sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Banche, l’inguaribile
malcostume italiano
Pubblicato il 21-12-2015


L’azzeramento delle obbligazioni subordinate di Banca Etruria, Marche, Carife e Carichieti, balzate all’onore delle cronache europee dopo il drammatico suicidio di Luigino D’Angelo, pone il problema delle truffe provenienti dal sistema finanziario e creditizio nel nostro Paese che imperversano come una nuova peste, distruggendo risparmi e ricchezza e compromettendo la credibilità delle strutture di erogazione e controllo sul credito.

Intanto cancellare le obbligazioni da parte del Consiglio dei Ministri rappresenta un’azione confiscatoria che priva i risparmiatori di qualsiasi possibilità di rivalsa quando invece avrebbero potuto utilizzare il congelamento della restituzione del capitale o la conversione delle vecchie obbligazioni in titoli delle nuove banche nate dal falò delle vanità e infedeltà che le aveva distrutte.
Evidentemente giocare con i destini della gente è cosa buona e giusta e, come insegnano i numerosi esempi del passato, la truffa è una pratica diffusa. Sia si tratti di banche oppure grandi aziende che decidono di approvvigionarsi sul mercato finanziario, c’è sempre un parco pecore da tosare o addirittura uccidere per far quadrare conti sempre più ballerini.

I casi di Cirio e Parmalat, due colossi alimentari all’apparenza solidi, redditizi e con una lunga tradizione alle spalle lo dimostrano. All’inizio degli anni 2000 la Cirio, fortemente indebitata con le banche e a un passo dal default, emette obbligazioni per un miliardo e 100 milioni di euro, le banche creditrici prima le comprano e poi le rivendono a 35000 ignari risparmiatori.
Dall’esame dei conti risulterà che il risparmio raccolto è servito non a finanziare investimenti ma a ripagare le banche dei loro prestiti. E nella lunga querelle giudiziaria seguita, la metà dei risparmiatori non ha avuto restituito nulla, una gran parte dei restanti una cifra decurtata di oltre la metà e solo una piccolissima parte l’intera somma.

Le banche in quel caso hanno venduto obbligazioni marce conoscendo esattamente lo stato di salute dell’emittente, rifilando agli inconsapevoli acquirenti un prodotto a perdere.
L’art. 1490 c.c. “impone al venditore di garantire che la cosa venduta sia immune dai vizi che la rendono inidonea all’uso cui è destinata o ne diminuiscano in modo apprezzabile il valore” questa previsione si applica ai piccoli venditori, le banche non sono venditori qualsiasi e spesso non rispondono del loro operato.

Qualche anno dopo lo scherzo si ripete. Di mezzo c’è sempre una grande, anzi enorme azienda e grande, anzi enorme, sarà la dimensione della truffa. Lo schema è lo stesso, si fanno acquisizioni con il denaro preso a prestito, con il cash si foraggiano protettori e amici non disdegnando di corrompere e acquisire benevolenze.
Per supplire a bilanci sempre più in difficoltà si ricorre ai prestiti obbligazionari e si lascia che a piazzarli siano le banche, le migliori banche, quelle dentro giganteschi palazzi, così enormi che immaginarli cadere è solo un incubo.
Alla fine del gioco la truffa sarà di 14 miliardi di euro, i truffati 150mila. E anche se il risanatore della società, oggi in mano francesi, ha operato con meno crudeltà del governo, convertendo in warrant che scadono tra pochi giorni i diritti vantati dai truffati resta il problema della scarsa vigilanza e dei ripetuti imbrogli ai danni dei risparmiatori.

L’elenco dei raggiri è lungo a cominciare, negli anni 80, da Sgarlata e 18mila frodati, passando per Finmatica, Giacomelli Sport, Fantuzzi e altri, tutti casi di bond emessi in accordo con le banche, vendute dalle stesse e poi non pagati alla scadenza per insolvenza della società emittente.

Ma quella che una volta si sarebbe chiamata la madre di tutte le truffe ha dimensione internazionale, applicazione locale e, con perfetta italica continuità, nessuno chiamato a pagare.
Libor ed Euribor sono le sigle che indicano il tasso interbancario, il tasso di riferimento delle transazioni tra banche fissato da un’agenzia cui affluiscono i tassi dichiarati dalle banche scremate, come nelle gare d’appalto, da quelli troppo alti o troppo bassi.

Ma il sistema bancario non mise troppo tempo a capire, come già gli appaltatori quando vogliono pilotare una gara, che facendo cartello avrebbero potuto manipolare il tasso interbancario e di conseguenza aumentare oltre i valori di mercato i tassi da gravare sulla clientela.
Così mentre l’inflazione subiva robuste battute d’arresto, i mutui a tasso variabile contratti nell’idea che la stabilità monetaria e la vigilanza europea li avrebbe mantenuti bassi, viaggiavano in libertà trasformando rate, prima compatibili con i bilanci familiari e il sogno di una casa, in vere tragedie. Da 700 euro mensili a 1200 in un semestre e insolvenze a catena. Case confluite nei patrimoni bancari e soldi e sacrifici di migliaia di risparmiatori svaniti.
Quando finalmente i governi si accorsero del semplice marchingegno che stava rovinando milioni di famiglie, corsero ai ripari sanzionando i protagonisti. Barclays, Societé Generale, Deutsche Bank, Hsbc e Rbs subirono multe milionarie ma nessuna misura di questo genere è stata applicata in Italia.
Negli Stati Uniti, luogo da cui si sono originate buona parte delle tempeste finanziarie degli ultimi decenni, i protagonisti delle truffe sono perseguiti duramente e seppelliti dentro le carceri sotto montagne di anni di detenzione.
Ottocentoquarantacinque anni per Sholam Weiss, condannato per aver sottratto milioni di dollari dai fondi pensione, o Bernard Madoff condannato a 150 anni di carcere per una truffa da 65 miliardi di dollari.

I mali italiani che riaffiorano con frequenza suscitando indignazione e pochi rimedi, hanno radici antiche. Intanto la scarsa condanna sociale. Nell’Italia che ammira i furbi, i protagonisti dei raggiri milionari o miliardari spesso la fanno franca e riescono persino a godersi i frutti occultati. Oppure, dopo una pausa dorata, sono di nuovo in sella alla guida di grandi istituti finanziari che solo un cavillo lessicale non include tra le attività inibite. A un contesto di tolleranza e protezione corporativa si è aggiunto un ruolo della politica sempre più sottoposta a voleri esterni che la orientano e condizionano. Immaginare che l’Italia di domani non conosca scandali di questo genere, che i risparmiatori siano protetti, i clienti delle banche non vessati è solo un pio desiderio. Le attuali regole, tutte scritte a favore di una parte e a sfavore di tutte le altre, consentono solo timide e inefficaci difese. L’unica possibile resistenza è vigilare, non dimenticare e indignarsi fino a costringere i governi di turno a difendere i cittadini e non i grandi interessi.

Aldo Penna

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