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Opinioni e commenti
 

Inps: il 31 dicembre scade
il termine per versare
i contributi volontari
Pubblicato il 24-12-2015


Inps

VOLONTARIA: ENTRO IL 31 DICEMBRE 2015 IL VERSAMENTO ALL’INPS

Scade giovedì prossimo trentuno dicembre il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi al terzo trimestre di quest’anno (Luglio – Settembre 2015). Al riguardo è appena il caso di precisare che nel 2015 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.909 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si dovrà addirittura spendere 523 euro in più. Il 30 settembre – come già indicato in apertura – scade appunto il termine per il pagamento riferito al trimestre aprile – giugno, il secondo dei quattro appuntamenti previsti per il corrente anno (gli altri due sono rispettivamente fissati al 31 dicembre e 31 marzo 2015). L’aumento, in confronto al 2014, è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate all0 0,20% per via dell’inflazione. La «volontaria» – si ricorda – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione provvedendo in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui vigenti parametri sono indicati in un’apposita, specifica  circolare Inps, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una prestazione pensionistica da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato – si sottolinea – la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità progressivamente introdotte in materia di requisiti pensionistici. Anche se, dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2015. Le somme da corrispondere differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 32,87% (33% per le quote eccedenti i 46.123 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2015, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 200,76 euro, il contributo non può essere inferiore a 64,85 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 55,84 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Una protezione vulnerabile. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prefigurata la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Adesso la musica è cambiata. Soltanto un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici della riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla prosecuzione volontaria, inoltrata alla cessazione o sospensione del servizio lavorativo, sia inutile. Non costa nulla e non è soprattutto impegnativa (nel senso che non si è affatto obbligati a continuare a versare fino alla quiescenza).

Pensioni

INPS E FONDI SOLIDARIETÀ

Le ultime notizie sul fronte Inps e Pensioni riguardano i nuovi assegni ordinari dei Fondi di solidarietà bilaterali. Una circolare dell’ente, la numero 201/2015 disciplina aspetti normativi, amministrativi e operativi della gestione del nuovo assegno ordinario secondo quanto previsto dall’articolo 30 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148.

Assegno ordinario: i dettagli – “L’assegno ordinario è un trattamento di integrazione salariale assicurato dai Fondi di solidarietà bilaterali in caso di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa – per le stesse causali previste per la cassa integrazione guadagni ordinaria (Cigo) o straordinaria (Cigs) – in favore dei lavoratori operanti in settori che non rientrano nel campo di applicazione della Cig, e il nuovo decreto ne modifica in modo sostanziale la disciplina per quanto attiene il termine di presentazione della domanda, la durata della prestazione, il termine per il rimborso o il conguaglio da parte dei datori di lavoro e le causali che ne giustificano il ricorso. La principale novità è l’ampliamento della platea dei potenziali beneficiari delle prestazioni dei Fondi di solidarietà, obbligatori per tutti i comparti che non rientrano nell’ambito di applicazione della Cigo o della Cigs, in relazione a datori di lavoro che occupano mediamente più di cinque dipendenti” si precisa sul sito web dell’Inps in riferimento alla Circolare numero 201 del 16-12-2015.

Secondo il Parlamento Ue

PER COLF E BADANTI LAVORO ANCORA TROPPO PRECARIO

Prendersi cura dei bambini, degli anziani, dei disabili, della cucina e delle pulizie, compiti tradizionalmente non pagati e lasciati alle donne o agli invisibili collaboratori domestici. Lavoratori che usufruiscono di un rapporto di lavoro atipico (senza orari di lavoro e ferie), che li rende invisibili al mondo esterno e che permette ai datori di lavoro di infrangere facilmente le legislazioni sul lavoro. È l’analisi che emerge da un report del Parlamento Europeo sui lavori invisibili. Con i rapidi cambiamenti del mondo del lavoro e degli equilibri demografici nell’Europa Occidentale, la sempre maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, il difficile bilanciamento tra lavoro e vita familiare, l’invecchiamento demografico, è aumentata la domanda di lavoratori domestici che costituiscono un settore dell’economia in crescita.

Nel mondo ci sono almeno 52,6 milioni di lavoratori domestici, secondo l’Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo), e ben 43,6 milioni è costituito dalle donne. Dai dati della Commissione Ue, nel 2012 in Europa 2,6 milioni di persone, per l’89% donne, collaboratori domestici. Tra questi il 27% in Italia, seguita dalla Spagna (25%) e dalla Francia (23%).  In Italia la presenza delle donne nel lavoro domestico è cresciuta dal 78,3%,del 2009, all’89% del 2015. In generale è difficile avere un numero esatto, molti di questi lavoratori non sono destinatari di un contratto regolarmente registrato e svolgono lavori informali, senza benefit di sicurezza sociale e senza assistenza sanitaria. Finiscono così a far parte dell’economia informale.  Un settore che nel 2010, secondo i dati dell’European Federation for Services to Individuals, nel mercato dei servizi personali costituiva il 70% in Italia e in Spagna, il 50% nel Regno Unito, il 45% in Germania, il 40% in Olanda, il 30% in Spagna e in Belgio e il 15% in Svezia. Gli uomini in genere svolgono lavori di giardinaggio, o sono impiegati come autisti o per servizi di sicurezza. Alcuni lavorano a tempo pieno e vivono presso il domicilio del datore di lavoro, mentre altri vivono altrove e si recano al lavoro per un certo numero di ore a settimana. Non sono poche le difficoltà che incontrano questi lavoratori: la mancanza di un alloggio adeguato, di privacy, di un’assicurazione sanitaria, di protezione contro la malattia per non parlare degli incidenti sul lavoro e dei pericoli domestici. È inoltre assai difficile, per questa categoria di lavoratori, accedere ai benefits di sicurezza sociale come la maternità o la pensione. Al contrario malattie, incidenti e gravidanze possono essere motivo frequente per un licenziamento immediato. In molti casi si tratta di fatti di un lavoro precario, soprattutto per i migranti senza un’indicazione riguardo la durata dell’impegno lavorativo e l’incertezza su eventuali impieghi futuri. I salari dei lavoratori domestici sono spesso inferiori alla media stabilita e non prevedono il pagamento degli straordinari. In questa zona grigia, al di sotto e fuori dalle regole, non di rado il datore di lavoro decide l’ammontare delle retribuzioni, calcola a volte in maniera inadeguata l’orario o, spesso, paga in ritardo. In Italia, secondo dati Inps nel 2014 i lavoratori domestici erano per il 23% di nazionalità italiana, per il 46% di un’altra nazionalità Ue, per il 31% provenienti da paesi terzi.

Carlo Pareto
c.pareto@alice.it

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