venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Enrico Maria Pedrelli:
Ma il riformismo
è un tiro al piattello?
Pubblicato il 09-12-2015


Probabile effetto della mia giovane età è avere un po’ di confusione, soprattutto di fronte all’ambiguità e incoerenza della politica di oggi, ma è a quel punto che cerco di pormi delle domande. Tra queste, quella che tengo di più a porre all’attenzione di tutti è la seguente: ma cosa significa riformismo?

Lasciamo stare frasi d’effetto e slogan, lasciamo stare giri di parole mielose, interrogarsi su questa parola e dare una risposta chiara e decisa alla domanda di cui sopra credo sia fondamentale per noi socialisti. Soprattutto di fronte al fatto che la nostra pluridecennale crisi ci impone sempre più di definire la nostra identità, della quale la parola riformismo credo sia parte. Ma facciamo un passo indietro e mettiamo ordine.

C’erano una volta i socialisti, romantici e infaticabili combattenti di un ideale destinato a fare la storia. L’ideale, oltre a tutto l’aspetto culturale e sentimentale che portava con sé, non definiva altro che un obbiettivo; la risosta ad un problema: la classe operaia era oppressa, quindi doveva emanciparsi, quindi creare il mondo in una data maniera. Su questa data maniera ovviamente non c’era un comune e preciso accordo, anche perché di quella che sarebbe stata la futura società socialista vi erano soltanto le linee guida, dei concetti ideali molto generali sui quali (caso Russia e comunisti a parte) spesso e giustamente ci si è messi in discussione. Ho semplificato, ma credo sia necessario schematizzare per capire meglio di cosa si sta parlando.

La domanda che si posero i socialisti a quel punto era: come raggiungere il nostro obbiettivo? E qui sappiamo si divisero. Da una parte i massimalisti, che volendo raggiungere l’obbiettivo massimo del socialismo (da qui il nome) e volendo raggiungerlo subito, proponevano la rivoluzione armata; quando dove e come era un altro paio di maniche, ma il concetto era quello. Dall’altra invece c’erano i riformisti, che proponevano invece una via più pacifica e soprattutto per gradi: l’obbiettivo finale andava certamente raggiunto, ma lo si doveva raggiungere passo dopo passo, con cautela e intelligenza, perché a voler tutto subito si rischiava troppo di mandare ogni cosa all’aria. La storia del resto ha sempre dimostrato come le rivoluzioni armate non vanno mai nella direzione in cui le si voleva far andare.

Leader dei riformisti, lo sappiamo, era il grande Filippo Turati, che descriveva questo metodo come una grande nevicata: tanti piccoli fiocchi di neve, che da soli magari non valgono nulla, ma che insieme e a migliaia avrebbero ricoperto di bianco tutto quanto. Io questo paragone lo trovo fantastico, e invito tutti a guardare fuori dalla finestra quando nevica: non si riesce mai a capire quando sia il preciso momento nel quale la neve inizia ad attaccare; si sa semplicemente che ad un certo punto tutto si ricopre di bianco e la neve ancora non accenna a smettere di cadere.

Così fecero i primi socialisti: inizialmente quattro gatti disorganizzati che decisero di creare un partito in un’osteria. Del resto le idee migliori nascono attorno ad un buon bicchiere di vino (rigorosamente rosso). Era quanto bastava, quando le tue idee sono nel cuore della gente. E come fiocchi di neve che cadono, i socialisti conquistavano pian piano i piccoli comuni, combattevano attraverso primordiali forme di sindacato per avere migliori condizioni di lavoro, creavano sezioni per tutta Italia, proclamavano scioperi e manifestazioni di piazza. Senza farla troppo lunga, tiriamo le somme: avevano un’ideale che poneva un obbiettivo, e avevano un metodo per arrivarci. Esso era il riformismo.

Riformismo come metodo quindi per raggiungere la stella turatiana di una società più giusta, e che non significa solo “fare le riforme”. Allora se è per questo è riformista chiunque le faccia, di qualsiasi schieramento politico egli sia parte: non è proprio quello che intendeva Turati, che altrimenti avrebbe dato del riformista anche a Giolitti. Giustamente ci lamentiamo di Fitto che crea il gruppo parlamentare dei “Conservatori e riformisti”, che è un ossimoro clamoroso, ma alla luce della perdita di significato di questa parola come si può biasimarlo in fondo? E’ un errore nel quale troppi incorrono, e tra questi anche molti socialisti. Troppi credono che la definizione di riformismo si trovi sullo Zanichelli, piuttosto che negli scritti di Turati. E qui vengo alle critiche, spero considerate legittime, al nostro partito.

Se il riformismo nasce come metodo per portare a termine l’obbiettivo di un ideale, occorre capire per noi se abbiamo questi necessari elementi. Ma lasciamo completamente stare qualsiasi riferimento al passato però, perché anche se è sacrosanto avere una cultura politica che ha profonde radici, fermarsi solo alle descrizioni di esse significa che non c’è altro. E le sole radici sono i resti di una pianta morta. Occorre definire cos’è il socialismo oggi, a che cosa serve, quali problemi si pone di risolvere; fatto ciò avremo compiuto metà del lavoro, dato che a quel punto (ripeto: lasciando perdere il passato) potremmo tranquillamente rispondere ad un giovane sul perché iscriversi al PSI. Mentre ad oggi per noi rispondere a questa domanda rimane un lusso, e ognuno si inventa creativamente risposte.

Noi invece questo non lo facciamo, e lasciandoci andare alla semplicistica definizione di riformismo come “fare le riforme” crediamo che quindi il nostro ruolo, alla luce anche delle nostre esigue forze, sia quello di essere un’avanguardia politica che esplora sempre più nuovi temi e proposte politiche da lanciare nel dibattito pubblico per far vedere come siamo eretici, avanti, e alternativi. Siamo nella continua e affannosa dimostrazione di come siamo sempre stati i più bravi di tutti a fare le riforme, e ne cerchiamo sempre di nuove e caratteristiche. Per fare un paragone: crediamo in un riformismo che è come il tiro al piattello, dove si spara sempre più in alto e si cerca di fare centro, attirando l’attenzione e qualche applauso di chi incuriosito per un attimo nota come siamo bravi. Ma così non si va da nessuna parte, perché in questo modo ci releghiamo per sempre ad un ruolo del tutto marginale.

Non dico che non vada bene per ora, o che dalla situazione attuale non ci è dato fare di più, ma renderci conto che così per sempre non può andare e cercare pian piano di lavorare per qualcosa di migliore è un primo passo (riformista) verso il ruolo che ci spetta.

Se il riformismo è una scala a pioli con la quale si raggiunge un piano superiore, quello che noi invece stiamo facendo è lanciare in aria questi pioli compiacendoci di quanto siamo bravi a farlo, e poi se qualcun altro questi pioli li raccoglie da terra ecco che abbiamo vinto un’altra battaglia socialista, che siamo stati i primi a parlarne, che è merito nostro etc.. Come con lo Ius Soli, il divorzio breve, la responsabilità civile dei magistrati e via cantando: lo schema è sempre lo stesso. Certo, sono state battaglie nostre in cui ci siamo dimostrati importanti, che abbiamo condotto noi prima e più di tutti ed è giustissimo festeggiarle: ma se fosse dipeso solo da noi non le avremmo mai“vinte”, ma soprattutto quasi nessuno sa di questi nostri meriti, che invece si prendono partiti più grandi di noi dai quali alla fine è dipesa effettivamente la buona riuscita.

E adesso ci buttiamo sul voto ai sedicenni, che già qualcun altro diverso da noi pensa di voler portare avanti: perlomeno ai sedicenni abbiamo mai chiesto se lo vogliono?

Osiamo di più. Quando facevamo le cose per il lavoratori, le facevamo anche con – i lavoratori. E insieme si camminava passo dopo passo, riformisticamente, verso quell’obbiettivo rappresentato dal “Sol dell’Avvenire”. E’ questo è il senso del Quarto Stato: il socialisti in cammino, decisi e inarrestabili, senza fucili in mano per fare la rivoluzione, o per tirare al piattello.

Enrico Maria Pedrelli

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Commenti all'articolo
  1. Carissimo Enrico
    Spero che questo tuo scritto siano in tanti a leggerlo e ad assimilarlo.
    Per chi non conosce la tua età la comunico io.
    Cari compagni/e e lettori dell’Avanti: questo giovane compagno ha soltanto 19 anni, ma porta nel cuore e nella mente i valori e la cultura di 125 anni di Storia socialista. Ama e studia anche la musica, e noto come questa passione sia in simbiosi con l’armonia dei grandi ideali che hanno ispirato tanti socialisti.
    Carissimo Enrico: nell’assistere all’attuale tramonto dei Socialisti, i valori che illuminano le tue righe m’infondono la speranza che all’orizzonte domani possa risorgere il “sole dell’avvenire” se altri giovani come te si impegneranno sugli obiettivi a cui noi socialisti aspiriamo.
    Ti ringrazio per questa testimonianza che hai dato sull’Avanti. Alle più immediate e facili opportunità che avresti potuto cogliere, ad esempio nel PD, hai scelto di impegnarti per il più grande degli ideali da raggiungere che la Storia dell’Umanità abbia concepito: quello di una Società Socialista che cosi bene hai descritto nelle finalità e nel percorso per realizzarla.
    Un grande e forte abbraccio dal tuo compagno Nicola

  2. Io sono un estimatore di Enrico Maria Pedrelli, apprezzo molto i suoi interventi.
    Se vogliamo elaborare un nuovo progetto di Partito non possiamo fare a meno del contributo dei giovani.
    Dico di più, per quello che vale la mia conoscenza posso affermare che tutti i giovani che militano nel nostro Partito, hanno una padronanza assoluta nell’argomentare tematiche politiche.
    Il Partito deve tenerne di conto e al prossimo congresso riservare un’ampia rappresentanza negli organismi direttivi a tutti i livelli.
    Se lottiamo per dare il voto ai sedicenni dobbiamo ascoltare e dare fiducia e responsabilità a Enrico Maria e ai suoi coetanei.

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