lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Banche, una banale truffa
non una sciagura naturale
Pubblicato il 12-12-2015


Nella vicenda del salvataggio delle quattro banche fin qui condotta con ragionevole serietà da parte del Governo, tra gli esponenti politici, anche di centrosinistra, sta emergendo la tentazione di scaricare molte colpe sull’Europa, evitando così di riconoscere le evidenti responsabilità di una cattiva gestione, pubblica e privata, del sistema creditizio.

Il caso del suicidio del pensionato di Civitavecchia che ha perso d’un colpo tutti i suoi risparmi investiti nelle obbligazioni subordinate della Banca dell’Etruria mentre ha dipinto nei colori del dramma una storia che è stata fin qui giocata solo sull’interpretazione delle leggi, ha però improvvisamente, e assai utilmente, gettato un fascio di luce su quello che adesso appare essenzialmente per quello che è: una truffa, una banale di massa.

Si è capito che i dipendenti delle banche coinvolte nel crack erano spinti a vendere forme di investimento ad alto rischio senza, almeno in molti casi, spiegare davvero al risparmiatore la portata del passo che si accingevano a compiere. E c’è di che preoccuparsi se davvero sono 60 i miliardi di euro che i risparmiatori iatliani hanno impegnato in obbligazioni uguali a quelle del pensionato di Civitavecchia.

A onor del vero, dobbiamo anche riconoscere che un ruolo in questa vicenda l’ha giocata pure una certa dose di furbizia. Non tutti erano ingenui e molti hanno probabilmente creduto molto volentieri alle lusinghe di chi prometteva di fargli incassare interessi che erano anche dieci volte superiori a quelli che avrebbero ottenuto con i normalissimi BOT. Insomma storie conosciute, come le cronache ci hanno raccontato tante volte con le vicende di broker e finanzieri d’assalto che hanno gabbato centinaia di investitori, ma mai in queste proporzioni.

In questi casi stiamo parlando però di istituti di credito, sottoposti alla vigilanza della Banca d’Italia, che dovrebbero comportarsi rispettando precise regole di deontologia. Negli Stati Uniti le banche sono obbligate a tenere conto del profilo di rischio dell’investitore e non possono nascondersi dietro un mucchio di fogli scritti in un linguaggio tecnico non di facilissima comprensione e stampati in corpo 7. Se lo fanno, la SEC (Securities and Exchange Commission), l’equivalente della nostra Consob, ma assai più seria, costringe le banche a restituire i soldi all’investitore.

Nel nostro caso bisognerà capire – bene anche con una commissione parlamentare d’inchiesta – se la pure Banca d’Italia ha fatto tutto il suo dovere, ma in ogni caso appare evidente che siamo di fronte a una truffa in grande stile e come in tutte le truffe, tocca prima di tutto individuare i responsabili e chiamarli a restituire il maltolto.

Non siamo di fronte a una crisi umanitaria, a una sciagura imprevedibile come un terremoto o un’inondazione, ma a truffatori in giacca e cravatta e dunque ci si dovrebbe comportare come ci si è sempre comportati fino a oggi in questi casi. Allora non si capisce davvero perché mai dovrebbe essere lo Stato, ovvero la collettività, a riparare il danno. Casomai dovrebbe intervenire in seconda battuta il sistema bancario perché è il sistema bancario che rischia col danno di immagine anche una fuga in massa degli investitori. Se c’è un piano, un ‘fondo di solidarietà’, per aiutare una parte dei risparmiatori, è giusto che non un euro esca dalle casse dello Stato.

E non si capisce neppure cosa centri la polemica, più o meno esplicita ma tanto di moda, con le regole europee, con Bruxelles e con l’ultima legge che anche gli europarlamentari italiani hanno votato: il bail-in. Una buona legge, tant’è che perfino i rappresentanti della Lega si sono limitati all’astensione e se oggi protestano è solo perché sono demagoghi bugiardi a caccia di voti un po’ come fanno i Cinque stelle sempre pronti a saltare sulla schiena della prima tigre che passa.

Il bail-in serve proprio a evitare che i danni provocati da banchieri incapaci o in malafede, vengano ripagati dalla collettività. Per questo sono chiamati a pagare di tasca propria secondo una scala proporzionale di compartecipazione al rischio, prima loro, poi gli azionisti e in seconda battuta anche chi ha sottoscritto le obbligazioni subordinate; e infine anche i correntisti ma solo sopra la soglia dei centomila euro.

Il buon senso dovrebbe consigliare di far pagare davvero i colpevoli: i vertici delle banche (anche il papà della ministra Boschi che era vicepresidente della Banca Etruria), i quadri dirigenti, i controllori che non hanno controllato, tutti quelli in una parola che erano consapevoli che dei risparmiatori venivano truffati.

Oppure vogliamo tornare al passato, al buio dove tutti i gatti sono bigi? Annacquare le regole comunitarie appena sottoscritte e risarcire anche parzialmente i truffati coi soldi pubblici? Sarebbe come confermare per l’ennesima volta la pessima regola che i guadagni sono dei privati e le perdite della collettività.

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