domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Campi Flegrei, arriva (tardi) l’Ente Parco
Pubblicato il 11-12-2015


Campi flegreiIl territorio dei Campi Flegrei costituisce una delle aree regionali a più alta valenza ambientale e storico-archeologica. L’area su cui insiste il Progetto si configura come un sistema territoriale paesistico – culturale – ambientale, fortemente integrato. I Campi Flegrei sono la sede della fondazione della più antica città della Magna Grecia, Cumae, (VII, VIII sec a.c.), che a sua volta ha fondato Napoli.
In epoca imperiale romana i Campi Flegrei costituivano il secondo sistema urbano territoriale del mondo. Tale sistema comprendeva il porto e la città commerciale di Puteoli, i porti militari di Lucrino e Miseno, il sistema delle ville imperiali e termali di Baia-Bauli e la città “greca” di Cuma. Il territorio è contraddistinto da un unico sistema vulcanico, l’archiflegreo, in continua evoluzione (ultima eruzione Montenuovo 1538; ultima crisi bradisismica 1983). La natura vulcanica dei luoghi ha determinato il formarsi di importanti valori: la particolare bellezza paesaggistica e naturale la presenza di acque termali di ottima qualità, la presenza di insenature naturali; la copiosa presenza del tufo e della pozzolana; straordinari materiali da costruzione; un mare pescoso; una campagna fertile la cui produzione più pregiata è rappresentata dal patrimonio di vitigni originari unici al mondo. Ma quale importanza oggi assume l’Ente Parco nel contesto territoriale, ma soprattutto, quali sono le difficoltà gestionali che deve affrontare?
Il Parco regionale dei Campi Flegrei è un parco che andava realizzato: in primis per l’importanza archeologica del territorio, ricco di risorse artistiche e monumentali, ma anche per l’elevata importanza naturalistica del luogo. Poi perché in una zona concentratissima di costa marina, con promontori che scendono a picco sul mare, nidificano esemplari quali il gabbiano reale, il falco pellegrino, il corvo imperiale, il gheppio e altri uccelli di razze rare. E ancora per la macchia mediterranea, caratteristica in alcune zone, dove è ben conservata; si pensi ai   siti di   Cuma e la gariga di Capo Miseno. Ed infine per la presenza dei laghi, in questa zona si concentrano i principali invasi della provincia di Napoli.

Ma nonostante queste bellezze paesaggistiche e le grosse potenzialità turistico- ambientali della zona ci si chiede come mai il Parco non ha mai preso il “volo”. Ma soprattutto da cosa scaturiscono le difficoltà per la sua gestione? La prima sicuramente dipende dai tagli dei fondi che ogni anno contribuiscono a rendere la situazione drammatica. Ma anche leggi che nel tempo hanno reso problematica la gestione tecnica di questi siti.
La legge regionale 133 del 1993, ad esempio, ha escluso la presenza all’interno di essi dei guardia parco, affidando il controllo alla forestale, corpo che in Italia conta meno uomini dei vigili urbani. Ovviamente lo scarso controllo della zona ha contribuito all’interno del Parco al prorogarsi del fenomeno dell’abusivismo edilizio, ma anche al pullulare di micro discariche abusive, dove purtroppo si sversa di tutto.
Paradossalmente l’articolo 6 della legge 394 del 1991, in merito le Aree Protette, regola il ripristino dello stato dei luoghi qualora il territorio sia devastato da un’iniziativa di danno ambientale. Le demolizioni sono a carico dell’abusivo, ma deve anticiparle l’ente parco ed in taluni casi per recuperare i soldi è necessario attendere svariate decine di anni.

Un peccato, perché lo sviluppo di questa enorme e preziosa risorsa avrebbe avuto una ricaduta positiva sulle attività commerciali di tutta l’area flegrea e favorito un turismo di nicchia, stabile nel tempo. Mentre oggi per la zona si assiste ad un turismo di massa, mordi e fuggi, “rumoroso” e spesso scomodo per le amministrazioni comunali che sono costrette  a gestirlo.

Rosario Scavetta

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