domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

‘Le nozze di Laura’: l’integrazione in Calabria
Pubblicato il 10-12-2015


Le-Nozze-di-Laura-21La “diversità” che porta “equilibrio” e che unisce; la religione che entra prepotente nella quotidianità della gente, in un Sud dalle innumerevoli contraddizioni. Leggende africane che non sono molto diverse dai dettami ferrei delle tradizioni popolari calabresi. Per un finale a sorpresa che stravolge tutte le certezze iniziali, per cui lo sposo arriva in pullman, un coltivatore è un principe e la “scema” e ingenua protagonista realizza il suo sogno indossando l’abito bianco come una Madonna cristiana.
Questi un po’ i connotati principali del film realistico e drammatico di Pupi Avati (prodotto da suo fratello Antonio), andato in onda su Rai Uno lunedì 7 dicembre: “Le nozze di Laura”.
Non a caso la religione ha un ruolo preponderante poiché è ispirato all’episodio tratto dal Vangelo di Giovanni “Le nozze di Cana”. Attualizzandolo, il regista sembra voler dare dignità ai cosiddetti “ultimi”, agli umili, ribaltando ogni aspettativa.
Laura (Marta Iagatti) è una ragazza calabrese trasferitasi a Roma. Derisa da tutti, sogna il grande amore e nel giorno del suo compleanno incontra un uomo affabile, gentile, cordiale: Hermes (Neri Marcorè). Commette l’errore di concedersi e scopre poco dopo di essere rimasta incinta. Costretta a tornare a casa in Calabria, dove il padre vuole che lavori nella sua ditta di agrumi, non sa come dire ai genitori dell’”incidente” che le è capitato.
Magistralmente Avati con poche parole riesce a trasmettere una comunicativa pregnante; Laura, infatti, non fa che ripetersi la stessa frase più volte: “ho fatto un casino grossissimo”. Non riesce ad inserirsi neppure a Rocca Imperiale, dove l’unica che sembra comprenderla è la zia Maria (Lina Sastri). Non a caso, quest’ultima è madre di suo cugino, un altro “diverso” come lei e definito “il matto di Rocca Imperiale” e da tutti soprannominato “Lui”, quasi non fosse degno di un nome che lo connoti o di un’identificazione. Un giorno Laura incontra un bracciante africano, proveniente dal Ciad, che lavora nell’agrumeto del padre: Karimu (Valentino Agunu). È in Italia da tre anni e mezzo e lavora per mantenersi gli studi; frequenta, con un permesso di soggiorno legato allo studio, medicina all’università di Bologna per poter aiutare la sua gente un domani contro l’Aids. Tra i due sorge spontanea una complicità sincera, una solidarietà reciproca naturale, che porta il giovane di colore a chiedere a Laura di sposarlo. La loro, però, “è una storia (troppo) strana” per la gente del posto, spiega la zia alla nipote. Tutto rischia di crollare: i familiari non faranno neppure più entrare in casa la ragazza. Il sogno di Laura (come la scritta Laura’s dream sul suo pigiama) sembra venir infranto. Il padre avrà un infarto per l’offesa, la delusione e il disonore subito dalla figlia; Karimu e i compagni saranno cacciati.

Come ricostruire allora quel cammino e progetto di integrazione sociale ed etnica, oltre che culturale (e religiosa?) fra comunità diverse, costruito sino a quel momento? Se fino ad allora Laura era diventata più sicura e decisa di sé, tutti questi episodi “negativi” non faranno che scoraggiarla e “bloccarla” emotivamente. Era riuscita a dire “Tutto qua. Dovete sapere perché non mi devo vergognare di nulla” sulla sua gravidanza ai genitori. La risposta però è un “m’ammazzasti” del padre che la porta a non credere più nel matrimonio ed a incolparsi. A calmare i suoi sensi di colpa è proprio il cugino, “il matto”, che però è uno di quegli individui che “non sono diversi né pericolosi, ma solo più sensibili” spiega la zia Maria. È Lui a far ritrovare il senso più profondo della religione, della fede per cui “Dio è buono in tutte le religioni” (come diceva Karimu), a incitarla a pregare affinché avvenga il “miracolo” dell’unione tra due razze, della “favola” che occorre attendere con fiducia.

Non c’è differenza che non sia superabile, sembra quasi dire. Il superamento dei matrimoni combinati, delle rigide tradizioni meridionali equivale a quello di un “credo bigotto”, la tradizione senza sentimento diventa mera leggenda. Il cugino sollecita Laura: “non devi avere paura di essere felice, Lui ti vuole bene, gli piaci, devi solo permettergli di volerti bene”, le dice facendole sentire la sua vicinanza. Quasi una visione di religione più nuova, fresca e moderna. Il segno di un cambiamento dei tempi, come il legame tra Karimu e Laura: sono “diversi”. Ora Laura sente che quel letto costruito dal padre di Lui, con una spalliera dove è dipinta appunto la scena delle nozze di Cana “le vuole bene”; crede nella fede e non a caso Lui (Alessandro Sperduti) ha il ruolo che nel Vangelo fu di Gesù. Una “leggenda” è divenuta realtà col sentimento, altrimenti sarebbe stata mera leggenda simbolica. Ora sa che quella è la sua vita: “la vita è la mia, non la vostra” grida ai genitori, opponendosi ad ogni costrizione e vincolo (coniugale e non), non dettato dal cuore appunto. Senza il limite di pregiudizi razziali o preconcetti.

La fede è nella diversità. “Le nozze di Laura”, in tal senso, è quasi un modo di spiegare la religione con la quotidianità della vita comune di tutti i giorni. Tutto sembra iniziare ed andare nella direzione “prestabilita”, di un matrimonio combinato tra cugini già deciso, prefissato; questa volontà imposta e arbitraria sembra avverarsi; ma la conclusione sarà antipodica. Questo forse il vero “miracolo” citato nel film. Pupi Avati gioca su più chiavi interpretative e su diverse letture possibili per mostrarci parallelamente due universi così differenti.

Barbara Conti

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