venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Guerra del greggio, l’Opec non taglia la produzione
Pubblicato il 04-12-2015


Petrolio-crollo-prezziIl vertice dell’Opec, riunito a Vienna, si è chiuso senza un accordo e dunque resta invariato il tetto di produzione come previsto alla vigilia. Smentite dunque le indiscrezioni secondo cui l’Opec avrebbe deciso a sorpresa di aumentare il tetto della produzione da 30 a 31,5 milioni di barili al giorno. La notizia, diffusa dall’agenzia di stampa Bloomberg, ha fatto scendere il petrolio a New York sotto i 40 dollari al barile, a 39,65 dollari.

La maggior parte degli analisti aveva scommesso che il tetto della produzione massima giornaliera sarebbe stato lasciato invariato a 30 milioni di barili perché c’era una consapevolezza ampiamente condivisa secondo cui i ‘falchi’ all’interno dell’Organizzazione dei Paesi produttori di greggio non avrebbero comunque avuto la forza sufficiente a spingere l’Arabia Saudita e i suoi alleati del Golfo Persico a un taglio della produzione per risollevare i prezzi.

Continua dunque la guerra sul prezzo del barile capeggiata da Riad, il più forte dei produttori nell’Opec, che non vuole perdere quote di mercato e soprattutto vuole indebolire i concorrenti a cominciare dalla Russia e dagli Usa che hanno da poco inaugurato la produzione di greggio proveniente dagli scisti bituminosi. Un braccio di ferro che punta sui maggiori costi dello shale oil per gli usa, ma anche dell’estrazione del petrolio russo. Sia nell’uno, come nell’altro caso, i prezzi alla produzione sono più del doppio dell’attuale quotazione del barile sul mercato.

La guerra del greggio ha un risvolto politico non secondario. Da tempo la politica estera statunitense diverge da quella saudita, basti pensare a quanto sta avvenendo attorno alla riapertura del dialogo con l’Iran sciita e allo scontro sul terrorismo dell’Isis – i finanziamenti al terrorismo arrivano soprattutto dalle monarchie del Golfo sunnite – nel quadro di un rimescolamento della supremazia regionale che passa anche attraverso i rapporti conflittuali con la Turchia. La decisione di oggi, se confermata, lascia pensare dunque che le divergenze siano tutt’altro che superate.

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