domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Integralismo e comunicazione pubblica
Pubblicato il 18-12-2015


Tre testi di recente pubblicazione, due di Edoardo Boncinelli (“In ostaggio dei misteri”, su “La Lettura” del 22 marzo c.a. e “Evviva la tecnica”, su “La lettura” del 13 dicembre u.s.) e l’altro di Jürgen Habermas (“La mia critica della ragione laicista”, su “la Repubblica” del 27 marzo c.a.), che in effetti è tratto dall’ultimo libro del filosofo tedesco “Verbalizzare il sacro”, risultano tra loro complementari. Se Boncinelli coglie l’”errore” che spesso si compie nella messa a punto di strumenti volti a supportare la “comunicazione pubblica” all’interno delle società democratiche e pluraliste, Habermas, dal canto suo, sostiene la necessità che i vocabolari delle singole lingue accolgano una definizioni delle parole, tale da consentire la partecipazione alla formazione dell’opinione pubblica di tutti, singoli e gruppi che siano, nel rispetto dei loro convincimenti religiosi.

Boncinelli ha tratto spunto per il primo suo articolo dalla decisione della Zanichelli di proporre una nuova edizione del dizionario Zingarelli della lingua italiana, nel quale sono state accolte le definizioni di “parole-chiave”, formulate da “personaggi di spicco del mondo attuale”, denominate “definizioni d’autore”. Si dà il caso che per una di queste parole-chiave – la parola “Mistero” – sia stato coinvolto il teologo Vito Mancuso, la cui definizione non è stata condivisa dal genetista e biologo molecolare Boncinelli.
Secondo Mancuso, la parola “Mistero” ha un significato “diverso da enigma. L’enigma è un rompicapo che riguarda l’intelligenza; il mistero è una condizione che riguarda la vita. L’enigma è là fuori, il mistero è qui dentro. Di fronte a un enigma l’intelligenza si lancia a risolverlo; di fronte al mistero la vita sente che deve tacere…”. Secondo Boncinelli, la definizione di mistero data da Mancuso esprime l’irriducibilità di due diverse concezioni del mondo: una moderna e disincantata, propria dell’uomo di oggi; l’altra antica e tradizionalista, propria dell’uomo primitivo.

La tendenza a rinvenire misteri in tutto ciò che non si conosce – afferma Boncinelli – è estranea alla mentalità scientifica e razionale; l’uomo primitivo “viveva in un mondo di misteri”, mentre l’uomo moderno vive in un mondo in cui la scienza e la razionalità gli consentono “di trasformare fenomeni sconosciuti in problemi concreti” dei quali cercare le soluzioni. Inoltre, la tendenza a rinvenire misteri – continua Boncinelli – è anche estranea a una “cultura democratica”, in quanto conduce a definire i fenomeni sconosciuti facendo ricorso a un qualche “principio di autorità”, che impedisce ed ostacola la formulazione di definizioni condivise da tutti.
Su questo punto, Boncinelli, rifacendosi al pensiero del grande fisico Erwin Schrödinger, osserva che nella ricerca della conoscenza è spesso necessario arrestarsi anche per un periodo molto lungo, a causa della ignoranza dei ricercatori; ciò perché a volte, invece di colmare una lacuna conoscitiva attraverso una costruzione speculativa, si valuta più conveniente rinunciare momentaneamente a una spiegazione consolatoria. Ciò è reso necessario, non tanto per uno scrupolo di coscienza, quanto per via del fatto che una “risposta inventata” ritarda l’acquisizione di una “risposta accettabile”.

La fiducia nella scienza e nella ragione rappresenta, conclude Boncinelli, l’uscita dell’uomo dalla sua minorità, per cui insistere nel sostenere che il mondo è ancora afflitto da misteri “tende a risospingere l’umanità a uno stadio di profonda ignoranza”, e, soprattutto, di soggezione verso una “classe di iniziati”, depositari di una conoscenza chiusa ed estranea al mondo moderno; ciò perché una conoscenza siffatta non è una conoscenza, “è un sopruso e un affronto alla nostra capacità di capire”. Boncinelli spera che coloro che sono aperti all’accettazione di una cultura chiusa non abbiano a prevalere, “come le porte dell’inferno”.

La stessa fiducia riposta nella scienza deve essere riposta – secondo il genetista e biologo – anche nella tecnica, ovvero nella traduzione operativa delle conoscenze acquisite attraverso la scienza. “Parlare male della tecnica – afferma Boncineli – e indicarla come la fonte di quasi tutti i guai della modernità, è divenuto un tema comune” a molti uomini di cultura, in particolare alla maggior parte della cultura italiana, dominata ancora dal pesante lascito dell’idealismo gentiliano e crociano. La tecnica, come la scienza, è uno dei tratti fondamentali e irrinunciabili dell’uomo moderno; il rapporto tra a prima e la seconda non è unidirezionale, nel senso che non sempre la tecnica nasce dalla scienza. All’inizio della storia dell’umanità era la tecnica a prevalere, mentre la scienza era ancora di là da venire; successivamente, è stata la scienza a prendere il “comando delle operazioni” e ad ispirare lo sviluppo della tecnica. Oggi, però, molte innovazioni tecniche arrivano ad autoalimentarsi e ad ispirare nuove scoperte scientifiche grazie al rapporto dialettico evolutivo esistente tra scienza e tecnica.

L’intransigenza di Boncinelli sul piano gnoseologico appare eccessiva, se giudicata dal punto di vista dello Stato democratico moderno; questo – afferma Habermas – garantisce la libertà religiosa, solo a patto che i suoi cittadini non si chiudano “a riccio dentro gli orizzonti integralisti delle rispettive comunità religiose”. All’interno delle democrazie moderne, le subculture “devono lasciare liberi i loro seguaci di darsi reciproco riconoscimento nella società civile quali cittadini dello Stato”. Solo così diventa possibile, da un lato, conciliare l’universalismo dell’Illuminismo politico “con le sensibilità particolari di un beninteso multiculturalismo” e, dall’altro, “armonizzare tra loro l’uguaglianza politica e la differenza culturale”.

Sennonché, il dramma delle moderne democrazie è dato dal fatto che le singole subculture nel proteggere la propria identità sono propense ad accusarsi reciprocamente: di fondamentalismo illuministico per i laici da parte dei religiosi, oppure di fondamentalimso fideistico per i religiosi da parte dei laici. In un simile contesto è giusto chiedersi, come fa Habermas, se per caso una mentalità laica, com’è ad esempio quella di Boncinelli, “non possa essere altrettanto poco desiderabile” della mentalità fondamentalista dei credenti. Se il principio della separazione dello Stato dalla Chiesa è ben interiorizzato dall’intera società civile, allora – afferma Habermas – non solo tutte le norme dello Stato costituzionale, ma anche la definizione di tutte le parole-chiave della lingua ufficiale “devono essere formulate e giustificate in un linguaggio accessibile a tutti”, senza che la neutralità dello Stato “proibisca di ammettere” contenuti laici o religiosi “nella sfera pubblica politica”, nel senso che i laici non devono escludere a priori di poter trovare nei contributi al discorso pubblico dei religiosi delle idee da loro stessi condivise. Entrambe le parti – conclude Habermas – devono impegnarsi “ciascuna dal proprio punto di vista, a interpretare il rapporto fede/sapere in maniera tale da promuovere una convivenza riflessivamente illuminata”.

E’ difficile non condividere le riflessioni di Habermas; altrettanto difficile, però, è non giustificare le preoccupazione di Boncinelli. Ciò perché, nel caso di Paesi come l’Italia, la reciproca accettazione tra laici e religiosi si trova ancora in uno stato pre-civile; la ragione, facilmente intuibile, è dovuta al fatto che l’Italia ha in sé incistato al centro del proprio territorio e della propria società civile l’organizzazione secolare di un’autorità morale, la Chiesa cattolica, che, lungi dall’aver accolto in toto il principio della separazione della Chiesa dallo Stato, spesso, nell’esercizio del suo magistero, prevarica le norme costituzionali dello Stato stesso.
La ragione delle preoccupazioni di Boncinelli sono ancora più giustificate, se si considera che la società politica italiana, lungi dal risultare impegnata nella realizzazione di una società civile in cui le singole subculture si accettino reciprocamente, sembra al contrario favorire, a causa della sua incapacità di governare le emergenze contingenti, un’alleanza tra la politica e la religione; ciò non tanto – come osserva Roberto Esposito in “Perché Dio è tornato sulla scena” (la Repubblica del 30 marzo) -, per il fatto che, nella conseguente crisi di legittimazione dell’autorità della società politica, il “nucleo di senso” della religione può svolgere un ruolo di supplenza, quanto perché “in un mondo orientato sempre più a un dominio assoluto dell’economia, la teologia sembra rappresentare, per masse sempre più grandi di uomini, l’unica alternativa, l’unica potenza capace di resistere, alla logica anonima del mercato globale”.

Se così stanno le cose, come non rinvenire tra le cause della conservazione nelle società moderne e democratiche di pesanti residui di una cultura “misterica e fideistica” anche in molte pretese della subcultura laica? Boncinelli sarà certamente d’accordo sul fatto che, a volte, i laici sono vittime di un “naturalismo hard”, considerato non disinteressatamente dotato di fondamenti scientifici, con cui essi tendono a dimostrare, per esempio, una presunta superiorità del libero mercato rispetto ad ogni altra sua configurazione alternativa, malgrado sia invece causa di molti problemi ai quali non sanno trovare soluzioni.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Al di là del livello di condivisione dell’epilogo, cioè delle valutazioni conclusive, mi sembra che l’Autore sia riuscito a sintetizzare in maniera abbastanza comprensibile un argomento piuttosto complesso, specie per i non “addetti ai lavori”, e i concetti che vi troviamo espressi stimolano a loro volta alcune considerazioni.

    Quando si affrontano materie di questo rilievo, possono esservi, a mio avviso, due piani di ragionamento, l’uno che riguarda l’analisi dei fenomeni – storica, filosofica, sociologica, antropologica, ecc… – la quale ricade massimamente nella sfera di competenza degli esperti, e l’altro che attiene soprattutto alla osservazione e “constatazione” degli eventi, il che può essere alla portata di molti, se non di tutti.

    Orbene, proprio l’osservazione degli avvenimenti del passato, tramite le diverse fonti di cui possiamo disporre, sembra dirci che nel corso dei secoli, fede, religione, politica, poteri vari, scienza, sapere, ecc…, si sono spesso intrecciati, confrontati e anche scontrati, con alterne fortune e ragioni, ma hanno anche funzionato da reciproco contrappeso, anche nei confronti degli eventuali e rispettivi integralismi, il che non è di certo poca cosa per il vivere di una società (che non di rado ha bisogno di fattori di riequilibrio).

    Pensiamo ad esempio a quanti comportamenti può aver portato freno, misura e moderazione, il mistero dell’Aldilà, e come tanti valori religiosi siano poi diventati principi civici, nel senso che vi è stata sovente continuità, e permeabilità, tra “sacro” e “laico”, verso il formare le regole che devono ispirare e disciplinare la vita di una comunità.

    Regole che il sapere non riesce sempre a dare, o non è in grado di farlo perché si tratta di cose diverse e distinte, e la “cultura democratica”, anche facendo tesoro di quanto il passato può insegnarci, dovrebbe appunto proporsi di tenere insieme tutti questi elementi.

    Paolo B. 21.12.2015

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