lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il singolare modello spagnolo
Pubblicato il 21-12-2015


I giornali italiani, nei giorni e nelle settimane scorse, non si sono occupati molto della Spagna. Anzi, hanno dedicato all’appuntamento elettorale politico del 20 dicembre un’attenzione di gran lunga minore di quella riservata alle regionali francesi dello stesso mese. Per spiegare la cosa, non c’è bisogno di andare alla ricerca di pensieri unici o di disegni reconditi. Il fatto è, semplicemente, che i giornalisti stanno diventando più pigri. Sia nel cercare i fatti, che nell’analizzarne e spiegarne il significato, ragionando al di fuori degli schemi preconfezionati.

Nel caso francese questi erano già impacchettati e pronti per l’uso. Con i buoni e i cattivi, chi aveva vinto e chi aveva perso e le ragioni per la vittoria di questo o magari anche di quell’altro. Nel caso spagnolo, invece, tutto era incerto e complicato. La natura stessa del sistema. Il carattere e la possibile evoluzione delle forze in campo. Le linee di frattura e di possibile ricomposizione degli schieramenti. L’esito stesso delle elezioni. E, tanto per non farsi mancare niente, le possibili alleanze di  governo all’indomani del 20 dicembre.

Inizialmente la Spagna non era un paese “bipolare”. Perché la fuoruscita pacifica e consensuale dal franchismo esigeva una qualche convergenza al centro, con il ruolo decisivo delle forze liberali e socialiste. Ma lo è diventato nel giro di pochissimi anni. Da una parte un partito socialista erede dei valori classisti e, più ancora di quelli laici, anticlericali e modernizzanti della sinistra spagnola; dall’altra un partito popolare che, anche grazie alla definitiva scomparsa dal panorama politico dei nostalgici del franchismo, aveva finito con riassorbirne i valori  di “ordine politico e morale” (beninteso nel contesto di una competizione democratica). A completare il quadro, la sinistra radicale e le varie formazioni nate nelle “regioni storiche”: dalla Catalogna al Paese basco, dalla Galizia all’Andalusia; formazioni oscillanti tra i due poli opposti della “monetizzazione” del loro appoggio al governo di Madrid e della richiesta di indipendenza.

Un quadro garantito, senza aver bisogno delle grossolane forzature nostrane, da un sistema elettorale proporzionale strutturato (salvo che nelle grandi aree metropolitane) su piccoli collegi: con il duplice risultato di garantire la  possibilità di governare al partito che superasse il 40% dei voti (e con un discreto margine sul secondo) e la presenza alle Cortes dei partiti minori più consistenti e delle formazioni regionaliste.

Un quadro che negli ultimi anni, ha subito due violenti urti: quello della grande crisi della finanza e del mattone nel primo decennio, con il risultato di una fortissima perdita di fiducia nei confronti dei due partiti maggiori; e quello della crisi dei rapporti del centro con la periferia o, più esattamente della Castiglia con la Catalogna. (Mentre il fattore immigrazione è stato, invece, molto meno dirompente che in altri paesi; grazie alla sua posizione geografica, la Spagna è in grado di bloccare i flussi e di rimandare indietro).

Di qui la nascita di due diverse formazioni populiste con un bacino elettorale comparabile a quello dei popolari e dei socialisti. E,nel contempo, l’esplodere, nella regione più sviluppata del paese, della tensione indipendentista.

Pure, lo schema bipolare classico, quello che divide la destra e la sinistra, ha retto, diversamente da quanto è accaduto in altri paesi europei, a partire dall’Italia. E ha retto per merito fondamentale dei socialisti, prima con la loro politica estera e dei diritti civili degli anni di Zapatero e poi con il rifiuto di farsi inglobare, in anni più recenti, negli schemi di grande coalizione richiesti in modo pressante da Bruxelles.

Pure, ambedue i partiti maggiori stavano per pagare alla crisi e ai molteplici episodi di corruzione e di malgoverno un prezzo assai pesante. E in tempi brevissimi. Cinque anni fa, Podemos e Ciudadanos non facevano parte del panorama politico. Oggi, venivano date nei sondaggi su di una percentuale eguale, se non maggiore, rispetto a quella dei popolari e dei socialisti. Classificare ambedue sotto la voce “populisti”, magari assieme al Fronte Nazionale e ai partiti sovranisti del Nord Europa, è un puro esercizio di pigrizia mentale. Perché, se i due modelli spagnoli hanno in comune con queste formazioni (e con il M5S) lo schema “basso contro alto”, se ne differenziano radicalmente nell’approccio politico-culturale (rispettivamente di centro e di sinistra radicale) e, soprattutto, nella disponibilità a contrarre alleanze: magari attraverso lo strumento dell’Opa ostile (è il caso dei Ciudadanos nei confronti del Pp e di Podemos nei confronti del Psoe).

E, ancora, cinque anni fa, sconfitta l’ala militare dell’indipendentismo basco, anche quello catalano si collocava in un orizzonte remoto; mentre oggi il secondo è una opzione concretamente sul tappeto, in un confronto con il governo Rajoy che non sembra conoscere possibilità di mediazione. In questo quadro, l’appuntamento del 20 dicembre era destinato a sciogliere una quantità di nodi:  alcuni ereditati dal passato(leggi i rapporti di forza tra i due protagonisti del vecchi schema bipolare); altri in proiezione futura. Il responso è stato inequivocabile. Almeno per chi si prenda la briga di leggerlo.

Primo: il bipolarismo “classico”- quello occupato dai due maggiori partiti – sembra definitivamente scomparso dall’orizzonte. Per loro votavano, e da decenni, l’ottanta e il novanta per cento degli elettori; oggi siamo di pochissimo superiori al cinquanta. Con un Psoe ai livelli più bassi dalla caduta del franchismo in poi.

Secondo: nell’ambito del comune clamoroso successo (insieme, poco meno del 35%) il “populismo di sinistra” ha nettamente vinto la sua partita con quello di centro destra; anche nella sua capacità di costruire alleanze.

Terzo: l’indipendentismo modello scozzese, nel Paese basco, come in Catalogna, ha nettamente prevalso su quello identitario ed escludente.

Quarto (per chi non se ne fosse accorto): il centro-destra- il Pp più Ciudadanos – è diventato largamente minoritario: in voti (poco più del 40%) e, in misura inferiore, in seggi. E, considerando i cattivi rapporti tra le due formazioni, non può costituire un governo a sua immagine e somiglianza.

Quinto e ultimo: esiste, elettoralmente ma anche politicamente, maggioranza di sinistra in grado di formare un governo. Perché Psoe, Podemos, Izquierda unida e varie formazioni regionaliste sono in maggioranza alle Cortes. E perché Podemos (come del resto Ciudadanos) sarà anche “populista” (qualsiasi cosa ciò voglia dire); ma è anche realista e ragionevole.

E sino al punto di dichiararsi, la sera stessa delle elezioni, disposta a sostenere un’intesa che passi per la: modifica della Costituzione (in particolare nel senso della costruzione di un assetto di tipo federalista; per inciso Podemos vuole garantire ai catalani la possibilità di indire un referendum; salvo ad aggiungere che il suo movimento è per il no); la difesa dei diritti sociali e del ruolo del settore pubblico; e, infine, l’impegno concreto contro la politica di austerità, a costo di misurarsi a viso aperto con Bruxelles.

A questo punto le carte sono in mano al Psoe. A lui di utilizzare, con i vari possibili aggiustamenti, l’assist di Iglesias: nella consapevolezza di potersi misurare con la trojka in condizioni assai migliori di Syriza (la Spagna non è la Grecia; e, per chi se ne fosse scordato, la sinistra è maggioritaria in tutto il Sud Europa). Oppure di scoprire improvvisamente le virtù della grande coalizione: come gli chiedono quelli della vecchia guardia del partito, Berlino e il giornale fondato da Scalfari. Al di là di ogni altra considerazioni, tre ottime ragioni per non prendere in considerazione la proposta.

Alberto Benzoni

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