sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Piketty: monetizzare
il deficit pubblico
Pubblicato il 11-12-2015


Thomas Piketty

Thomas Piketty

L’opportunità di ricorrere all’austerità per fronteggiare gli effetti della crisi iniziata nel 2007/2008 ha monopolizzato sinora il dibattito politico ed economico; sotto la minaccia degli effetti devastanti della deflazione causata dal contenimento della spesa pubblica, è divenuto attuale il problema del come creare liquidità per contenere la caduta dei prezzi e rilanciare la crescita; in luogo dell’austerità, si sta ora discutendo come monetizzare il debito pubblico a livello europeo. La realizzazione di una politica monetaria appropriata al governo del debito complessivo richiede condizioni istituzionali attualmente inesistenti: Thomas Piketty, in “Si può salvare l’Europa?”, una raccolta dei suoi interventi su “Liberation”, ne indica alcune che, inutile nasconderlo, sono di difficile attuazione.

Prima della creazione della moneta unica europea e del Trattato di Maastricht, uno dei possibili modi di monetizzare un disavanzo pubblico era che il governo di un Paese chiedesse alla Banca Centrale di emettere moneta e di versarla sul conto del quale era intestatario il Ministero dell’Economia presso la Banca Centrale. In tal modo, il disavanzo pubblico veniva finanziato (monetizzato) mediante la emissione di nuova moneta sino alla corrispondenza dell’importo del quale necessitava il Tesoro. Un’altra possibilità era che fosse la Banca Centrale ad acquistare i titoli del debito pubblico emessi dal Tesoro, in cambio della moneta necessaria per sostenere la spesa pubblica non coperta da entrate fiscali o di altra natura.

Quando la Banca Centrale finanziava il disavanzo pubblico mediante il conto di tesoreria o mediante operazioni di acquisto di titoli del debito pubblico, essa creava nuova “base monetaria”, attraverso il “Canale della Pubblica Amministrazione”, dando luogo alla “monetizzazione del deficit del bilancio pubblico”.
L’effetto di un disavanzo di bilancio finanziato mediante offerta di nuova moneta, è quello di stimolare la domanda attraverso la spesa pubblica, senza nessun aumento della pressione fiscale, né alcuna sottrazione di risparmi ai cittadini; in questo modo, viene evitato un aumento della pressione fiscale, che farebbe diminuire i consumi, mentre la mancata “sottrazione” di risparmio privato consente ai cittadini di poterlo utilizzare in altro modo.

In questi casi, la questione che si pone è se la maggiore domanda messa in moto dalla monetizzazione del disavanzo avrà come effetto un aumento della produzione nazionale sufficiente a far ripartire l’economia, oppure solo un aumento del livello dei prezzi. Se l’economia si trova già in una situazione di piena occupazione o dì pieno utilizzo della capacità produttiva, nella quale è impossibile aumentare la produzione per motivi di rigidità dell’offerta, l’aumento della base monetaria che finanzia il disavanzo pubblico si traduce in una maggiore inflazione. Al contrario, in presenza di disoccupazione e in assenza di rigidità dal lato dell’offerta, la maggior quantità di moneta in circolazione può stimolare la ripresa dei consumi e con essa il rilancio della crescita.

All’inizio degli anni Ottanta, per contrastare l’inflazione causata dall’eccessiva emissione di moneta, le autorità monetarie italiane hanno deciso di dare attuazione al cosiddetto “divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro”, in virtù del quale veniva stabilito che la Banca d’Italia non sarebbe più stata obbligata ad acquistare alle aste i titoli rimasti invenduti, ponendo termine al ruolo, sino ad allora svolto, di acquirente residuale di titoli pubblici; in altri termini, veniva affermata l’autonomia della Banca Centrale nelle decisioni di emissione di nuova moneta. Il “divorzio” ha avuto un effetto dirompente sul debito pubblico; ciò perché, per “piazzare” sul mercato finanziario i titoli rimasti invenduti è stato necessario abbassarne il prezzo, e poiché la spesa pubblica italiana era maggiore del prelievo fiscale, il debito pubblico è aumentato a dismisura, sia per la diminuzione del prezzo di collocamento dei titoli, sia per i più alti interessi che si sono dovuti pagare; cosicché, il debito pubblico italiano è passato, in un solo decennio, dal 60% del PIL del 1980 a oltre il 100% nel 1990.

Le cose sono peggiorate dopo il 1992, quando è entrato in vigore il Trattato di Maastricht, il quale, oltre a prevedere il riequilibrio del bilancio pubblico per entrare a far parte della moneta unica (limiti del 3% del PIL per il deficit e del 60% del PIL per il debito), ha reso tassativo il divieto per le Banche Centrali di concedere “scoperti” alle amministrazioni pubbliche, nonché di acquistare direttamente titoli di debito pubblico. Dopo i guasti della pratica dell’austerità, la Banca Centrale Europea, all’inizio di quest’anno ha deciso di agire dal lato dell’offerta di moneta. Il Governatore Mario Draghi ha annunciato l’inaugurazione di politiche monetarie più espansive, attraverso operazioni di “quantitative easing” (QE), cioè attraverso l’emissione di nuova moneta con l’acquisto di titoli sul mercato finanziario. Non si sa se questo tipo di politica monetaria creativa avrà successo, considerato che in Europa non esiste un Tesoro centrale, come nei Paesi che per primi hanno sperimentato il QE (Stati Uniti, Giappone ed altri).

Proprio il deficit istituzionale può dare luogo ad effetti perversi, nel senso che potrebbe promuovere operazioni speculative; se il QE ha funzionato bene nei Paesi che per primi lo hanno sperimentato, non è detto che risulti virtuoso all’interno dell’eurozona, per via del fatto che, mancando un’autorità centrale europea per l’esercizio del controllo politico dei deficit di bilancio, gli istituti di credito potrebbero usare, come è accaduto in passato, la liquidità creata dalla Banca Centrale Europea per migliorare la loro consistenza patrimoniale e trascurare il credito alle imprese ed alle famiglie.

La monetizzazione del debito sovrano all’interno dell’eurozona interesserebbe la maggior parte dei Paesi che hanno adottato la moneta unica. Nel 2014, il debito pubblico dell’eurozona, al lordo dei finanziamenti tra Paesi dovuti alla partecipazione ai fondi salva-Stati, ha raggiunto il livello pari al 94,2% del PIL dei Paesi che ne fanno parte; l’Italia (132,1%) ha vantato il secondo maggior debito dopo la Grecia (177,1%), seguita da Portogallo, Irlanda, Belgio, Spagna e Francia, il cui indebitamento è risultato in linea con la media dell’intera eurozona.

Per evitare i limiti dovuti alla mancanza di un controllo centrale esercitato a livello europeo sulle politiche di bilancio degli Stati, Piketty osserva che dovrebbero verificarsi tre fatti: in primo luogo, dovrebbe essere organizzata una conferenza sul debito di tutti i Paesi dell’eurozona, per provvedere alla sua ristrutturazione; in secondo luogo, l’intera quota superiore al 60% del PIL dovrebbe essere messa in un fondo comune per programmarne il rimborso, ripartendo l’onere nella maniera meno ingiusta e più efficace; infine, dovrebbe essere adottata una nuova governance democratica, per evitare il riprodursi del disordine dei conti pubblici sperimentato nel recente passato. A tal fine, secondo Piketty, dovrebbe essere istituita “una camera parlamentare dell’eurozona all’interno della quale ciascun Paese sia rappresentato da deputati del parlamento nazionale in proporzione alla popolazione del Paese stesso. La Camera così nominata fisserebbe i tempi di liquidazione del debito, il livello comune di deficit pubblico e di investimento pubblico”. Questa procedura dovrebbe essere accettata come una decisone del tutto normale, in considerazione del fatto che i Paesi membri, avendo adottato una moneta comune, devono mettere in comune anche il debito. Il tutto condurrebbe ad una disciplina comune di bilancio, in sostituzione della dannosa politica di austerità sinora praticata.

Alcuni Paesi dell’eurozona, quelli i cui conti pubblici sono stati conservati in ordine nonostante la crisi, come la Germania, l’Olanda ed altri, potrebbero nutrire il timore di decisioni sul debito prese a maggioranza, ma l’aggiramento delle regole della democrazia – osserva Piketty – con il ricorso a norme troppo rigide non è la soluzione migliore, come sta a dimostrare l’esperienza negativa causata dall’eccesso di rigore. La monetizzazione del debito, quale che sia la forma in cui essa sarà resa possibile, potrebbe consentire di porre fine all’esperienza negativa sinora vissuta con la politica dell’austerità realizzata attraverso il contenimento della spesa pubblica.

La proposta di Piketty è sorretta da un tale buonsenso, che risulta difficile capire perché si tardi ad attuarla; l’unico dubbio che essa solleva riguarda il fatto che la sua realizzazione risulti legata ad un avanzamento dell’unione politica dell’Europa. Creare una camera di bilancio specifica dell’eurozona, significa anche dotare quest’ultima di un Tesoro comune, che dovrebbe costituire l’embrione di un governo di un’Europa federale. Considerate le difficoltà con cui sinora si è proceduto sulla via dell’unione politica, si deve necessariamente concludere che il progetto di monetizzare il deficit pubblico europeo, per il superamento degli effetti della crisi, andrà incontro alle molte difficoltà create dal fatto che le decisioni necessarie saranno assunte secondo la “logica intergovernativa e dei piccoli conciliaboli tra capi di Stato”; logica, questa, che continuerà ad essere condizionata dagli egoismi nazionali, costringendo i singoli Stati dell’Unione Europea a conservarsi incapaci di risolvere al meglio i propri problemi di bilancio.

Gianfranco Sabattini

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