giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

A proposito
di “democrazia civica”
Pubblicato il 01-12-2015


Nell’articolo “La novità della democrazia civica”, diffuso dall’“Associazione il Socialista”, Roberto Biscardini sembra esprimere un alto gradimento per il “civismo metropolitano”, inteso come risposta istituzionalmente valida, non solo per il governo delle grandi città come Milano, ma anche per soddisfare, in generale, la crescente domanda “di una politica in grado di riscoprire la propria dimensione civica, come volontà di capire la realtà per risolvere questioni assolutamente concrete”.
Prescindendo da fatto che i segni della “riscoperta vivacità municipale” nel governo della grande città di Milano siano molti, il recupero di una visione istituzionale nuova sui problemi locali andrebbe posto in tutt’altra prospettiva; questa non dovrebbe essere pensata secondo la logica delle “cento città”, ognuna orientata indipendentemente dalle altre, com’è avvenuto per un lungo periodo della storia moderna del Paese, a risolvere i propri problemi; al contrario, essa andrebbe ricondotta ad una rifondazione dell’organizzazione complessiva dello Stato in senso federalista.

Attualmente, ciò che occorrerebbe superare è rappresentato, da un lato, dall’urgenza che le riforme istituzionali dello Stato succedutesi in anni recenti continuino a produrre effetti negativi e disgregatori della comunità nazionale e, dall’altro lato, che la riforma degli enti locali in corso, dopo la legge Delrio del 2014, avvenga nel senso di un riordino generale di tutti gli enti locali e dell’introduzione di rapporti innovativi tra i vari livelli istituzionali dello Stato.

Il federalismo, strumento utile per rilanciare la tenuta dell’unità nazionale, è stato sinora realizzato privilegiando aspetti particolari, passando da una riforma parziale all’altra dell’organizzazione dello Stato; in tal modo, questo ha acquisito un insieme di procedure di governo eterogenee, introdotte sulla base di due diversi criteri ordinatori: quello partitico-parlamentare, tipico dello Stato unitario regionalizzato; e quello autonomistico-territoriale, tipico dello Stato federale.

Stando così le cose, la struttura istituzionale che il Paese ha lentamente assunto è espressa da una sua sostanziale fragilità, aggravata dal fatto che il criterio privilegiato è stato quello autonomistico-territoriale. Questo, da un lato, ha tolto coerenza al centralismo preesistente in assenza dei necessari contrappesi; dall’altro lato, non ha comunque favorito la nascita di un sistema costituzionale federalistico efficiente.

Lo stato di cose appena descritto è accaduto perché molte delle riforme dell’organizzazione dello Stato sono state attuate in presenza di due diverse interpretazioni della funzione del federalismo: la prima volta ad impedire che le risorse prodotte nelle regioni “ricche” potessero essere utilizzate anche per rimuovere gli squilibri territoriali, settoriali e sociali esistenti tra le singole regioni e tra le loro diverse articolazioni territoriali; la seconda, orientata a ridurre la spesa pubblica, per assicurare la stabilità economica interna e l’aumento della credibilità internazionale del Paese.
Biscardini, nel suo articolo, afferma che il civismo costituirebbe un percorso utile per la valorizzazione della politica intesa come impegno civico, perché l’autogoverno locale non sarebbe né antipolitica, né la ruota di scorta dei partiti maggiori; al contrario, sarebbe un modello di governo alternativo, col quale la politica potrebbe recuperare il principio fondamentale di essere servizio sociale. Quest’idea di civismo, in realtà, non è che una riproposizione, in altre parole, del federalismo, con cui garantire l’apertura delle istituzioni nazionali alle istanze locali. Un federalismo così inteso, però, implica un’articolazione territoriale dei partiti, senza la quale sarebbe impossibile evitare che i partiti locali siano la “ruota di scorta” di quelli nazionali. La persistenza dell’organizzazione accentrata dei partiti varrebbe, infatti, a fare pesare continuamente, nelle relazioni tra il centro e la periferia, ostacoli di ogni sorta alla rimozione o all’affievolimento di qualsiasi forma di asimmetria decisionale esistente, a vantaggio dei livelli direzionali centrali.

E’ alla necessità di superare questa situazione che dovrebbe essere ricondotto il processo di riforma in senso federalistico dello Stato e del suo rapporto con il sistema tradizionale dei partiti. Sin dalla sua costituzione, infatti, il sistema regionalistico italiano, che nell’Assemblea Costituente ha sostituito l’opzione federalista, è stato imposto dalle scelte e dalle strategie del sistema centralistico dei partiti. La riorganizzazione territoriale dei partiti nazionali dovrebbe perciò costituire un obiettivo da perseguire parallelamente alla riforma istituzionale generale. Tuttavia, pur assumendo la possibilità di una sua realizzazione, l’articolazione territoriale dei partiti costituirebbe solo la condizione necessaria, ma non ancora sufficiente, perché diventi possibile una “reductio ad unum” della diversità delle istanze territoriali nell’unicità di una politica nazionale.

Perché l’articolazione territoriale diventi anche sufficiente per la realizzazione di una politica unitaria, affinché i partiti nazionali affievoliscano il loro “peso” sull’intera società civile nazionale, sarà necessario il contributo di tutte le società civili locali, per la “messa a punto” di un’azione unitaria, volta al superamento dello stato di debolezza strutturale nel quale è stato costretto a conservarsi dall’Unità ad oggi l’intero Stato Italiano.

Con l’attuazione del nuovo modello organizzativo dello Stato, aperto alle istanze locali, le articolazioni territoriali del Paese potranno così contrapporsi sul piano istituzionale allo Stato, non in termini conflittuali, ma in termini di complementarità; ciò nel segno del principio di sussidiarietà, secondo il quale quando un livello di governo inferiore è in grado di risolvere bene determinati problemi locali, quello superiore non deve interferire, ma eventualmente sostenerne l’azione. In tal modo, nella prospettiva del federalismo, le articolazioni territoriali cesseranno di essere intese unicamente come aggregati di soggetti uniti dal fatto di condividere caratteri comuni ereditati storicamente; ogni circoscrizione territoriale, dotandosi di un “involucro istituzionale” adeguato, potrà invece perseguire il proprio destino storico unito a quello delle altre circoscrizioni dell’intero Paese; destino da intendersi come “prodotto”, mai finito, di un processo politico aperto al pluralismo e affrancato dai vincoli espressi dai grandi apparati istituzionali centralistici, che hanno perso il loro ruolo di struttura portante dell’integrazione politica e sociale delle comunità nazionali.

Per rimuovere i condizionamenti esterni alla soluzione autonoma dei loro problemi, le comunità territoriali dovranno perciò dotarsi, non solo di una nuova organizzazione istituzionale, che preveda la partecipazione attiva di tutti i loro cittadini all’assunzione di decisioni rilevanti per il loro futuro, ma anche di un’organizzazione federalistica dei loro livelli di governo interni. In tal modo, l’insieme dei partiti locali potrà finalmente predisporre la soluzione autonoma dei problemi di ciascun territorio, senza la percezione d’essere la “ruota di scorta” di chicchessia e senza che le comunità periferiche neghino la loro appartenenza ad una più vasta comunità nazionale.

Gianfranco Sabattini

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