateriali; attraverso, cioè, il miglioramento delle infrastrutture, dei servizi, della ricerca, della formazione, della qualità sociale ed urbana, delle reti cooperative e della propensione a collaborare degli agenti privati e pubblici per “dare voce”, mediante un’attività innovativa, sul piano nazionale, come sottolinea la più recente letteratura, alle istanze originanti dai diversi territori.

Oggi il Mezzogiorno non è più, come osserva Gianfranco Viesti, “la terra della miseria e del sottosviluppo”, in quanto l’intera sua società civile, ironia della sorte, appartiene, grazie alla solidarietà nazionale, alla parte ricca del mondo. In esso si riscontra certo la presenza di fasce sociali povere; tuttavia, le genti del Sud hanno una speranza di vita, tra le più elevate del mondo, del tutto simile a quella media italiana ed europea. Dal punto di vista delle condizioni di vita, il quadro delle regioni meridionali non è, dunque, catastrofico; ciò che è catastrofico è il modo in cui le società civili del Sud hanno consentito, e continuano a consentire, che le risorse a disposizione siano utilizzate in modo del tutto particolare, secondo gli interessi prevalenti dalle classi dominanti, spesso legittimate da ingiustificati rapporti di complicità con le classi subalterne, impedendo così che sia risolto l’antico problema dell’insufficiente integrazione dell’economia e delle società civili meridionali nel più ampio ambito dell’economia e della società nazionale.

L’obiettivo del neomeridionalismo, allora, dovrebbe essere quello di aiutare sul piano istituzionale le genti del Sud perché, dotate di una maggiore autonomia istituzionale, possano decidere responsabilmente di utilizzare le risorse a loro disposizione in modo da portare il reddito prodotto all’interno delle loro regioni ad essere sempre più prossimo a quello del quale ora dispongono, sino ad inserirsi in un processo virtuoso di crescita e sviluppo futuro stabile e certo.

Gianfranco Sabattini

 

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