giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

‘Nerone e il Professore’
un libro su Bettino Craxi
Pubblicato il 09-12-2015


Bettino CraxiPer gentile concessione dell’editore pubblichiamo il capitolo del libro “Nerone e il Professore – dialoghi improbabili”, uscito nei giorni scorsi, dedicato alla figura del leader socialista, Bettino Craxi

di Mario Guadagnolo

Ero andato contro voglia a quella crociera perché sapevo che mi sarei annoiato. Ne avevo fatto una con l’Achille Lauro, la nave che il 2 dicembre del 1994 si incendiò e che ora giace nelle profondità dell’oceano Indiano al largo della costa somala. Quindi conoscevo perfettamente cosa si fa su una nave da crociera. L’Achille Lauro era l’ammiraglia della storica flotta Lauro, quella del dirottamento dei terroristi dell’FLP (Fronte di Liberazione della Palestina) e dell’assassinio di Leon Klinghoffer l’invalido americano ebreo gettato in mare dai terroristi palestinesi con tutta la carrozzina. Era in fondo una nave maledetta e per questo forse è stato un bene che sia affondata. Aveva per tanti anni dominato il mare. Qualche anno dopo troverà pace nel suo ventre come è giusto che sia. Io infatti credo che il destino più giusto per una nave sia quella di finire in fondo al mare. Mi hanno sempre causato una profonda tristezza e malinconica le navi che dopo un lungo e onorato servizio finiscono nei cantieri di demolizione e trasformate in rottame e ferro vecchio. Finire in fondo al mare è certamente una fine più dignitosa. La bella morte esiste anche per le navi. Quella nave aveva comunque fatto il suo tempo. L’Achille Lauro aveva solo questo di bello. Aveva la forma di una nave vera, un transatlantico come quelli del primo Novecento, come il Titanic per capirci o come il mitico Rex ma era ormai sorpassata. Al confronto con le nuove navi da crociera era una vecchia bagnarola e resisteva solo per onor di bandiera. Oggi le navi da crociera sono diverse. Sono dei palazzi di dieci piani che galleggiano e dentro ti sembra di stare all’Excelsior con suites di lusso, portieri gallonati, ristoranti, palestre per il fitness, teatri e night club, sale da gioco, campi da tennis e di calcetto.

Sembrerebbe un sogno, in realtà su quelle navi ci si annoia mortalmente poiché è come trasferirsi in un immenso condominio con in più l’obbligo di divertirsi. Insomma un divertimentificio obbligatorio. E su una nave della Costa Crociere, perché è su una di queste navi che si svolge la mia crociera, è vietato non divertirsi. Se non ti diverti o sei ammalato o non sei normale. Non ti è in nessun modo consentita la tranquillità della lettura di un buon libro sul ponte della nave perché c’è sempre qualche scemo che viene ad invitarti ad andare a fare fitness o nuoto in piscina o a partecipare ad una delle mille giornaliere sbafate che ti impongono a tutte le ore del giorno. Su una nave da crociera infatti è anche obbligatorio sbafare in continuazione. La mattina presto per il caffè della sveglia, alle 8,30 per la colazione, a mezza mattinata per il caffè, a mezzogiorno per un drink, alle 13,30 per il pranzo, alle 17 per il thè, alle diciannove per uno spuntino tanto per mettere qualcosa sullo stomaco, alle 20,30 per la cena, alle 22 per una pizzetta così tanto per gradire e perfino alle due di notte l’ultimo appuntamento perché si sa uno a quell’ora può avvertire un languorino. Ma nella vita normale quando mai alle due di notte ad uno che abbia un po’ di sale in zucca verrebbe voglia di mettersi a mangiare! Una persona normale alle due di notte di solito dorme. Chi va in crociera no. Alle due di notte uno deve andare a strafocare e quello che mangia gli deve rimanere sullo stomaco per tutta la notte. Bastaaaa!!! Andate viaaaa!!!. Voglio stare solo, non voglio essere atletico, voglio rimanere con la mia panza, non voglio ballare, né nuotare, né strafocare. Non voglio divertirmi vabbè?! Avrò pure il diritto a non volermi divertire! Potreste osservare: ma allora perché ci sei andato a quella crociera? Perché sono innamorato perso dei tramonti sul mare che il Mediterraneo sa regalarti, perché rimango stordito di fronte alla linea dell’orizzonte che si perde tra cielo e mare, perché non c’è spettacolo più sublime di uno stormo di gabbiani che inseguono la nave e di qualche albatros solitario che si posa sull’antenna della radio di bordo. E poi la dolce e struggente malinconia della sera che ti prende mentre la nave scivola lenta e possente e tu anneghi in questo cielo stellato che ti fa capire chi sei cioè una parte infinitesimale di qualcosa che sfugge alla tua mente e nella quale è “allegro naufragare” come scrive il poeta. Ecco perché ero andato a quella crociera, per provare queste sensazioni e stare un po’ insieme alla mia famiglia e ai miei nipotini. Sono letteralmente annegato in questo infinito silenzio rotto solo dal rumore dell’acqua che si infrange contro i fianchi della nave e dal pesante e sordo rombo dei motori. Il mondo variopinto, rumoroso e festaiolo là dentro è lontano ed è altro da me. Appartiene ad un tempo diverso da quello che sto vivendo in questo momento. Un tempo senza tempo nel quale l’universo che mi sovrasta è un ombrello di stelle. Le conto ad una ad una. Di qualcuna conosco il nome e me lo ripasso a mente. Se voglio le posso raccogliere con una mano una per una. Una luna piena, arrogante e intrigante mi stimola a pensare. E’ veramente straordinaria la capacità dell’uomo di abbandonarsi alla fantasia. Basta poco. Bastano un silenzio reso ancora più tale dall’eco di un rumore lontano e sconosciuto, una calda sera d’estate mitigata dalla brezza marina un po’ umida, un grappolo di stelle che puoi toccare con un dito e una luna sfacciata che ti provoca e ti sfida a viaggiare per mondi sconosciuti.

Si basta davvero poco per smarrirsi e annegare in questa voglia di perdersi a patto però che non ci sia il rompicoglioni di turno, puntuale e stupido come solo i rompicoglioni sanno essere, che ti piomba alle spalle come un falco e non ti fa  sobbalzare letteralmente sulla sedia sdraio ” Bum!!! Ma che stai facendo qui da solo? Su vieni dentro. Stasera è organizzata una serata di ballo e c’è anche uno spettacolo da sballo con certe ballerine….!”. Non resisto alla tentazione di mandare un deferente saluto ai defunti del mio amico scemo e mio malgrado mi alzo e lo seguo. Entro nel salone delle feste nel quale una marea di gente invasata si agita come quei neri delle tribù africane durante la festa del villaggio. Una specie di orchestrina rompe i timpani con il suo frastuono mentre camerieri affannati servono ai tavoli abbondanti libagioni. Richiudo a fatica la porta e per la seconda volta invito cortesemente il mio interlocutore a farsi una bella passeggiata verso quel paese che conoscono tutti e ritorno alla mia cara e scomoda sdraio. “Forse sto diventando vecchio”, penso “qualche anno fa avrei fatto la stessa cosa del mio amico scemo e sarei stato anch’io tra quegli scalmanati. Riprendo a pensare mentre il rumore della folla mi giunge ovattato. Stavolta mi abbandono a pensieri più terra terra. Nella precedente crociera, quella sull’Achille Lauro, avevamo toccato Israele, Egitto, Turchia europea e Grecia. Penso all’itinerario previsto dalla Costa per i sette giorni che verranno. Visiteremo Tunisia, Marocco, Spagna, Canarie, Baleari per ritornare a Genova. Noi del sud sbarcheremo a Napoli dopo aver visitato Capri. In fondo si tratta di un bel viaggio. In Tunisia non ci sono mai stato, in Marocco neanche. In Spagna ci sono stato ma ho visitato solo Madrid con i suoi dintorni e Barcellona. Stavolta ci fermeremo a Malaga e faremo una puntata nell’entroterra spingendoci fino a Siviglia. Le isole Maiorca e Minorca non le avevo mai viste se non nei films o in cartolina. Quindi tutto sommato il viaggio presenta degli aspetti interessanti. Inseguendo questi banalissimi pensieri mi addormento e se verso le due di notte non fosse arrivato, stavolta opportunamente, il mio amico scemo a svegliarmi avrei passato tutta la notte sul ponte della nave. Non vedendomi rientrare in cabina mia moglie aveva cominciato a preoccuparsi e i miei amici avevano pensato al peggio. “Abbiamo pensato perfino che fossi caduto in mare! Uomo in mare!!!” Il mio ritorno alla vita solleva tutti dall’ambascia. Ma ormai si sono fatte le tre di notte. A letto perché domani occorrerà alzarsi di buon’ora. La mattina alle sette tutti pronti sul ponte n. 1 per lo sbarco nel porto di Tunisi e per l’escursione nella città. Con una manovra al millimetro la gigantesca nave attracca. Viene gettata l’ancora e le cime assicurano il mostro ad uno dei tanti moli. Un fiume di persone si accalca sul ponte. La scaletta per scendere a terra viene disposta trasversalmente alla nave e i crocieristi cominciano a scendere. E’ una folla variopinta di vecchie signore con i più improbabili copricapo, attempati signori di nazionalità diverse con camicie hawaiane e pantaloncini multicolori, giovani scalpitanti, bambini che non stanno fermi un attimo e gli immancabili giapponesi fotocopia uno dell’altro carichi di macchine fotografiche. Si fanno le 10. Per la visita alla città è prevista una giornata. Ogni crocierista può disporre del tempo come ritiene. Può visitare la città o seguire un itinerario diverso a suo piacimento. Una volta raggiunto il centro di Tunisi la comitiva dei tarantini si appresta a decidere se spostarsi verso l’entroterra oppure rimanere in città.

Alzo la mano e propongo di andare ad Hammamet. La città dista appena una cinquantina di chilometri da Tunisi ed è nota per essere una famosa località balneare con un mare hawaiano e la sabbia bianchissima. In effetti a me della spiaggia hawaiana non importa assolutamente nulla tenuto conto che ormai sono abituato al mare delle marine della Puglia alle quali modestamente le spiagge di Hammamet non fanno neanche un baffo. Il mio intento è andare a visitare la tomba di Bettino Craxi proprio nel cimitero di Hammamet, un desiderio che mi era balenato già al momento in cui avevamo deciso in famiglia di fare quella crociera visto che prevedeva la sosta di un giorno a Tunisi. “Se un socialista capita ad Hammamet non può esimersi dall’andare sulla tomba di Craxi. E’ come se uno andasse a Caprera e non andasse a visitare la tomba di Garibaldi.” Insomma io che Craxi lo aveva conosciuto di persona, consideravo la visita alla sua tomba un dovere. D’altro canto io ero il Presidente della Fondazione Craxi di Taranto per cui la visita alla tomba di Bettino si imponeva per mille ragioni. Ovviamente non posso pretendere che sia la stessa cosa per gli altri della comitiva. Alzo la mano e provo a proporre “Potremmo ammirare le spiagge bellissime della costa tunisina prospicienti il deserto e tra l’altro,  azzardo, potremmo anche cogliere l’occasione per andare sulla tomba di Craxi”. Un coro unanime di no seppellisce miseramente la mia proposta. “Noi vogliamo visitare la città e abbiamo in mente di andare alla casbah”. Con la coda tra le gambe, visto l’insuccesso miserevole della mia proposta, mi ritiro in buon ordine e mi taccio. A questo punto devo scegliere o tradire l’idea, cedere al becero consumismo della comitiva e accodarmi ai turisti per andare a visitare la casbah di Tunisi o prendere un taxi e ad Hammamet andarci da solo. Io sono una roccia e a mia volta prendo cappello. “Voi non capite niente. Andate andate. Stasera mi racconterete ciò che avete visto e…comprato. So già che tornerete carichi di paccottiglia per turisti scemi, pugnali, fez, bigiotterie per signore intronate, braccialetti e collane che potreste trovare dai vu cumprà a casa vostra”.

Io certa gente non la capisco. Venire a Tunisi per comprare cianfrusaglie che si possono comprare sotto casa! Ci diamo appuntamento per il pranzo alle 14 al ristorante tipico “Al Kabir” dove si mangia il cus cus che per me è proprio una schifezza. Ma tanto comandano loro! La brigata dei miei amici va per la sua strada ed io per la mia. Prendo a volo un taxi e chiedo all’autista in francese, lingua che grazie a quel mio grande professore di francese del ginnasio che fu Giacinto Peluso parlo correntemente, di accompagnarmi ad Hammamet. “Sur le tombeau de monsieur le President Craxi?” Caspita che intuito! E come ha fatto a capire che la mia intenzione è proprio questa? L’autista capisce il mio stupore e mi spiega di aver notato che il gruppetto da cui mi sono staccato era italiano e se un italiano chiede ad un tassista di andare ad Hammamet nove volte su dieci è perché intende fare visita alla tomba di Craxi.

“Ci sono molti italiani che vanno a visitare la tomba di Craxi?”“Moltissimi”

“Il y a beaucoup d’italiens qui vont visiter le tombeau di Monsieur le Presidente Craxi. Toutes les jours”. “

“Ma perché lo chiamate così? Craxi non è più Presidente del Consiglio da tanti anni”

“Pour nous tunisiens monsieur Craxi reste toujours Monsieur le President. Craxi il a etè un grand amis de la Tunisie”

Prendo atto con soddisfazione di quello che il popolo tunisino pensa di Craxi e quindi anche di coloro che vanno a far visita alla sua tomba.

Certo districarsi tra il dedalo di vie del centro di Tunisi non è cosa semplice ma Josuf Mustafà Alì, questo è il nome del mio tassista, lo fa con la perizia che solo i tassisti hanno quando devono raggiungere un indirizzo. In meno di dieci minuti siamo fuori città. Il cartello bilingue, arabo e francese, indica la direzione per Hammamet. Josuf imbocca una strada a quattro corsie panoramica, moderna e attrezzata e mi fa da Cicerone in un perfetto italiano.

“Una volta questa strada non esisteva. Per raggiungere casa Craxi occorreva percorrere una mulattiera polverosa e accidentata per asini e cammelli che portava alla “collina degli sciacalli e dei serpenti” percorribile solo con un fuori strada. Lì era ubicata la casa di Craxi. Si chiamava “Route el Fawara”, Strada della fonte, per via del fatto che dalla collina scende un fiumiciattolo, un rigagnolo che sgorga da un’antica sorgente. D’estate il rigagnolo è prosciugato ma d’inverno diventa un fiume in piena ”

“E questa strada?”

“E’ sempre quella ma è stata allargata, ammodernata e attrezzata. E’ stata costruita nel 1998 ed è il raccordo tra l’autostrada e Hammamet. E’ stata realizzata perché il Presidente della Tunisia Ben Alì si è fatto costruire una residenza privata lungo la costa tra Hammamet e Nabeul e questo raccordo gli permette di raggiungere facilmente l’autostrada.”

“Bell’esempio di buon governo del cavolo. Farsi costruire una strada solo per sé. Roba da emiri”

“No, non è solo per quello. Questa strada è molto importante per ragioni legate al turismo. La costa ogni anno sta diventando sempre più affollata di stranieri e di tunisini facoltosi che hanno costruito a sud di Hammamet una vera e propria nuova città fatta di alberghi e residences. E se lei pensa che per la Tunisia il turismo è una delle voci più importanti della sua economia capirà l’importanza di una strada come questa. Vedrà, la strada passa proprio davanti alla casa di Craxi”

“Quanto ci vorrà?”
“Meno di mezz’ora”

Guardo dal finestrino il paesaggio scorrermi davanti con le dune di sabbia violentate dalla strada. Da una parte e dall’altra ville e residences ma anche qualche palazzone di pessimo gusto che fa a pugni col paesaggio. Penso a cosa doveva essere questo posto quando vi è giunto Craxi. Se è vero che questa strada è stata costruita nel 1998 e Craxi è venuto qui prima, il luogo non doveva essere proprio accogliente. Se poi a quella collina i tunisini avevano dato il nome di “Collina degli sciacalli e dei serpenti” evidentemente non c’era proprio da stare allegri in quanto ad accoglienza del paesaggio. Però ancora oggi, malgrado l’invasione del cemento, il paesaggio affascina per la sua bellezza selvaggia. Mentre il taxi corre veloce lungo Route el Fawara il nome di Craxi evoca alla mia memoria gli anni del mio impegno politico nel Partito Socialista. Passione, sogni di una società diversa, battaglie civili, grandi soddisfazioni ma anche grandi delusioni e grandi sconfitte. Io ero della Sinistra Socialista e Riccardo Lombardi era il mio profeta. Mi ero innamorato come tutti i lombardiani dell’idea che per costruire il socialismo era necessario costruire preventivamente l’unità della sinistra con i compagni del PCI. Lombardi ci aveva insegnato che “per costruire l’alternativa socialista la Democrazia Cristiana sarebbe stato il nostro avversario privilegiato e il Partito Comunista il nostro compagno di viaggio privilegiato”. Al tempo in cui ero segretario provinciale del PSI di Taranto andavo nelle sezioni del partito a ripetere questo slogan e a sostenere questa mia convinzione. I compagni mi avevano per questo soprannominato “Radio Tirana”.

In nome di questa convinzione insieme a tanti altri giovani socialisti negli anni ’70 mettemmo in crisi la giunta di centro sinistra (quello storico con la Democrazia Cristiana) al Comune di Taranto guidata da Leonardo Paradiso e dato vita alla giunta di sinistra guidata da Giuseppe Cannata. Realizzammo così a Taranto quello che era stato da sempre il nostro sogno politico l’unità della sinistra e la realizzazione di un governo di sinistra. Anche se nel microcosmo di un ente locale periferico avevamo sperimentato l’alternativa socialista. In nome di quell’idea avevo iniziato a fare politica fin dagli anni dell’università, avevo fatto il ’68, mi ero preso i fischi e le pernacchie degli estremisti di Lotta continua e di Potere Operaio quando intervenivo nelle assemblee di facoltà e in quanto socialista mi etichettavano come “borghese di merda”, avevo preso botte da orbi dai fascisti. Diventato Segretario provinciale del mio partito e poi eletto nel Comitato Centrale, avevo conosciuto i grandi del partito padri della patria, Nenni, Pertini, Lombardi, De Martino, Mancini e tanti altri, avevo intessuto rapporti con la nuova generazione rampante dei quarantenni che nel partito avevano sostituito i vecchi e preso il potere al Midas, Craxi, Signorile, Manca, Landolfi, Labriola, Martelli, De Michelis. Nomi e volti che scorrono nella mia memoria in maniera tumultuosa e che vedo scorrere sul finestrino del taxi come sequenze di una pellicola sfuggita all’operatore. Con alcuni di essi come Signorile e De Michelis avevo vissuto un impegno politico comune e condiviso poiché facevamo parte della stessa corrente della sinistra socialista o meglio dei lombardiani come amavamo orgogliosamente definirci noi. Con Signorile in particolare, al quale mi legava oltre che una condivisione politica anche l’affetto di una sincera amicizia personale, ho trascorso gli anni più importanti della mia giovinezza politica.

Ora sto correndo verso la tomba di uno di loro, il capo della generazione dei quarantenni che fecero l’impresa, la rivoluzione del Midas. Già Bettino Craxi. Associo il nome di Craxi al buon governo, all’inflazione ridotta al 12%, al referendum sulla scala mobile, all’orgoglio della prima volta per un socialista alla Presidenza del Consiglio così come era stato con Pertini alla Presidenza della Repubblica, alla voglia di esserci dei socialisti dopo anni di sudditanza nei confronti della Democrazia cristiana e del Partito Comunista, ma soprattutto all’orgoglio di essermi sentito italiano quando Bettino prese a pesci in faccia zio Sam a Sigonella dopo cinquant’anni nel corso dei  quali eravamo stati davanti agli americani col cappello in mano come degli accattoni. Ma associo il nome di Craxi anche agli anni bui e discussi di tangentopoli, al suo esilio (per altri fuga) in Tunisia, alla fine del mio partito. Da allora non ho avuto più casa e dopo aver tentato invano di ricostruire quella del mio partito che era stata bruciata sono diventato un apolide della politica, uno senza fissa dimora, un senza famiglia che non si trova a suo agio in nessun’altra casa. Già tangentopoli, la stagione maledetta. Penso a tante famiglie ed esistenze di persone innocenti irrimediabilmente distrutte nel fisico e nell’onore, accusate e sbattute in prima pagina come dei mostri e poi assolte puntualmente nei processi. Penso a quello che accadde anche a me personalmente quando, essendo completamente estraneo ad un fatto contestatomi, fui sbattuto in carcere da un PM napoletano convinto che io avessi preso da sindaco delle mazzette in una certa data, ad una certa ora e in un certo luogo mentre io nella stessa data e alla stessa ora mi trovavo da tutt’altra parte. Fui riconosciuto estraneo e risarcito dallo Stato per ingiusta detenzione con venti milioni delle vecchie lire, ma ferita era ancora aperta. Era un clima di caccia al socialista. Il primo avviso di garanzia contro Craxi era scattato il 15 dicembre del 1992, le sue dimissioni da Segretario del PSI l’11 febbraio dell’anno successivo. Era cominciata la caccia ai socialisti e soprattutto la caccia al “cinghialone”.

Come dice il poeta dei “Tristia” “Donec felix eris multos numerabis amicos; tempora si fuerint nubila, solus eris”. E così molti socialisti abbandonarono Craxi. Martelli pensò di sostituire Bettino alla guida del PSI proclamando di voler “restituire l’onore ai socialisti”, Giorgio Benvenuto, divenuto Segretario del partito, Ottaviano Del Turco, Giuliano Amato suo vice in tutto, e tanti, tanti altri “compagni” presero le distanze da Craxi come se non lo avessero mai conosciuto. Paradossalmente furono proprio quelli che erano cresciuti all’ombra di Craxi ad abbandonarlo. I lombardiani come Signorile no. Si comportarono da socialisti veri e non dissero una sola parola che non fosse di rispetto per Bettino Craxi.  Io militavo nella corrente di Riccardo Lombardi e, anche se non avevo mai condiviso la linea politica di Craxi, ne avevo sempre avuto, come tutti quelli della Sinistra socialista, un gran rispetto. Nel corso di una delle ultime burrascose riunioni della Direzione del partito, allorchè proprio i suoi gli avevano chiesto di farsi da parte, Craxi si rese conto che a quel punto era davvero finita ed avvertì i suoi amici  “un partito che non ha il coraggio di difendere il suo segretario non ha il diritto di sopravvivere”. Io fui tra coloro che capirono subito. Il grumo di interessi che si era coagulato intorno al PCI e che utilizzava la magistratura rossa come testa d’ariete per demolire i partiti della prima repubblica (socialisti in testa) e prendere quel potere che non era mai riuscito a prendere con il consenso popolare, sperimentava la sua forza d’urto impiccando Craxi. Perché? Perchè sapeva bene che distruggendo Craxi avrebbe annientato il partito socialista e la sua pericolosa voglia di tagliar loro le unghie. Scrissi una lettera a Bettino in cui gli esprimevo le mie opinioni e gli assicuravo, io che non ero stato mai craxiano, il mio sostegno. Bettino mi rispose con un biglietto in cui apprezzava le mie valutazioni e mi ringraziava per la solidarietà. Era iniziata la falsa rivoluzione giudiziaria di un manipolo di magistrati rossi. Costoro, sostenuti da una stampa in mano alla sinistra comunista (capofila L’Unità e Repubblica del gruppo Scalfari-De Benedetti da sempre nemico giurato dei socialisti e di Craxi), in due anni spazzarono via un’intera classe dirigente di socialisti e di democristiani e risparmiarono i post comunisti responsabili come e quanto i socialisti e la Democrazia Cristiana del reato di finanziamento illecito ai partiti.

Che il PCI fosse finanziato dall’URSS e dalle tangenti italiane lo sapevano anche le pietre. Non se ne accorsero solo i magistrati di mani pulite che avevano come unico obiettivo i socialisti, la Democrazia Cristiana e soprattutto Craxi. E fu così che, pur essendo Craxi e D’Alema responsabili degli stessi reati, l’uno fu costretto a riparare in esilio a Tunisi e l’altro salì le scale di Palazzo Chigi. Questa saldatura tra magistratura rossa e interessi di lobbies sostenuti dalla stampa rossa che fiancheggiava il PCI creò nel Paese un clima intollerabile di terrorismo giacobino e di caccia ai socialisti che sfociò per quanto riguarda Craxi nella ignobile gazzarra delle monetine del Raphael orchestrata dai comunisti di Occhetto reduci da una manifestazione nella adiacente Piazza Navona e spalleggiati dai post fascisti di Gianfranco Fini. Io avevo creduto davvero all’unità della sinistra che Lombardi ci aveva insegnato e trasmesso come valore politico in sé. Per questa ragione negli anni di tangentopoli leggere sull’Unità l’aggressione quotidiana nei confronti dei socialisti definiti ladri e lestofanti, vedere in televisione l’immondo spettacolo delle monetine lanciate all’uscita dall’hotel Raphael dai comunisti contro Craxi al grido di “Vuoi pure queste Bettino vuoi pure queste, Craxi ladro, socialisti ladri” era stato per me uno shok. Dopo quel maledetto episodio mi sono ripetuto per giorni e giorni in maniera ossessiva “e questi sono quei compagni di viaggio insieme ai quali avremmo dovuto costruire l’alternativa socialista?!”. Quell’episodio ha lasciato in me un segno profondo e rappresenta dopo trenta anni una ferita aperta e ancora non rimarginata. Certo davanti all’hotel Raphael a lanciare le monetine contro Craxi non c’erano solo i comunisti ma anche i post fascisti di Fini tra cui un tal Franco Fiorito assurto successivamente alla notorietà col nome di Er Batman per motivi poco nobili. “Ma, mi dicevo, con i post fascisti noi socialisti non abbiamo sempre avuto scontri anche fisici essendo i nostri avversari storici quindi che un fascista chiami ladro un socialista (l’attacco del fascista Giorgio Pisanò contro Giacomo Mancini era un precedente memorabile) ci poteva anche stare. Era infatti nell’ordine naturale delle cose che un fascita insultasse un socialista. Ma sentire un comunista dare del ladro al segretario del mio partito e sentirlo definire ladri i socialisti mi addolorava, mi spezzava il cuore ma soprattutto mi faceva incazzare nero. ”Ho perso venti anni della mia vita, mi ripetevo in maniera ossessiva, ad inseguire un’idea di unità con quelli che si sono rivelati nemici giurati dei socialisti. La verità è che i comunisti hanno sempre odiato i socialisti e oggi esultano per la nostra distruzione”.

Mario Guadagnolo

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Commenti all'articolo
  1. Carissimi compagni della Redazione
    Vi ringrazio per avere pubblicato questa pagina in cui si mescolano tanti sentimenti e uno squarcio di verità storica sull’accanimento con cui si è voluto colpire il PSI quale forza del cambiamento in contrapposizione alla conservazione di un Sistema che col compromesso storico aveva tentato di blindare il sistema politico attorno a due chiese: quella comunista e quella democristiana. (forse oggi qualcuno, nell’amalgama non riuscito di quelle oligarchie sopravvissute, vi intravede con valori e finalità diverse il partito della Nazione di Renzi)
    Se dovessi individuare Nerone lo collegherei alla creazione di quel clima di terrorismo giacobino che ha bruciato decenni di culture politiche dei vari Partiti democratici (il Professore) che attraverso i loro valori hanno insegnato la Politica agli italiani. Nell’osservare la figura di Craxi, che con lo sguardo verso l’orizzonte sembra immaginare di scorgervi le coste siciliane, mi vengono in mente le rime di Ugo Foscolo che, in esilio come Lui, nella poesia “In morte del fratello Giovanni” così concludeva: “…Questo di tanta speme oggi mi resta !. Straniere genti: l’ossa mia rendete al petto della madre mesta”. La madre mesta è l’Italia, la Sua e la nostra Patria.
    Je suis socialiste

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