domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Gelli, Renzi e la P2 – Interviste a Claudio Martelli e Rino Formica
Pubblicato il 18-12-2015


Il Mattino
giovedì 17 dicembre 2015
Martelli: «Sulla P2 molte pagine oscure. E anche oggi legami sospetti»
Di Antonio Marzo

Onorevole Claudio Martelli, lei ha conosciuto Gelli e ne è stato anche vittima. Cosa resta, 35 anni dopo, di quel ciclone politico-istituzionale che fu suscitato nel maggio del 1981 dalla pubblicazione della lista degli iscritti alla Loggia P2, sequestrata due mesi prima, a Castiglion Fibocchi nella villa di Licio Gelli?
«Trentacinque anni dopo c’è ancora un tramestio di legami sospetti, coperti, tra gruppi di interesse, grande finanza e politici. Poi, a parte, ci sono delle continuità locali, per esempio in Toscana. Penso anche all’articolo con cui Ferruccio de Bortoli si è congedato dal Corriere della Sera con l’accenno, tutt’altro che mascherato, all’odore stantio di logge massoniche. Dunque, uno dei più autorevoli giornalisti italiani ci dice che, trentacinque anni dopo, i vertici del potere politico puzzano di massoneria, deviata o non deviata che sia».

Torna la massoneria che dirige tutto e tutti?
«Intendiamoci, c’è massoneria e massoneria. La Francia ne è piena, come l’America, la Spagna, l’Inghilterra. Non è il caso di confondere la massoneria, anche quella italiana, con Licio Gelli o con quell’odore stantio di cui parlava de Bortoli. Bisogna capire che quella riservatezza che in realtà è segretezza, è arma di reclutamento e di ricatto al tempo stesso. A chi viene blandito, adescato e reclutato si promette la segretezza della sua adesione ma in realtà proprio questo diventa strumento di ricatto».

Lei non era iscritto alla P2. Ha incontrato Gelli tre volte, in quei primi anni Ottanta. Poi lo stesso Gelli l’ha incastrato nel processo della maxitangente del Conto Protezione.
«Non mi incastrò, mi diffamò come sentenziarono i giudici di Roma dopo la mia querela. Viceversa, i magistrati di Milano che a loro volta avevano condannato Gelli per calunnia nei loro confronti, gli credettero quando si trattò di me».

Pagarono tutti per la P2?
«C’è stato chi se l’è cavata alla grande e chi ha pagato molto, al di là delle sue responsabilità. C’erano carte di gran lunga più compromettenti che non fecero scandalo. Ad esempio, quelle che riguardavano il patto di spartizione della stampa italiana, patto siglato tra Licio Gelli e Caracciolo, editore di Repubblica ed Espresso, interessatissimo all’acquisizione del Messaggero».

Chi copriva politicamente Gelli?
«Il riferimento politico di Gelli era Giulio Andreotti. Intendiamoci, a quei tempi e fino a Castiglion Fibocchi, Gelli era riverito e cercato da molti e da molti politici. Il Corriere della Sera dedicò una intera pagina a una sua intervista firmata da Maurizio Costanzo. Nell’intervista Gelli si definiva come il grande burattinaio dell’Italia. Mi ricordo uno spassosissimo articolo di Indro Montanelli che andò all’hotel Excelsior di Roma volendo incontrare Gelli. Gli avevano detto di chiedere dell’ingegner Lombardi. Montanelli, perso nei corridoi dell’hotel, chiese ad una cameriera: dov’è l’ingegner Lombardi? E la cameriera: ma quale Lombardi, se cerca Gelli sta in quella stanza. Il potere di Gelli era il segreto di Pulcinella dell’Italia dell’epoca. E il suo piano era più che noto. Lo sintetizzò il direttore del Corriere della Sera del tempo, Di Bella, che scrisse: ”Ci vuole un governo con presidente il generale Dalla Chiesa e ministro dell’Interno Giancarlo Pajetta (leader di spicco del Pci di allora)”. La P2 fu anche una sorta di compromesso storico in salsa gelliana. Del resto, il trasversalismo e le ammucchiate sono l’ambiente ideale per i poteri opachi e oscuri».

Ci fu persino chi, all’epoca, sostenne che le liste di Gelli non fossero vere o fossero inattendibili. Fu l’ultima diga che tentò di innalzare tutto il gruppo di potere reale gestito da Gelli e i suoi o c’era anche qualcosa di vero su una sorta di processo politico imperniato sulla massoneria deviata?
«Gran parte delle carte erano vere, ma alcuni nomi furono cancellati per carità di patria. C’è un aspetto stupefacente di quei giorni. Gelli era indagato però ebbe il tempo di scappare portandosi via dodici valigie. Ne lasciò a casa solo due, quelle in cui c’erano le liste con annotazioni oltre che le carte del Banco Ambrosiano. I pm dissero che fu un raid improvviso, è probabile. Ma su questo si innestò un’operazione politica».

Quando lei divenne nemico di Gelli?
«Quando lo chiamai pubblicamente lestofante. Furibondo, prima tentò di tirare dentro Craxi e me, ma riuscimmo a difenderci. Poi tornò alla carica con i suoi metodi ricattatori. Tra le carte della P2 spiccavano quelle sul Banco Ambrosiano. Tra queste carte c’erano fogli compromettenti per il Psi, per De Benedetti e per lo stesso Scalfari. Secondo gli appunti di Gelli, in cambio del silenzio stampa, Calvi avrebbe garantito un miliardo a settimana al gruppo editoriale Caracciolo. In istruttoria il giudice Squillante escluse responsabilità di Scalfari».

I 120 volumi degli atti della commissione parlamentare d’inchiesta che stroncò Gelli furono definiti come letteratura di caccia alle streghe con fogli acchiappa fantasmi, perché anche tanto livore contro il lavoro d’inchiesta parlamentare?
«È bene rileggere Tina Anselmi, meglio ancora rileggere la relazione di minoranza di Massimo Teodori. C’è chi fu danneggiato da quell’inchiesta parlamentare: penso ad esempio a Fabrizio Cicchitto che aderì per errore, per ingenuità, in quel gorgo di ricatti che Gelli aveva creato. Ma ci furono anche tanti che la scamparono».


La Stampa
giovedì 17 dicembre 2015
Rino Formica: “Incarnava lo Strapaese che puntava alla Stracittà”
“In questo ci sono similitudini col renzismo”
di Fabio Martini

Col proverbiale gusto per le battute, Rino Formica scandisce il suo ultimo aforisma: «Quaranta anni fa, era il 1975, Gelli dava inizio alla scalata della P2 e quello stesso anno nasceva Matteo Renzi. Un passaggio di testimone, simbolico naturalmente, ma c’è qualcosa che unisce due destini toscani da parvenu: è lo Strapaese che vuole conquistare la Stracittà…». Ottantotto anni, lucidità e acume persino acuiti dall’età, già ministro socialista, Rino Formica ha vissuto da protagonista gli ultimi 25 anni della Prima Repubblica e da un ventennio segue la politica con una curiosità e una libertà di pensiero che ne fanno uno degli osservatori meno conformisti.
L’interpretazione della figura di Licio Gelli è oscillata per decenni: potente per caso e pasticcione di provincia o terminale di poteri fortissimi, massonici e americani?
«Gelli ha gestito per anni una casella postale. Un episodio per capirne il ruolo. Nella lista P2 c’era, tra i tanti, un capo dei Servizi, il generale Miceli che a suo tempo dichiarò davanti al Parlamento di avere rifiutato il nulla-osta di sicurezza al presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Se un capo dei Servizi fa un simile rifiuto, aveva bisogno di stare sotto Gelli?».
Però la P2 è riuscita a condizionare la storia del Paese, come ha fatto?
«Alla P2 aderivano personaggi che avevano alte responsabilità, ma che non rispondevano alle istituzioni del proprio Paese e semmai ad istituzioni sovranazionali. Personaggi spregiudicati, a cominciare da Gelli».

Al di là dei singoli episodi chi è stato Licio Gelli?
«Uno che diceva ai suoi interlocutori: io gestisco sta’ casella e voi fatemi fare affari…».

E gli interlocutori cosa chiedevano in cambio?
«Bassi servizi, lavori sporchi. Per esempio la gestione del terrorismo nero»
In cosa Gelli ha cambiato la storia del Paese?
«Il ruolo di Gelli e della P2 si spiega così: nel dopoguerra l’Italia diventa terra di frontiera, l’Ovest aveva interesse che la frontiera fosse ben presidiata, l’Est che fosse più slabbrata possibile. L’Italia, utilizzando gli accorgimenti di chi presidia la frontiera, doveva essere garbato con entrambi e sgarbato di volta in volta con l’uno o con l’altro. In questa alternanza ogni tanto usciva dalle righe e si aprivano spazi per i mestatori. Poi con l’89 è finita la birra»

Alla fin fine con la scoperta delle carte di Gelli, finisce anche il suo potere?
«Sulle carte non c’è una grande chiarezza. Alcune sono state trovate, altre no. Erano a difesa di Gelli, non sono mai servite per accusarlo. Lui teneva la “riserva” e infatti è morto nella sua villa».

Lei è arrivato ad immaginare Renzi come il prosecutore di una certa idea della politica di Gelli: non è troppo?
«Pur in tempi così diversi, mi limito ad osservare una certa similitudine tra due clan della provincia toscana, dove la politica si continua a fare nelle sale da barba, i traffici immobiliari nello studio del notaio, i matrimoni in parrocchia. Clan con i loro vizietti, che vanno alla conquista di un grande centro di potere mondiale come Roma. Tra le due epoche c’è una certa differenza: non presidiamo più la frontiera e sul piano economico non siamo eccezionali più in nulla. Per essere competitivi, non basta aver scoperto la frutta e verdura! E quanto al piano politico la differenza è decisiva: questo governo non fa una elaborazione ex ante, ma ex post. Il riformismo modernizzatore anticipa non si limita ad adattarsi all’emergenza».

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