mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La forza delle regole condivise
che migliorano la vita dell’uomo
Pubblicato il 04-12-2015


Com’è noto, Mandeville, medico e filosofo, nato in Olanda, ma vissuto in Inghilterra a cavallo tra il XVII ed il XVIII secolo, ha scritto la celebre opera “La favola delle api”; questa, che risente delle idee liberali che si stavano affermando in Europa, formula una tesi che consiste in una critica alla società bigotta e chiusa, ereditata dal passato, e che stava per essere sostituita da un nuovo tipo di società: quella dello sviluppo industriale, sorretto dall’ideologia del liberalismo; una società che voleva accreditarsi a livello di spazio pubblico come società laica e virtuosa, nascondendo i propri vizi e le proprie passioni. Questi, paradossalmente, in quanto intrinseci alla natura umana, sono però necessari per assicurare il benessere sociale.

La trama dell’opera mandevillina è nota: le api lavorano nell’alveare, ordinate a produrre tutto ciò che serve alla prosperità di cui gode la loro società, in un sistema, però, in cui compaiono disparità sociali di ogni sorta. Ma il popolo delle api, non rendendosi conto di vivere nel migliore dei modi possibili, comincia a lagnarsi delle ingiustizie; una volta che, con un appello divino o con un atto politico riparatore, sono eliminate le ingiustizie, accade che le api vedano peggiorare le loro condizioni: e non volendo più vivere in un alveare dove viene riproposta l’ingiustizia, non rimane loro altro che accontentarsi della felicità che possono trarre dalla consapevolezza d’aver dato soddisfazione alle loro passioni.

Alcuni autori sostengono che il medico olandese con la sua opera ha voluto dare slancio al lento lievitare delle idee che hanno sorretto la rivoluzione industriale e la contemporanea rivoluzione organizzativa politica ed economica della società. In tal modo, l’affermazione dello Stato di diritto, ha potuto raggiungere la “sua apoteosi”, che si è conservata grazie ad un funzionamento ordinato dei mercati, indotto dai comportamenti dei singoli soggetti in essi operanti, intesi come aggregati di passioni e di emozioni disorganizzate e incorreggibili.
Altri autori sostengono che la favola di Mandeville, volendo evidenziare che il benessere di una società dipende dai vizi privati generati dalle passioni individuali (invidia, egoismo, cupidigia, ecc.), presuppone una distinzione della sua interpretazione, a seconda che questa sia effettuata dal punto di vista “descrittivo”, oppure dal punto di vista “normativo”: cosa che i liberisti “duri e puri” hanno sempre mancato di accettare.

Secondo quest’ultima tesi, quando si interpreta il pensiero di Mandeville nel senso che ogni individuo, motivato dalle proprie passioni, mira principalmente al suo esclusivo benessere, si assume un’interpretazione descrittiva; mentre quando lo si interpreta sul piano normativo, si assume che il benessere individuale è perseguito attraverso azioni normativamente giuste se, e solo se, esse concorrono a massimizzarlo. Poiché l’interpretazione della favola mandevilliana in senso descrittivo può essere testata e avallata dalle scienze sociali, occorre fare riferimento ad esse per sapere se Mandeville abbia ragione o torto; ne consegue che l’interpretazione in senso normativo della favola del medico olandese non può avere, proprio per la sua natura valoriale, alcun supporto scientifico, con buona pace dei liberisti “duri e puri” che, invece, vorrebbero che l’interpretazione normativa fosse accettata valida in modo acritico.

Raimondo Cubeddu, nell’articolo “Considerazioni su Mandeville e sulla scontentezza dell’alveare”, schierandosi tra coloro che privilegiano la prima interpretazione, ritiene che il contributo del medico e filosofo olandese “alla filosofia delle scienze sociali” consista nell’aver ricondotto “le azioni umane e le istituzioni sociali alle passioni naturali e immodificabili dell’uomo” e nell’aver anticipato “una teoria evoluzionistica delle istituzioni che le interpreta come esiti inintenzionali delle passioni individuali”, “ancora oggi attuale”, anzi divenuta dominante con l’avvento planetario dell’ideologia neoliberista della Mont Pelerin Society.

Cubeddu, al termine della sua articolata esposizione, sostiene che il problema posto da Mendeville, stante la condizione degli individui afflitti da passioni naturali e immodificabili, è se “sia possibile elaborare una teoria politica, intesa come ricerca, guidata dalla ragione e dall’esperienza, del miglior ordine politico”. Mandeville non offre una risposta al quesito; ciò porta a chiederci, conclude Cubeddu, “quale possa essere l’effettivo ruolo della ragione, della conoscenza e dell’esperienza in un mondo soggetto alla ‘legge di Mandeville’”.

L’impossibilità di correggere la natura umana, attraverso l’assunzione di regole, quale che sia la loro natura, non esclude che si possa tentare di sfruttare gli involontari “benefici” (la soddisfazione dell’interesse personale e l’ordine sociale per il bene di tutti) dei “vizi” (la sfrenata propensione dei singoli, attraverso passioni, come l’invidia, l’avidità e la cupidigia, a ottimizzare il loro livello di benessere); ciò, nelle prospettiva mandevilliana, è reso necessario, afferma Cubeddu, dal fatto che le regole, di origine etica o politica, svolgono un ruolo negativo, a causa della natura antropologica degli individui. Fatto, questo, che consente di ritenere che, se anche fosse acquisita una qualche forma di ordine per affievolire le passioni, esso non potrebbe essere considerato una conseguenza delle regole adottate; se fossero introdotte, queste originerebbero, sempre a causa delle passioni, una conflittualità che varrebbe ad accentuare l’originario disordine.
Riguardo all’irrilevanza delle regole, afferma Cubeddu, si potrebbe osservare che, per Mandeville, l’economia politica ha insegnato che il bene comune è il prodotto di attività che non sono di per sé ordinate verso il suo conseguimento e che esso, il bene comune, è un sottoprodotto non intenzionale delle attività umane, che “non sono in alcun modo dirette verso il giusto ordine”.
Di parere opposto sono i neoliberisti, i quali, facendo propria l’interpretazione normativa della favola di Mandeville, affermano con il loro leader in testa, Friedrich August von Hayek, che la ragione, in un mondo dominato dalle passioni, non può avere alcun ruolo; per cui il suo uso ai fini della regolazione delle azioni umane può solo dare luogo al cosiddetto “razionalismo costruttivistico”, col quale ci si può solo illudere di poter esercitare una direzione cosciente delle attività umane, compiute con l’interazione spontanea fra tutti gli individui che compongono il sistema sociale. Poiché gli stessi individui non hanno contezza del possibile esito dell’interazione, consegue che la pretesa di indirizzare i processi sociali, per via del fatto che le cose umane non vanno spontaneamente verso il meglio, è destinata al fallimento, peggiorando così l’esito che sarebbe possibile conseguire, se le attività dei singoli individui fossero lasciate al loro svolgimento spontaneo.
Appare evidente come la critica neoliberista al costruttivismo sia fondata sull’”antropologia filosofica” di Mandeville; questa, come si è visto, si basa sull’accettazione, sia dell’assunto secondo cui gli uomini sono caratterizzati da passioni naturali e immodificabili, nonostante i molti tentativi esperiti per un loro miglioramento, sia di quello secondo cui ogni individuo è un mondo a sé, mentre tutti, indistintamente e a titolo individuale, si sforzano di perseguire il massimo livello di benessere, per ottenere il quale, a volte, i soggetti si dotano di un tale numero di regole, da farne un peso e un vincolo al suo perseguimento, pari a quelli che potrebbero derivare da possibili ingiustizie o oppressioni.

Tuttavia, sebbene il messaggio della favola mandevilliana non fosse di tipo normativo, è stata proprio la sua accettazione da parte dei neoliberisti a darle celebrità; sennonché, dopo i disastri seguiti all’attuazione, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, delle politiche suggerite dai neoliberisti, non è certo necessario formulare critiche radicali (come quelle, ad esempio, di Pierre Dardot e Christian Laval o di Luciano Gallino) al modo di funzionare proprio del capitalismo, per capire come l’interpretazione normativa del senso della favola da parte dei neoliberisti fosse priva di ogni fondamento; e come, tra l’altro, fosse possibile immaginare e promuovere forme di organizzazione ordinata del sistema sociale, al cui interno potessero funzionare liberi sistemi economici, al riparo dei vizi privati e caratterizzati da una condizione di abbondanza per tutti, invece che soltanto per alcuni (pochi) e di povertà o di permanente stato di bisogno per gli altri (molti).

Lo sviluppo delle scienze sociali, infatti, a dispetto delle fallaci interpretazioni neoliberiste dell’interpretazione normativa della favola di Mandeville, ha offerto le procedure con cui rimuovere o attenuare le conseguenze negative delle passioni e dei vizi privati degli uomini. Le scienze sociali moderne, infatti, hanno mostrato che le “malformazioni” umane, per quanto connaturate alla condizione naturale degli uomini, possono essere rimosse o affievolite attraverso una ”ingegneria istituzionale” condivisa.
Lo sviluppo della scienza economica, in particolare, ha svolto un ruolo importante ai fini della costruzione di un mondo in grado di concorrere realmente a riscattare l’umanità dallo stato di un generalizzato disordine causato dalla presenza di diffuse ingiustizie. Il desiderio di mettere l’uomo nella condizione di migliorare il proprio destino è stato, infatti, la molla principale di quasi tutti gli studi economici.

Molti economisti, a partire dai classici, ispirati dai grandi progressi delle scienze naturali, hanno forgiato strumenti di analisi con cui è stato possibile pensare di poter realizzare l’organizzazione di un libero sistema economico, inquadrato all’interno di un libero sistema politico, finalizzati entrambi a migliorare le condizioni di vita di tutti gli uomini; anche riguardo al problema del modo in cui combinare l’aumentata capacità produttiva, la giustizia sociale e la libertà individuale, non è mancato il contributo del pensiero economico, con l’elaborazione delle modalità utili a dare corpo all’idea di una giustizia sociale realizzata nell’ordine e nel rispetto dei principi di efficienza produttiva e di libertà individuale. Quest’idea, prospettata e teorizzata inizialmente in termini potenziali, si è diffusa in tutto il mondo, fino ad avviare un processo che ha trasformato i Paesi bene ordinati di tutto il pianeta in sistemi all’interno dei quali è risultato “conveniente vivere”; un mondo, questo, che i neoliberisti, con le loro idee infondate, hanno concorso a distruggere, ponendo fine all’ordinata esperienza dei “trent’anni gloriosi” del secondo dopoguerra del secolo scorso. Questi anni sono valsi a falsificare, non solo le implicazioni dell’interpretazione normativa dello scritto di Mandeville, ma anche quelle dell’interpretazione descrittiva, dimostrando l’infondatezza dell’ipotesi che il fondamento del miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo siano i vizi e le passioni individuali, anziché la loro rimozione o attenuazione attraverso l’assunzione di regole sociali condivise.

Gianfranco Sabattini

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