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Opinioni e commenti
 

Il tormentato idillio
tra Mario Rapisardi
e Giselda Fojanesi
Pubblicato il 14-12-2015


Mario Rapisardi  e Giselda Fojanesi

Mario Rapisardi e Giselda Fojanesi

Di Mario Rapisardi (1844-1912), il poeta catanese sempre in dissidio con se stesso e con i suoi critici, si è scritto molto per la sua aspra polemica con Carducci e con Croce, mai però è stato dedicato un romanzo allo sfortunato amore della sua vita. Sulla sua opera, sul rapporto tormentato con la moglie e sulle avventure galanti con altre donne indaga adesso il giornalista Piero Isgrò in un romanzo storico intitolato La sposa del Nord (Arkadia editore, pp. 205). L’autore, già noto per altri volumi ambientati a Catania, non sempre padroneggia la trama del racconto, che – come dice egli stesso – «del componimento letterario ha l’imprecisione e a volte l’arbitrarietà (p.195)». Il romanzo vede protagonisti una maestra fiorentina e un poeta catanese, rappresentati come due personaggi antitetici per carattere, mentalità e interessi culturali.

Considerato il promotore più vivace delle conquiste sociali e il vate di un nuovo lirismo poetico, Rapisardi svolge un ruolo di primo piano nel movimento politico connesso ai Fasci siciliani, alla condanna del colonialismo e all’emancipazione dei contadini poveri siciliani. Le sue opere La Palingenesi (1868), Lucifero (1877), Giobbe (1884), Atlantide (1894) danno lustro alla cultura accademica dell’Ateneo catanese, in cui egli insegna per tutta la vita. Eppure l’autore nutre un astio profondo per il poeta, la cui fede socialista manca di «ogni capacità politica perché l’annega nell’enfasi» e nella retorica (p. 142). Presentato come un uomo altezzoso e avulso dalla realtà, Rapisardi è valutato con una lente deformante e sottoposto ad una serie di preconcetti, che lo trasformano in

un essere spregevole, «miserabile», «malato e impuro», quasi in preda alla follia (p. 136). Nel suo furore antirapisardiano Isgrò esprime giudizi grotteschi sul poeta, che a causa del tradimento della moglie porta le corna «con una fierezza pari alla sua ignoranza» (p. 164). L’autore dimentica la stima dei suoi concittadini, i quali – come scrive Sciascia in un saggio su Pirandello e la Sicilia (1961) – gli esprimono la loro solidarietà alla notizia del tradimento «con una festosa fiaccolata sotto casa» e accorrono in centocinquantamila al suo funerale: una grande prova d’affetto e di simpatia in una terra dove solitamente le corna sono considerate un sintomo di viltà e i cornuti sottoposti a un aspro disprezzo.

La vicenda amorosa di Rapisardi è infatti condizionata dall’ambiente familiare dominato dalla figura imperiosa della madre e dal suo carattere libertino, di cui vuole liberarsi, senza riuscirvi, per l’amore nutrito verso di lei. Quella dello scrittore etneo è la storia vera di un amore infelice, che inizia con la conoscenza della fiorentina Giselda Fojanesi e confluisce, dopo due anni di fidanzamento, in un matrimonio avvenuto a Messina il 12 febbraio 1872.

Lo scrittore Giovanni Verga, nel racconto Di là del mare (Novelle rusticane, 1883), rievoca anni dopo il viaggio per nave che nel 1869 porta Giselda e la madre a Catania, dove la giovane è assunta su raccomandazione di Rapisardi in un convitto cittadino. Giselda Fojanesi ha diciotto anni, esercita un fascino straordinario per intraprendenza femminile e solida preparazione culturale con il suo diploma di maestra e la volontà di affermarsi in un mondo dominato dagli uomini. Giovanni Verga ha ventinove anni e con le donne non riesce a stabilire un legame stabile, che lo potrebbe condurre al matrimonio, considerato come una scelta da evitare, fino a quando un rapporto non rientra nei sicuri binari di una relazione adulterina senza sbocchi pericolosi. Tuttavia allo stesso Verga deve essere attribuito il fallimento finale del matrimonio tra il poeta e la maestra elementare fiorentina, che tradisce il marito quasi per ripicca alle sue avventure galanti e all’ambiente oppressivo della società catanese.

Durante il matrimonio la giovane è sottoposta alle angherie della suocera, che controlla ogni suo movimento e le impedisce persino di recarsi in chiesa la domenica. Ella, abituata ad uscire a Firenze in un clima di libertà, sopporta quasi rassegnata, ma non riesce ad assolvere le premure materne, fatte di abitudini culinarie tradizionali e di eccessivo attaccamento alla malferma salute del marito. Così reagisce all’animosità della suocera, le cui uniche finalità sono la famiglia e la tutela del patrimonio, rifiutando questo nuovo modo di vivere, che ben presto si traduce in una sofferenza per la gelosia ossessiva del marito. Quelli trascorsi nella villa del poeta sono anni molto tristi per le mortificazioni subite, alle quali cerca di porre rimedio con la scrittura: scrive una novella

pubblicata sul «Fanfulla della Domenica» e il romanzo Maria edito nel 1883. Proprio quell’anno la scoperta casuale di una lettera di Verga a Giselda provoca l’ira del poeta, che caccia via la moglie: avviene la separazione e la fine di quella che Isgrò definisce «una vita d’inferno» a causa dei tradimenti del marito, della segregazione in casa e dell’astio manifestato dalla suocera e dalla cognata. L’autore del romanzo esagera forse a raffigurare Rapisardi come un uomo infame, capace di picchiare la moglie per futili motivi, ma il suo carattere focoso deve essere distinto dal messaggio poetico, che ha una larga accoglienza nel mondo accademico e nella cultura democratica coeva. Persino nella diatriba tra Carducci e Rapisardi, l’autore si schiera a favore del poeta toscano, che estende una polemica personale in un questione etnica, là dove afferma che i «Siciliani sono ritenuti come sopravvivenze di razze inferiori, soprattutto quando sono rapisardiani» (Lettere, I, 181).

Nel romanzo L’esclusa (1893, 1901) Luigi Pirandello si ispira alla vicenda della maestra fiorentina per orchestrare la storia di Marta Ajala e tratteggiare la figura della protagonista che viene cacciata di casa dal marito per il sospetto di un tradimento, rivelatosi poi un semplice sodalizio culturale con un raffinato intellettuale del luogo. A differenza di Marta, che morirà all’improvviso d’infarto, la Fojanesi vivrà a lungo (morirà nel 1946) per riscattarsi dalle delusioni coniugali. La separazione dal marito segna per la Fojanesi una fase nuova della sua vita, che si arricchisce di nuove riflessioni educative, precorrendo quasi il programma della pedagogia della Montessori. La sua attività professionale, lontana da ogni orpello tradizionale e da ogni retrivo pregiudizio, si colloca in un àmbito di emancipazione femminile per la sua rivendicazione del voto alle donne.

Nunzio Dell’Erba

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