sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La troppo breve stagione
del Governo Parri
Pubblicato il 14-12-2015


Settant’anni fa, il 24 novembre del 1945 cadeva il Governo Parri. In molti manuali di storia diffusi nella scuola, la breve esperienza del Governo Parri (21 giugno- 24 novembre 1945), invece di rappresentare un evento significativo, dopo il quale l’Italia si ripiega su se stessa a leccarsi le proprie ferite, mentre la corruzione, il parassitismo e gli intrighi si diffondono e impediscono al Bel Paese di migliorare il suo costume etico-civile, viene liquidata con brevi parole ellittiche e convenzionali che spiegano ben poco.
Non così le pagine del romanzo-saggio di Carlo Levi L’orologio (1950), che raccontano la conferenza stampa convocata da Ferruccio Parri il 24 novembre 1945 al palazzo del Viminale (allora sede della Presidenza del Consiglio dei ministri e del Ministero dell’Interno), dopo le dimissioni del suo governo imposte dai Liberali senza una significativa reazione delle forze politiche più motivate a dare sostanza alla nostra fragile democrazia. Ne L’orologio, Carlo Levi mette in bocca al personaggio Casorin, dietro cui si nasconde lo scrittore Manlio Cancogni, un giudizio sul presidente dimissionario che esprime bene la delusione per l’esito fallimentare della Resistenza: “È un padre. Un crisantemo. Un crisantemo sopra un letamaio”. Sulla scorta di questa immagine, che riecheggia l’invettiva che nel XV canto dell’Inferno Brunetto Latini, maestro di Dante, lancia contro i fiorentini “orbi” per esaltare il suo discepolo che si tiene lontano dai costumi corrotti dei suoi concittadini, Levi delinea un ritratto della personalità del Presidente del Consiglio, interventista e pluridecorato nella prima guerra mondiale, poi esponente di spicco del Partito d’Azione ed ex capo della resistenza armata contro l’occupazione nazifascista, teso a conservare la memoria di un uomo che aveva portato al potere la sua esperienza dolorosa nella guerra di Liberazione, i valori professati dai resistenti e il sacrificio dei caduti.

Un’aneddotica superficiale, inesatta e tendenziosa, fiorita intorno alla figura di Parri, tacendo sulla sua cultura economica, storica e sociologica, lo ha dipinto come un uomo chiuso per intere giornate nel suo studio al Viminale, indeciso e non adatto a far fronte alle gravi emergenze del momento storico. In realtà Parri riguardo l’epurazione aveva raggiunto risultati significativi, poi vanificati nei mesi successivi al suo governo, mentre sul piano della difesa dell’unità nazionale e della saldatura tra Nord e Sud, divisi da vicende psicologicamente e storicamente diverse, si era comportato in maniera egregia. In Sicilia, ad esempio, aveva mandato l’esercito a combattere il movimento separatista sostenuto dalla mafia e dalle forze reazionarie. Aveva resistito ai dipendenti statali che chiedevano un migliore trattamento economico. Non aveva accolto le richieste dei partigiani che volevano conservare nelle file della polizia i gradi conquistati nella lotta di Liberazione. Vittima sacrificale del malcontento del Meridione e del clima della “Guerra fredda”, che cominciava a farsi sentire sull’Europa, condizionato dal problema della disoccupazione, dalle agitazioni contadine che scoppiavano in varie parti d’Italia, dalle violenze di alcuni gruppi sbandati di partigiani, dalle intemperanze dei CLN, da un apparato burocratico monarchico, dalle forze di polizia insufficienti e male equipaggiate, lasciato solo dai partiti rinati dopo il fascismo ma ancorati a vecchie contese, a vecchi pregiudizi, a ideologie astrattamente rivoluzionarie, a politiche compromissorie e trasformistiche, il 24 novembre del 1945 Parri rassegnava le dimissioni.

Settant’anni fa assieme a Parri e al suo governo di breve durata veniva meno non tanto il governo della Resistenza e del “vento del Nord”, ma una concezione della politica non disgiunta dalla morale, tesa a fare prevalere il bene comune sugli interessi particolari di qualsiasi ceto sociale. Ma nelle giornate convulse che precedettero la fine del governo Parri, gli interessi dei partiti di massa, la loro ricerca esasperata dei consensi – foriera dello snaturamento del ruolo delle istituzioni e di quella partitocrazia che molti anni dopo, nel luglio del 1981, Enrico Berlinguer avrebbe denunciato in una intervista a Eugenio Scalfari – prevalevano sulle ragioni morali, incomprensibili a chi usciva da un periodo di oppressione e sentiva perciò il bisogno di vedere riconosciuti solo diritti.

Lorenzo Catania

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