sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Caracas, opposizione in testa chavismo al tramonto
Pubblicato il 09-12-2015


Con gli occhi del mondo concentrati sulle regionali francesi – che, per inciso, la Le Pen non ha ancora vinto pur avendo fatto del Front National il primo partito – in pochi si sono soffermati sul cambiamento epocale avvenuto in Venezuela.

Nicolàs Maduro

Nicolàs Maduro Moros

Mentre i media del mondo – e quelli italiani in particolare – si sono affannati a dipingere come “socialista” il partito di Nicolàs Maduro, in realtà il vero partito socialista venezuelano, Acción Democrática, sta dall’altra parte, da quella della maggioranza del popolo della repubblica sudamericana.

In pochi hanno notato l’errore. Tra questi il nostro direttore Mauro Del Bue, che ha operato il necessario distinguo, mentre alcuni giornali (tra i quali Il Secolo d’Italia) e TG hanno parlato di una fumosa “vittoria della destra”.

Se sembra che il populismo comunista-petrolifero di Chàvez e ora di Maduro (“socialista” solo di nome, nda) si sia finalmente incamminato sul viale del tramonto, è altrettanto palese che in pochi comprendono la vera essenza del voto venezuelano.

Un po’ di storia non farebbe male. In pillole, il Venezuela democratico pre-Chàvez era governato alternativamente da COPEI e Acción Democrática, due partiti moderati. Democristiano il primo, socialista il secondo. Chàvez tentò un colpo di stato nel 1992, contro il socialista Carlos Andrés Pérez. Fallì, ma fu rilasciato per amnistia dopo alcuni mesi di prigionia. Uscito vincitore, supportato da buona parte dell’esercito, dalle presidenziali del 1998, da allora Chàvez ha fondato il suo successo sull’utilizzo ingombrante dei media, lo scredito dell’avversario, l’autocelebrazione e il continuo mutamento delle regole elettorali e democratiche al fine di prolungare, praticamente all’infinito, la propria permanenza al potere. Tramutò la sua vittoria, inizialmente a-partitica, in quella di un paese neo-marxista, offrendo petrolio e amicizia a Cuba e a buona parte degli stati-canaglia o comunque invisi agli Usa (erano ottimi i suoi rapporti con Russia, Iran, Libia di Gheddafi, Iraq di Saddam Hussein). Non c’è però stato un vero miglioramento delle condizioni di vita dei venezuelani, né un’estirpazione della dilagante criminalità, tantomeno della diffusa corruzione. Per via della sua malattia, nel 2013, Chàvez cedette i poteri al luogotenente Maduro, poi vincitore di misura alle prime elezioni dopo la morte del Comandante.

L’opposizione, zittita e sbeffeggiata continuamente dai media ufficiali, raccoglie sì istanze eterogenee coalizzatesi in nome dell’anti-chavismo, ma è anche l’unica speranza di rinascita democratica di un paese dove il partito di governo basa buona parte della sua azione sul populismo, le chiacchiere, l’immagine di facciata e il richiamo ad una gloriosa quanto farlocca rivoluzione.

In realtà, la Mesa de la Unidad Democrática, raccoglie in gran parte partiti socialisti, socialdemocratici, cattolici, liberali, radicali, progressisti, ambientalisti, dei quali solo una minoranza è parte della vera e propria destra conservatrice e\o nazionalista.

Restano i dati di fatto. Per la prima volta il governo è stato messo in minoranza (due terzi dell’assemblea nazionale sono in mano all’opposizione) e difficilmente Maduro – che intanto ha dato via a un rimpasto per poter procedere “a una profonda ristrutturazione del governo nazionale” – rimarrà in carico fino a fine mandato.

Tanto è vero che i socialisti di Acción Democrática già parlano di “riforma del modello” che per anni ha inseguito le utopie già fallite in Unione Sovietica, Cuba e Vietnam.

Il Venezuela ha una seconda possibilità. Dai Caraibi alle Ande sembra splendere un nuovo sole.

Giuseppe Guarino

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