giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il vero errore?
Copiare gli slogan di Marine
Pubblicato il 08-12-2015


Le elezioni regionali del 6 e 13 dicembre segnano sicuramente un mutamento qualitativo del panorama politico francese.
In primo luogo, perchè mostrano una sinistra, di governo e più ancora di opposizione, giunta complessivamente al suo minimo storico. Siamo appena sopra al 35%; la percentuale, probabilmente più bassa dall’avvento della Quinta Repubblica. In un contesto in cui il Ps scende certamente rispetto ai livelli del 2012 (per tacere di quelli raggiunti negli anni gloriosi del mitterrandismo), ma con un calo che, nello specifico, è appena di quattro-cinque punti. A dimezzare i suoi suffragi è invece il variegato fronte della sinistra di opposizione (Verdi, socialisti di sinistra, comunisti e via elencando): un’area che nell’arco degli ultimi decenni si è sempre attestata intorno al 20% e che oggi è precipitata a poco più del 10%. Cosa significa tutto questo?
Significa, da una parte che i socialisti si stanno definitivamente consolidando nel loro nuovo ruolo. Non più partito degli operai e dei gruppi sociali più “disastrati”: vedi l’autentica catastrofe  nelle regioni del Nord, del Nord est e del Sud mediterraneo,  dove il Ps, sino a qualche anno fa assolutamente dominante, scompare dalla scena fino a non essere nemmeno rappresentato nei consigli regionali. Al suo posto, il partito della borghesia “liberal”, degli insegnanti, dei ceti medi garantiti, dei pensionati. Integrato nel suo nuovo mondo sino al punto di porre come suo primo obbiettivo il matrimonio per i gay.
E significa, per altro verso, la frana della sinistra plurale, legata alla sua totale incapacità di intercettare il voto di protesta. Una frana che contiene in sé un messaggio assai chiaro per i suoi omologhi italiani: ci si può certamente proporre come forza alternativa alla sinistra di governo e si può scegliere di collaborare con la medesima per condizionarle ma, a voler fare le due cose insieme, si rischia di non fare né l’una né l’altra.
Complessivamente, una sinistra senza il suo tradizionale popolo (gli operai, i poveri e i giovani o non hanno votato affatto o hanno votato massicciamente per il Fronte) e priva di credibile orizzonte strategico. Ma anche un sinistra probilmente in grado di sfruttare il meccanismo delle triangolari (il Fronte, per la prima volta nella sua storia, è in grado di essere presente dappertutto ai ballottaggi) per conquistare, al secondo turno, da 5 a 7 Regioni su 13 mentre Repubblicani e Socialisti si contenderanno le altre.
Un risultato, per inciso, molto diverso da quello delle dipartimentali del 2014. Allora, infatti, fu il partito di Sarkozy ad utilizzare, a suo favore, il meccanismo delle triangolari, con il conclusivo insuccesso delle liste frontiste e la conquista di una serie di dipartimenti precedentemente gestiti dai socialisti.
Cos’è successo nel frattempo? Sul piano de numeri, un’ulteriore avanzata (di ben tre punti percentuali) di Marine Le Pen, oramai vicina alla soglia magica del 30% (il che renderà praticamente impossibile escluderla dal nuovo Parlamento); avanzata, per la prima volta avvenuta non già a danno della sinistra, ma erodendo l’elettorato della destra classica. Nel profondo, la penetrazione della narrazione lepenista non solo negli strati più profondi della società, ma anche, cosa più grave, alll’interno del discorso politico dei due maggiori partiti.
Per capire l’entità e la natura di questo processo, basterebbe ricordare l’intervento di Sarkozy, la sera stessa del primo turno. Là dove, a nome del partito, il suo presidente chiude la porta a qualsiasi intesa con i socialisti (“né ritiri né fusioni di liste”), giustificando questa scelta non con considerazioni di opportunità politica, ma in nome della totale alterità tra la destra e i socialisti. Che continuano a rimanere “avversari” e bersaglio polemico principale.

In quanto al Fronte, Sarkozy fa esplicitamente proprie le sue preoccupazioni, le sue esigenze, con le priorità che ne derivano. “Frontiere, identità, sicurezza, scontro di civiltà; su questo la pensiamo esattamente come voi; salvo a considerare profondamente sbagliate le soluzioni che proponete. Affidatevi dunque a noi per vedere soddisfatte le vostre giuste richieste.”
Questa la sostanza del messaggio rivolto agli elettori del Fronte. Un messaggio – ed è il minimo che si possa dire – non certo tale da riportarli all’ovile, al contrario.
Per altro, a gettare altra benzina sul fuoco, è stato lo stesso Hollande. E qui valgano le considerazione già svolte sul nostro giornale: giusto muovere guerra al terrorismo jihadista; giusto coinvolgere, politicamente e militarmente, nel conflitto un vasto arco di forze; sbagliato, invece, e pericolosissimo, porre in stato di guerra il popolo francese e chiamare tutti ad uno scontro di civiltà.
Una strategia – e questo vale sia per la destra classica che per la sinistra “liberal” – già nel breve periodo insostenibile. Perchè non si può, da una parte, fare propria, inconsapevolmente o meno, in parte o del tutto, la narrazione lepenista sulla sicurezza e sul’identità nazionale e, dall’altra, chiamare alla crociata nei suoi confronti in nome dell’antifascismo e della democrazia.
Perchè, in definitiva, l’avvento al potere di Marine sarebbe una calamità, ma è anche del tutto improbabile, mentre il “combinato disposto” della incapacità delle èlites di comunicare col popolo e dell’inquinamento, intrinsecamente reazionario, del discorso politico sarebbe altrettanto grave; anche perché pressoché certo.
Alberto Benzoni

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