martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

‘Vivà’ Nenni, un’eroina
senza tempo
Pubblicato il 30-11-2015


Vivà Vittoria NenniVivà era il nome con cui in Francia era conosciuta Vittoria Nenni, terzogenita di Pietro Nenni. Ed è anche il titolo di un bellissimo libro di Antonio Tedesco, appena pubblicato dalla Fondazione Nenni, in cui si racconta la storia di Vivà, dapprima bambina sbarazzina e gioiosa e poi eroina della resistenza francese durante la seconda guerra mondiale. E’ una storia di grande trasporto, in cui l’autore riesce a coniugare episodi storici con momenti di vita vissuta familiare, grazie alle testimonianze documentali ma anche alle fonti orali, quali quella di Maria Vittoria Tomassi, discendente della famiglia Nenni.

Nel 1927 Vivà ha dodici anni. Dopo non poche peripezie, con la mamma e le sorelle raggiunge il padre, esule a Parigi. Il clima in Italia era molto pesante e la scelta di vivere esuli all’estero per chi era esposto politicamente era quasi obbligata: pochi mesi prima a Milano le squadracce fasciste avevano aggredito la piccola Vittoria al ritorno da scuola e poi devastato la casa di Pietro, minacciandone la morte. Arrivata a Parigi, Vittoria vi si ambienta bene: le piacciono le passeggiate nei boulevard con la sorella Vany, le vetrine illuminate, lo studio e la frequenza delle compagne francesi. Vivà era forse, tra le quattro figlie di Nenni, quella meno impegnata in politica. Era giovane e desiderava approfittare della vita e di quanto le offriva Parigi, una città socialmente e culturalmente molto avanzata rispetto alle altre capitali europee che vivevano all’ombra del nazifascismo. A Parigi le donne potevano esprimere la loro personalità,Presentazione libro Vivà Nenni mentre in Italia, ad esempio, prevaleva la retorica e la donna era relegata al ruolo di guardia del focolare domestico. La Francia rappresentava dunque un baluardo di libertà e a Parigi avevano trovato rifugio molti esuli antifascisti. Qui il giornalista Pietro Nenni, pur tra mille difficoltà contingenti, portava avanti la sua battaglia contro il fascismo ed il franchismo.

Poi arriva la guerra. Pietro Nenni à costretto a rifugiarsi nei Pirenei per non cadere nelle mani dei nazisti e lascia alle due figlie Vivà e Vany la gestione della tipografia che, dopo mille sacrifici, era riuscito ad acquistare a Parigi. Vittoria, che nel frattempo si era sposata con l’amato Henri Daubeuf, pian piano inizia a collaborare con la resistenza francese. Alla ragazza sbarazzina subentra, quasi in continuità, una donna che lotta per i principi di libertà. Quei principi che, congiuntamente alle amicizie che aveva coltivato a Parigi, la inducono a mettere la tipografia a disposizione per la stampa notturna di opuscoli e giornali clandestini, trascinando in questa avventura il riluttante Henri. Il principale obiettivo era quello di risvegliare le coscienze, spingendo i francesi a resistere all’occupante. Così come poi puntualmente avvenne, tanto da scatenare la reazione tedesca, decisa, con l’aiuto dei collaborazionisti francesi, a smantellare le reti clandestine di propaganda. In una retata di polizia, fu arrestato Henri e, poco tempo dopo, la stessa Vittoria.

Già in tale occasione, Vivà avrebbe avuto la possibilità di scappare, ma decise di restare accanto al marito, che in seguito morirà fucilato. Nel duro carcere Vivà si ritrova con una serie di prigioniere politiche che, come lei, avevano animato la resistenza francese. Qui ebbe una seconda occasione per sottrarsi all’amaro destino: se avesse rivendicato la sua nazionalità italiana, avrebbe evitato la deportazione. Non lo fece, preferendo restare con le sue compagne. Il peggio, però, doveva ancora arrivare. E così, nel gennaio del 1943, fu deportata ad Auschwitz insieme ad altre 229 prigioniere politiche antitedesche. Con loro condividerà la prigionia, terribile. Dopo appena quindici giorni dall’ingresso al campo, saranno 27 le decedute. Vittoria resiste ed anche nell’orrore di Auschwitz riesce a tenere alto il morale suo e delle sue amiche, tanto da diventare per le stesse un punto di riferimento. Sarà proprio l’amicizia, la solidarietà e l’unità a tenere in vita il gruppetto di otto amiche con cui Vittoria condivide gli stenti e le tragiche difficoltà di quei mesi. Purtroppo, proprio quando sembrava profilarsi un’alternativa ai duri lavori forzati all’esterno del campo, con la possibilità di un lavoro all’interno di una fabbrica, Vittoria si ammala di tifo e si spegne nel luglio del 1943.

Il padre Pietro porterà sempre nel cuore l’angoscia di non aver fatto tutto il possibile per salvare la figlia. Appresa la morte di Vivà dopo la liberazione dei campi, due anni dopo, nell’estate del 1945, Pietro Nenni si tormentava di non aver scritto al nemico-amico Mussolini, con il quale in gioventù aveva condiviso la cella in carcere, per chiedere che la figlia fosse salvata dagli orrori del campo. Avrebbe potuto farlo, ma i suoi principi glielo avevano impedito. Il suo rimpianto fu placato solo quando Charlotte Delbo, francese di origini italiane, la più vicina a Vittoria fra le deportate ad Auschwitz, riferì al padre a guerra finita che Vittoria le aveva lasciato questo messaggio: “Dite a mio padre che ho avuto coraggio fino all’ultimo e che non rimpiango nulla”.

Una storia, quella di Vivà e della famiglia Nenni, di libertà, di solidarietà, di coraggio, di umanità. Una storia che l’autore Antonio Tedesco ha saputo raccontare in modo eccellente, affrescando la narrazione con la descrizione dei luoghi e degli animi dei protagonisti. Grazie anche alle fotografie di archivio, sembra davvero di essere lì, con Vittoria, ma anche con Pietro, Carmen, Giuliana, Vany, Luciana, condividendone le aspirazioni, le difficoltà, i dolori, le angosce. Una storia racchiusa in un libro che non è assolutamente grigio, ma che sprigiona vitalità in ogni pagina. Una storia di grande attualità, che meriterebbe di essere raccontata nelle scuole. Si rifletta su come il fascismo poco a poco, complice anche la legge elettorale Acerbo, abbia occupato il potere e soppresso le libertà, spingendo gli uomini liberi all’esilio, e su come la barbarie, che credevamo ormai confinata alla storia, sta riemergendo sotto altre spoglie. Ma Vivà è anche la storia di Pietro Nenni, un uomo che non si dato mai per vinto e che ha sempre sentito la necessità di dover dare un esempio morale, non temendo le conseguenze per sé e la sua famiglia.

Ed è per queste ragioni che la Fondazione Nenni, grazie anche all’attivo interessamento del Presidente Giorgio Benvenuto, ha promosso la realizzazione di questo libro, recentemente presentato a Roma presso la sede nazionale della UIL. La Fondazione Nenni ha inoltre in serbo per il prossimo anno una serie di iniziative tese a celebrare la figura di Pietro Nenni come padre della Repubblica Italiana e l’apporto dei socialisti alla Carta Costituzionale. Oltre al consueto premio giornalistico, sarà infatti ripubblicato con commenti un libro autobiografico dello stesso Pietro Nenni, in cui il leader socialista descrive gli anni della fanciullezza, che tanto peso avranno poi sulle sue scelte di vita. Un ulteriore passo per dare continuità nel tempo a quegli ideali di libertà, fratellanza e solidarietà di cui Pietro Nenni e la figlia Vittoria sono stati fulgidi esempi.

Alfonso Siano

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