martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Tunisia da difendere. L’Isis attacca libertà conquistate
Pubblicato il 25-11-2015


tunisiaNon è la prima volta che la giovane democrazia tunisina trema, ma stavolta ad essere attaccato è il cuore delle istituzioni repubblicane. L’attacco di ieri dopo le stragi jihadiste al Museo del Bardo e nel resort turistico di Sousse, non ha avuto come obiettivo turisti stranieri, ma un autobus che trasportava un gruppo di guardie presidenziali. Il corpo della Guardia Presidenziale è composto da un élite di 2.500 unità tra le più addestrate e stimate del Paese, e finora era scampato a qualsiasi attacco a differenza degli altri corpi militari e di polizia, già obiettivo di agguati e imboscate dal 2012.

L’autobus è andato letteralmente in pezzi: una fonte della sicurezza ha parlato di una dinamica compatibile con un’esplosione dall’interno del bus, probabilmente a causa di una bomba a bordo o di un kamikaze che ha azionato una cintura esplosiva. Subito dopo è stato dichiarato lo Stato d’emergenza per 30 giorni e il coprifuoco a partire dalle 21 alle 5 del mattino.

Il presidente Beji Caid Essebsi ha promesso: “Siamo in guerra con il terrorismo, ci attrezzeremo”, mentre per oggi è stata convocata una riunione del comitato sicurezza. Il ministero dell’Interno tunisino ha precisato che le 12 vittime, tutti agenti, sono state identificate attraverso le impronte digitali. La procedura non è stata applicata al tredicesimo cadavere perché non sono state rinvenute dita ed è stato quindi disposto un esame del Dna.

Oggi anche il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, si è rivolto ai deputati europei per il problema del terrorismo, invitando l’Europa a restare unita perché “nessun Paese può farcela da solo”.


Aiutare la Tunisia per difendere anche l’Italia
di Bobo Craxi

Daesh (o Isis) ha rivendicato l’attentato del pomeriggio di martedì a Tunisi, che fa seguito all’escalation terroristica di queste settimane. Pur ritenendo che questo attentato abbia una matrice interna di cellule di radicalismo salafita in sintonia ma scollegate al più corposo raggruppamento che controlla ampie fette di Siria e Iraq, è evidente che ci troviamo di fronte ad una minaccia assai prossima alle nostre frontiere in grado di offendere e colpire.

Ciò che la Tunisia non è in grado di assorbire e che rischia di trascinarla in una condizione non dissimile da quella che visse l’Algeria per tutti gli anni novanta, può essere determinato dall’esplodere di una situazione che vede una larga ed incontrollata fetta di popolazione autoctona addestrata all’uso delle armi e facilmente manipolabile a causa delle difficili condizioni economiche che da troppo tempo gravano su questo piccolo Paese.

È vero, si è detto e ripetuto, che la Tunisia è apparsa un modello ben riuscito di rigenerazione democratica e di salvaguardia del pluralismo culturale che l’ha sempre contraddistinta. Ancor di più per il coinvolgimento del partito ispirato dai fratelli musulmani (H’nada; seppur diviso e inconcludente alla prova di governo) che ha alimentato delle speranze al fine di determinare una felice sintesi fra le diverse opzioni politiche, quella laiche, quelle progressiste e quelle di carattere religioso. Tuttavia la fragilità del contesto internazionale, l’irrisolta questione libica che preme alle sue frontiere, le minacce ricorrenti dei ‘cani sciolti’ del salafismo più radicali, rigettano la Tunisia, dopo gli attentati di quest’estate, nel pessimismo più cupo.

A questo si aggiunge lo sbandamento del partito di Governo al potere (nida’a Tunis): un coacervo di tendenze diverse riunitesi per tenere testa al potere islamista e che sta tuttavia sprofondando in una lotta tutta interna, oserei dire “all’italiana”. Si prevedono poi inevitabili future elezioni presidenziali, poiché nonostante la massima carica oggi sia detenuta da un coraggioso patriota, Caid Essebsi, tuttavia il Presidente veleggia verso un’età avanzatissima.

Ciò che va fatto è prendere sul serio il disagio dei tunisini che non può essere considerato solo un affare loro e che per l’altra sponda del Mediterraneo, a cominciare dall’Italia, è strategica non tanto per i nostri interessi economici quanto per gli insorgenti problemi di sicurezza. Inoltre il fallimento del modello tunisino svilupperebbe ancora di più l’idea che la crisi degli Stati-nazione arabi non sia soltanto una questione del vicino Oriente, ma anche dei Paesi arabi del Mediterraneo che di fatto confinano con l’Europa.

Dobbiamo offrire loro tutto il nostro sostegno, tutta la nostra capacità di garantire una sicurezza interna, tutta la nostra esperienza nel settore della prevenzione, tutto il know how in materia di lotta al terrorismo.

I terroristi sono isolati, non godono della simpatia della popolazione, l’agguato ai cittadini tunisini servitori dello Stato viene interpretato come un’offesa e un attentato alle loro libertà conquistate con così tanti sacrifici.

Il processo di secolarizzazione in Tunisia ha avuto uno sviluppo lungo il corso del secolo scorso, vi sono sempre state sacche di conservatorismo nelle aree meno sviluppate e progredite del Paese, l’Islam è stato considerato come un elemento salvifico, ma la stragrande maggioranza della popolazione ha conquistato da tempo (in particolare quella femminile) un grado di consapevolezza e maturità tale da non voler consentire il rovesciamento dell’impostazione originaria che fu propria dei padri fondatori della Tunisia.

Se condannassimo il Paese all’isolamento per calcolo o per paura, faremmo un pessimo investimento politico, questa è la ragione per la quale si ritiene indispensabile aprire gli occhi anche al di là del Mediterraneo, che è il nostro cortile di casa.

Bobo Craxi

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