giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Con Pamuk a Istanbul
per una storia d’amore
Pubblicato il 04-12-2015


 “La stranezza che ho nella testa” e il titolo dell’ultimo romanzo del turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura, che ha presentato mercoledì sera presso la Sala Petrassi, all’interno dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.

L’autore turco è stato ospitato per l’anteprima della settima edizione di LibriCome, Festival del Libro e della Letteratura, che si svolgerà dal 18 al 20 marzo 2016, presso l’Auditorium Parco della Musica. La serata è stata presentata dal conduttore Marino Sinibaldi e per la traduzione dall’inglese delle parole di Pamuk, è stata chiamata Marina Astrologo, rinomata traduttrice italiana del best-seller mondiale Harry Potter e la Pietra Filosofale.

Orhan PamukL’opera del Premio Nobel per la Letteratura è un’opera ambiziosa, frutto di anni di ricerche, interviste e raccolta di informazioni, realizzate dall’autore stesso in Turchia, che sono andate a costituire un archivio di dimensioni considerevoli. Tanto che, come racconta lo scrittore turco, da racconto breve quale aveva immaginato, il libro si è trasformato in un vero e proprio romanzo di quasi seicento pagine. Lo stile è quello del romanzo vittoriano ottocentesco, e proprio come Dickens si immedesimava nella sua città, Londra, così Pamuk si identifica con la sua Istanbul. Ma, ci tiene a sottolineare l’autore, i toni non sono quelli melodrammatici e nostalgici dei libri di Dickens. Anzi, per alcuni tratti, emerge all’interno del libro un filo picaresco che dona un tono fiabesco, surreale, quasi magico alla vicenda narrata. L’uso del discorso indiretto libero, il passaggio frequente dalla prima alla terza persona e le voci spesso divergenti e “inaffidabili” dei personaggi che spaziano da molteplici punti di vista, fanno comprendere perché Pamuk si definisca un narratore sperimentale; anche se, assicura lo scrittore turco, i suoi libri devono sempre risultare leggibili al pubblico. Il suo intento, spiega Pamuk, è stato quello di esplorare l’umanità seria e profonda di una persona umile e innocente come quella di Mevlut, il venditore di boza, protagonista del romanzo.

Il personaggio dell’ambulante costituisce l’escamotage che permette all’autore di dipanare un’epica del quotidiano, e allo stesso tempo di affrontare, colte dalla prospettiva di un immigrato dalle zone agricola nella “tentacolare” Istanbul, le questioni politiche della Turchia contemporanea, con tutti i suoi paradossi e i problemi che la caratterizzano. Così, all’interno del romanzo, ci si imbatte nel massacro dei curdi aleviti, minoranza rilevante all’interno del Paese, si passa per il colpo di Stato del 1980 e la guerra tra l’esercito turco e il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, negli anni ’90, fino all’ascesa al potere di Erdogan, che è storia recente e tutt’ora in fieri.

All’età di 12 anni Mevlut si trasferisce nella grande città assieme al padre e allo zio. È l’anno 1969. Dopo una serie di eventi tragici e sfortunati, Mevlut è costretto ad abbandonare gli studi e ad imparare il mestiere del padre: venditore di yogurt di giorno e di boza di notte, bevanda tradizionale turca fermentata a base di grano, quindi leggermente alcolica, ma socialmente accettata anche dai musulmani osservanti. Ma questa, come ci ricorda Orhan Pamuk, è soprattutto una storia d’amore. È al matrimonio di un cugino, che Mevlut, all’età di 25 anni, si innamora perdutamente di una bellissima ragazza, di cui ignora il nome. Per tre anni il ragazzo le scrive appassionate lettere d’amore, finché, una sera, grazie all’aiuto di un cugino complice, non riesce a rapire la ragazza amata, scoprendo soltanto più tardi che si tratta della sorella meno attraente. Le ragioni del cuore entreranno così in conflitto con quelle delle regole sociali nella testa di Mevlut e porteranno a risvolti inaspettati e davvero sorprendenti.

Il tema del matrimonio con la persona sbagliata è molto antico (è presente già nell’episodio di Rachele, all’interno della Bibbia) e si trova in diversi capolavori letterari, come l’Anna Karenina di Tolstoj e La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Ma, a differenza dei protagonisti di questi romanzi, Mevlut, ci spiega Pamuk, alla fine sarà contento di sposare la sorella “brutta” e instaurerà con lei un rapporto affettivo e lavorativo sereno e soddisfacente. Il libro tocca così anche il tema spinoso e sempre attuale del matrimonio combinato, che, secondo quanto afferma l’autore, è ancora largamente praticato nel suo Paese.

Un romanzo, quindi, sui destini umani, sull’intreccio indissolubile tra caso e volontà individuale e, soprattutto, sulla grande città che fa da sfondo a tutto il romanzo: Istanbul. Già protagonista del suo libro di memorie intitolato, appunto, Istanbul, in questo romanzo la capitale turca è di nuovo al centro della scena. Città che si considera povera e provinciale, relegata ai margini dell’Europa, cresciuta su delle rovine, ma che agli occhi di Mevlut, che arriva qui all’inizio degli anni ’70, appare piena di promosse. Una città in continua trasformazione, decadente ma allo stesso tempo seducente, che trasmette un senso di ambiguità e di malinconia, non molto diverso da quello che si prova passeggiando per le strade di Roma, la città eterna.

Alessandro Mancini

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