mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La Francia, l’Europa e noi
Pubblicato il 09-12-2015


Lo abbiamo sempre saputo: le elezioni regionali spesso anticipano quelle politiche generali.

Così è stato in passato per l’Italia e per altre democrazie occidentali, così potrebbe essere, ancor di più, per la Francia, che si è risvegliata dalle consultazioni della scorsa domenica con la netta affermazione del partito populista di estrema destra, quel Front National di Marie Le Pen che da anni, ormai, occupa un posto di primo piano nella geografica politica d’oltralpe.

Il successo del FN – addirittura primo partito nella metà delle regioni al voto e nel riepilogo nazionale (28% circa) rispetto al partito Les Républicains dell’ex Presidente Nicolas Sarkozy (27% circa) e ai socialisti di Francois Hollande, fermi al 23% – impressiona per dimensioni e radicamento, dimostrando quanto tale partito continuerà a condizionare la politica francese, e non solo, per i prossimi anni, con una seria ipoteca per l’Eliseo nel 2017.

Nelle reazioni a caldo, dal giubilo dei sostenitori della Le Pen alla fiducia di circostanza di Sarkozy, è spiccato il mesto commento dell’ambiente socialista francese, culminato con la dichiarazione di desistenza del partito al ballottaggio nelle regioni in cui si è piazzato terzo al primo turno, e ciò in funzione di sbarramento dei candidati del FN.

Questa scelta del PS descrive plasticamente i contorni della sconfitta del partito di Hollande, aggravando un risultato elettorale non brillante ma di certo non esiziale, considerata comunque la percentuale di consensi ottenuta in un momento drammatico per la sicurezza del Paese, e il non incolmabile distacco sia dai repubblicani che dal FN.

A parere di chi scrive, pertanto, il ritiro dei candidati PS, lungi dal costituire un argine al dilagare del FN, si traduce in un autoisolamento dei socialisti rispetto al contesto di riferimento, che nell’immediato li terrà fuori da alcuni consigli regionali, ma che potrebbe rappresentare a breve distanza un danno d’immagine molto più grave.

A ben vedere, infatti, i partiti aderenti alla famiglia socialista europea non godono di buona salute al momento, segnando sempre più il passo nei confronti dei movimenti populistici di estrema destra ed estrema sinistra in un numero crescente di Stati membri UE. I socialisti europei occupano ormai uno spazio marginale nella scena politica del continente, e se ne ha palmare evidenza guardando sia alla situazione interna dei principali Paesi, in cui governano, ad eccezione dell’Italia, per lo più forze conservatrici (o di estrema destra) e si affermano ovunque movimenti antieuropeisti, e sia volgendo lo sguardo al contesto globale dell’Europa, impantanata in un approccio ragionieristico e burocratico che ne allontana la vicinanza da parte dei cittadini.

Ed allora, se tutto ciò che andiamo dicendo è vero, perché non si nota alcuno scatto di orgoglio dai vertici del PES? Perché, come giustamente sollecitato dal nostro segretario nazionale Nencini, non si convoca un congresso straordinario per capire dove stia andando il movimento socialista, e soprattutto quale direzione intenda prendere per cambiare passo e tornare rilevante nella politica europea? Nulla di ciò avviene ma assistiamo, invece, al consueto balletto di appelli all’unità e all’europeismo che, se non conditi di sostanza politica, difficilmente cattureranno l’attenzione delle persone.

Bisognerebbe essere onesti ed ammettere la preoccupante condizione vissuta dalla nostra famiglia politica, in modo da riconoscere il problema ed approntare da subito le misure più idonee a superarlo. Al contrario, l’impressione è che, ancora una volta, si preferisca fare spallucce e rifugiarsi nelle questioni nazionali, non cogliendo il rischio, ormai quasi una concreta certezza, che le ragioni del socialismo europeo non vengano più percepite come parte del futuro dell’Europa, restando relegate ad una dimensione passata, per quanto gloriosa.

Il problema è oggi imminente per i compagni francesi, così come lo è stato solo alcuni mesi fa per i laburisti inglesi o per quelli del Pasok greco. E tra poche settimane la Spagna potrebbe restituirci un altro esito simile.

Tra i dati espressi dal voto francese balza agli occhi quello dell’appeal esercitato dal FN tra gli under 25, a dimostrazione di quanto sia netta l’assenza, nelle generazioni dell’immediato futuro, dei principi e valori socialisti. E risultati non dissimili si raccolgono in Italia, così come nella maggioranza dei Paesi europei. Ciò spiega meglio di tante parole come il socialismo europeo, e quelli nazionali, siano dinanzi ad un bivio decisivo per la propria storia, dal quale potrebbe dipendere anche la sorte del progetto di integrazione europea.

In momenti così cruciali, scegliere la comoda strada della continuità non porta risultati. Bisognerebbe, invece, scommettere seriamente sulla propria esistenza politica con strutture, programmi ed azioni innovative che segnino un tangibile cambio di passo, offrendo soluzioni nuove a sfide nuove (a cominciare dal tema immigrazione sino alle questioni di bilancio), senza subalternità nei confronti della sinistra radicale e senza pericolosi ammiccamenti con le forze della conservazione che offuscano il senso del nostro essere.

È un compito che spetta a ciascuno di noi, per la parte di propria competenza, in qualità di appartenenti a questa grande, e sofferente, comunità. Ancora una volta, quindi, “rinnovarsi o perire” sembra essere l’unica strada da prendere. Insieme.

Vincenzo Iacovissi

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