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Opinioni e commenti
 

Onu: le prime vittime
delle crisi sono le donne
Pubblicato il 03-12-2015


UnfpaSessanta milioni di persone costrette a fuggire dai loro Paesi per situazioni di crisi, la cifra più alta dalla seconda guerra mondiale, circa un miliardo vive in zone di conflitto, oltre 100 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria, di questi 26 milioni sono donne. Questi alcuni dei dati contenuti nel rapporto annuale UNFPA sullo stato della popolazione, presentato in contemporanea mondiale e di cui Aidos (Associazione italiana donne per lo sviluppo) ha curato, come di consueto, il lancio e la versione italiana.

Al centro del rapporto di quest’anno, dal titolo “Al riparo della tempesta. Un’agenda innovativa per le donne e le ragazze in un mondo in continua emergenza”, i bisogni delle donne e delle ragazze durante una crisi umanitaria. Sono infatti le donne e le ragazze che alle drammatiche conseguenze di un conflitto o di una catastrofe naturale aggiungono violenze, stupri, schiavitù, emarginazione sociale. A parlare ancora una volta sono i numeri: 507 morti quotidiane per complicazioni legate alla gravidanza e al parto, tre su cinque morti materne avvengono in situazioni di disastro naturale o conflitto, il 60 per cento delle persone denutrite e il 77 per cento delle bambine analfabete vivono in Stati fragili o in situazione post-conflitto, dove si verificano anche il 70 per cento delle morti infantili e il 64 per cento dei parti non assistiti da personale qualificato.
“Quando la protezione di famiglia e comunità viene a mancare – ha detto Giulia Vallese, rappresentante dell’UNFPA nell’illustrare il rapporto – donne e ragazze sono più vulnerabili. Troppo spesso in queste situazioni i loro bisogni, dall’assistenza medica, all’esigenza di avere servizi igienici separati e quindi sicuri, alla necessità di assorbenti, vengono trascurati e le conseguenze sono drammatiche”.

Situazione resa ancor più grave dal fatto che ormai non si tratta più di emergenza, bensì di crisi protratte che. in alcuni casi. vanno avanti da quasi vent’anni. “Il sistema di assistenza umanitaria – ha detto il Direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo Giampaolo Cantini – non è più in grado di far fronte a tutte le necessità, perché con il moltiplicarsi delle aree di conflitto ci troviamo di fronte a un enorme impegno finanziario. A questo si aggiunge che, proprio in quei luoghi dove ci sarebbe più bisogno, gli operatori umanitari non sono riconosciuti come tali e non possono accedervi”.

Le ONG arrivano dove possono, come nel caso di Aidos che ha avviato un progetto in Giordania per le rifugiate siriane. “Nell’ambito della cooperazione internazionale italiana, il primo documento triennale di programmazione previsto dalla nuova legge di cooperazione 125/2014 non riporta riferimenti alla salute sessuale e riproduttiva”, ha detto la presidente dell’Aidos Maria Grazia Panunzi “l’Italia ha ora la possibilità di riconfermare il suo impegno a considerare prioritario l’empowerment delle donne, anche con il finanziamento di programmi specifici volti a garantire servizi per la salute sessuale e riproduttiva”.

Da parte sua Pia Locatelli, coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare Salute globale e diritti delle donne, ha sottolineato l’impegno a farsi portavoce di queste istanze, anche con provvedimenti legislativi, così come è avvenuto per la campagna contro le mutilazioni genitali femminili o la mozione sui matrimoni forzati.

Quattro le raccomandazioni dell’Unfpa. Per prima cosa bisogna soddisfare tutti i bisogni più urgenti e riconoscere che la salute delle donne e i loro diritti non possono essere trattati come un ‘ripensamento’. Se una donna vive o muore durante una crisi e se la sua dignità è protetta dipende troppo spesso dall’accesso o meno a servizi sanitari compresi quelli sessuali e riproduttivi, nonché di prevenzione da violenza. In secondo luogo, occorre aumentare gli investimenti per la prevenzione delle crisi future: ad oggi, solamente cinque centesimi di un dollaro vengono spesi per prevenzione e preparazione, 60 centesimi per l’assistenza umanitaria immediata, mentre i rimanenti 35 sono spesi per al ricostruzione e riabilitazione.
Ancora, bisogna investire nella ‘resilienza’ – di governi, istituzioni, comunità ed individui: una via per favorire la capacità di recupero è attraverso uno sviluppo inclusivo ed equo e che rispetti i diritti di tutte e tutti. Il quarto punto, forse il più importante, è abbattere il muro che separa l’assistenza umanitaria dallo quella allo sviluppo.
Questo tipo di politiche, secondo l’Unfpa, possano aiutare a creare un mondo dove donne e ragazze non sono più svantaggiate su molteplici fronti ma dove abbiano i mezzi per realizzare il loro pieno potenziale – prima, durante e dopo una crisi.

Cecilia Sanmarco

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