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Opinioni e commenti
 

Shalabayeva. Agenti accusati di sequestro
Pubblicato il 27-11-2015


shabalayevaI pm di Perugia hanno inserito nel registro degli indagati il capo dello Sco Renato Cortese, il questore di Rimini Maurizio Improta, 5 poliziotti e il giudice di Pace Stefania Lavore, l’accusa per tutti è quella di sequestro di persona per il caso Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Ablyazov espulsa dall’Italia. Agli indagati sarebbe stata notificata un’informazione di garanzia. Le accuse nei confronti di Cortese e Improta sono riferite a quando i due erano rispettivamente il capo della squadra mobile di Roma e il capo dell’ufficio stranieri della questura della Capitale.

Con la stessa accusa, nel registro degli indagati della procura perugina – competente ad indagare in quanto è coinvolto un giudice del distretto di Roma – compaiono poi Luca Armeni e Francesco Stampacchia, all’epoca rispettivamente dirigente della sezione criminalità organizzata e commissario capo della squadra mobile di Roma, Vincenzo Tramma, Laura Scipioni e Stefano Leoni, tre poliziotti in servizio presso l’ufficio immigrazione.

Renato Cortese, Maurizio Improta e altri due dei poliziotti indagati per la vicenda Shalabayeva, avrebbero omesso di attestare che la donna si identificava come moglie del dissidente-ricercato kazako Ablyazov pur conoscendone le sue generalità. Per questo sono accusati, oltre che di sequestro di persona, anche di omissione di atti d’ufficio e falso. In particolare, secondo l’accusa, Francesco Stampacchia, all’epoca dei fatti commissario capo della Squadra Mobile di Roma, avrebbe consegnato a Maurizio Improta, capo dell’Ufficio Stranieri della questura della capitale ed oggi questore di Rimini, un Cd con le fotografie di Alma ed Alua riprodotte dal passaporto, che si trovava materialmente presso gli uffici della Mobile perché sequestrato.

Il caso scoppiò nel maggio del 2013, quando gli agenti della Mobile e dell’Ufficio Stranieri si presentarono nella villa a Casal Palocco di Alma Shalabayeva, moglie di un dissidente rifugiato in Francia, con un mandato di cattura dello Stato kazako rilanciato dall’Interpol. La donna fu espulsa rapidamente dall’Italia a bordo di un aereo pagato dall’ambasciata kazaka insieme alla figlia Alua di sei anni, dopo un passaggio nel Centro di identificazione ed espulsione. Ci fu subito dopo uno scaricabarile su colpe e competenze e l’anno successivo, la Cassazione in una sentenza stabilì, che madre e figlia non dovevano essere espulse dall’Italia e il provvedimento di rimpatrio era viziato da “manifesta illegittimità originaria”.

Redazione Avanti!

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