domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Riforma della Rai, ritorno al passato
Pubblicato il 22-12-2015


Rai-rinnovo CdAL’aula del Senato ha approvato, per alzata di mano cioè senza la registrazione dei voti, la riforma della Rai. Nessuno infatti ha chiesto di votare con procedimento elettronico. La votazione è avvenuta immediatamente dopo quella della legge di Stabilità.

La riforma introduce novità in materia di governance della Rai: viene istituita la figura dell’Amministratore delegato, ma in un primo momento e nella fase transitoria, sarà il Direttore generale ad avere ampi poteri, tanto da essere stato definito il ‘Super Dg’. Il Cda sarà più snello e non verrà più eletto dalla commissione di Vigilanza. Infine, il presidente sarà di garanzia. Resta la delega sul riassetto normativo di settore. Ecco i punti essenziali della riforma:

AMMINISTRATORE DELEGATO: L’Ad è nominato dal Cda su proposta dell’assemblea dei soci, e quindi dal Ministero dell’Economia, e resta in carica per tre anni. Ma può essere revocato dallo stesso consiglio di amministrazione. L’Ad può nominare i dirigenti, ma per le nomine editoriali deve avere il parere del Cda che, se ha la maggioranza dei due terzi diventa vincolante.
Vi è poi l’incompatibilità a ricoprire la carica di Ad della Rai per i membri del governo, fino a dodici mesi precedenti alla data della nomina

PRESIDENTE DI GARANZIA: Viene introdotta la figura del presidente di garanzia. Il presidente viene nominato dal Cda tra i suoi membri, ma deve anche ottenere il parere favorevole della commissione di Vigilanza con i due terzi dei voti.

CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE: Diminuisce il numero dei componenti del Cda, che passano da nove a sette, quattro dei quali vengono eletti dal Parlamento, due sono nominati dal governo e uno viene designato dall’assemblea dei dipendenti.

DIRETTORE GENERALE: Le nuove norme sul Cda si applicheranno solo a partire dal primo rinnovo. Fino a quel momento, e nella prima fase transitoria, sarà il Direttore Generale ad avere maggiori poteri, tanto da aver fatto discutere durante l’iter parlamentare sulla figura del ‘super Dg’, che svolgerà di
fatto il ruolo di Ad.

TRASPARENZA CONTRATTI SOPRA 200MILA EURO: Saranno resi pubblici gli stipendi dei “soggetti, diversi dai titolari di contratti di natura artistica, che ricevano un trattamento economico annuo omnicomprensivo a arico della società pari o superiore a 200mila euro”.

CONTRATTO DI SERVIZIO: Passano da tre a cinque gli anni di durata dei contratti nazionali per lo svolgimento del servizio pubblico. Acquista un potere maggiore il governo, che prima di ogni rinnovo dei contratti deve indicare gli indirizzi.

CONSULTAZIONE PUBBLICA: “Il ministero dello Sviluppo economico, in vista dell’affidamento della concessione del servizio pubblico (che scade nel maggio 2016), avvia una consultazione pubblica sugli obblighi del servizio medesimo, garantendo la più ampia partecipazione”.
Il Mise, inoltre, trasmette alla Commissione di Vigilanza per il prescritto parere “lo schema di contratto di servizio almeno sei mesi prima della scadenza del contratto vigente”. In sede di prima applicazione della legge tale schema è trasmesso entro sei mesi dall’affidamento della concessione.

DELEGA PER IL RIASSETTO NORMATIVO: Il ddl affida al governo la delega ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge, un decreto legislativo per la modifica del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, seguendo alcuni criteri direttivi. La portata della delega è
stata ‘ridotta’ durante l’esame al Senato. Sempre a palazzo Madama, è stata eliminata invece – con i voti della minoranza Pd – la delega al governo sul canone. L’esecutivo non ha riproposto la norma in sede di seconda lettura a Montecitorio.

 


Arriva il prefetto

di Tommaso Del Grillo

Luglio 2014, Matteo Renzi: “La Rai va tolta ai partiti per ridarla al Paese”. La riforma della Rai, approvata dalle Camere, alla fine non è andata come assicurava il presidente del Consiglio. La nuova Rai, targata Matteo Renzi, mette quasi alla porta il Parlamento e dà il volante al governo, cioè a lui stesso, presidente del Consiglio e segretario del Pd.

La bussola della riforma è l’accentramento del potere. Sparisce la figura del direttore generale sostituita da quella dell’amministratore delegato. Traduzione: il potere nell’azienda radiotelevisiva pubblica è nelle mani del potentissimo amministratore delegato, nominato su indicazione dell’azionista, cioè il ministero dell’Economia, quindi Renzi. Il consiglio di amministrazione, eletto in parte dal Parlamento e in parte dal Consiglio dei ministri, ha una funzione ancillare rispetto al Super amministratore delegato: ha pochi poteri, marginali, non condizionanti.

Il “presidente di garanzia” indicato dai due terzi della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai di fatto sarà espressione della maggioranza di governo perché l’Italicum, la nuova legge elettorale, poggia su un meccanismo fortemente maggioritaria. Risultato: chi vince le elezioni vince anche la Rai. Il partito che vincerà alle elezioni politiche conquisterà insieme Palazzo Chigi e Viale Mazzini. Anzi, già ora il presidente del Consiglio diventa il “dominus” della Rai. Una norma della riforma, infatti, affida da subito all’attuale direttore generale Antonio Campo Dall’Orto i poteri previsti per l’amministratore delegato.
Si ritorna al lontano passato democristiano, agli anni Cinquanta e Sessanta, all’era della Rai di Amintore Fanfani e di Ettore Bernabei. Allora l’azienda era dominata dal governo ed era un “latifondo” della Dc. Solo con la riforma del 1976 la gestione passò al Parlamento. Accanto al Tg1 (Dc) nacquero anche il Tg2 (Psi) e il Tg3 (Pci). Con la vituperata “lottizzazione” dei partiti (allargata anche alle forze laiche con le vice direzioni dei Tg) crebbe la rappresentanza culturale e politica della Rai, la qualità e la competitività. Difatti le testate giornalistiche e le reti Rai sconfissero sul piano degli ascolti la concorrenza di Mediaset, il gruppo televisivo fondato da Silvio Berlusconi.

Ma anche la Rai degli ultimi anni, con tutti i suoi difetti, non va male. Garantisce il servizio pubblico e ha visto crescere le testate (Rainews 24 assicura l’informazione continua in tempo reale). Resta la più grande azienda culturale e informativa del panorama televisivo italiano. Ottiene quasi il 40% di ascolti e batte la concorrenza di Mediaset, Sky e La7. Ha 12 mila dipendenti (1.600 giornalisti) ed oltre 10 mila collaboratori. Conta su circa 2,5 miliardi di euro di entrate (per tre quarti frutto del canone e per il resto della pubblicità). Non solo. La manovra economica del governo, approvata dal Parlamento, stabilisce dal 2016 il pagamento del canone radiotelevisivo attraverso il saldo delle bollette elettriche. Così verrà ridotta l’evasione del canone e aumenteranno gli introiti della Rai (secondo uno studio di Mediobanca i ricavi saliranno di circa 420 milioni di euro).
Ma ora il Parlamento, prima espressione della volontà popolare, è messo in un canto in favore del governo. L’amministratore delegato potrebbe assumere le vesti di un “prefetto tv”.

Tommaso Del Grillo

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