sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Sconfitta Marine Le Pen.
Ma Hollande non ha vinto
Pubblicato il 14-12-2015


Dopo le regionali francesi non è più il caso di gridare al lupo. Perchè l'”Unione sacra” antilepenista ha funzionato in pieno. E, se ha funzionato in pieno in un’elezione in cui la posta in gioco era molto limitata (le Regioni francesi hanno poteri molto minori di quelle italiane) e, quindi, i rischi per la democrazia, in caso di vittoria della destra radicale, vicini allo zero (molti dicevano, ma a bassa voce, che, per sgonfiare la bolla, sarebbe bastato metterla alla prova del governo…), scatterà in modo ancora più completo, con la mobilitazione degli astenuti quando la posta in gioco sarà l’Eliseo.
Questo per dire che Marine, tra circa un anno e mezzo, arriverà molto probabilmente al ballottaggio – magari con una percentuale superiore al 30% – ma, con assoluta certezza, non andrà oltre.
Questa non sarà la fine del Fronte Nazionale. Contrariamente a quanto ritengono i cinici e i superficiali, stare all’opposizione – specie quando i governi non soddisfano – giova alla salute. E anche stando all’opposizione si mantiene, se non si accresce, la possibilità di influire sul “senso comune” e, quindi, sulle stesse scelte dei partiti e dei governi.
Ciò detto, chi si contrapporrà, nel 2017, al candidato Fn, con l’assoluta certezza di diventare il nuovo Presidente della Repubblica?
Se, ripeto se, dovessimo basarci sulla situazione di oggi, questo Chi sarà un esponente repubblicano; e, molto probabilmente, un leader della corrente moderata del partito.
E questo per varie ragioni; non ultima delle quali l’apparentemente irresistibile corsa al centro del partito socialista. O, più esattamente, del governo e del suo nuovo presidente del consiglio.
Una corsa iniziata l’anno scorso, all’indomani dell’esito disastroso delle dipartimentali. Fu in quella circostanza che si costituì il pattodi ferro tra Hollande e Valls. Quest’ultimo fu chiamato in soccorso dall’inquilino dell’Eliseo, allora ai livelli più bassi di popolarità. E con l’impegno di adoperarsi in ogni modo per la sua rielezione. In cambio, carta bianca, non solo sulle scelte del governo che era chiamato a guidare, ma anche sulle strategie politico-elettorali da adottare. E queste saranno, almeno nelle intenzioni, molto chiare: dal rapporto preferenziale con il mondo delle imprese alla messa in sordina della polemica nei confronti di Bruxelles e della politica di austerità (polemica, per la verità, quasi esclusivamente verbale e sempre meno segnata da atti concreti di contestazione); dallo sviluppo di una politica estera di potenza, fino alla dichiarazione di uno stato di guerra (con l’adozione o la messa in cantiere di una serie di misure repressive che lo stesso Ps aveva respinto con sdegno nel corso del 2014). Una strategia che si è tradotta in una crescita di popolarità per Hollande, ma non per il suo partito. Una strategia che si è ulteriormente caratterizzata sul terreno propriamente politico-partitico nella settimana intercorsa tra il primo e il secondo turno delle regionali.
Qui, a parlare, a “dettare la linea” è stato Valls e soltanto Valls. Nel silenzio totale di Hollande. E nel vociare, diversamente sommesso, del partito e dei suoi esponenti locali.
E la linea è stata chiarissima. Tutti insieme per battere una destra condannata come foriera di divisioni se non addirittura di “guerre civili”. Ritiro, diciamo così, unilaterale (nel senso di non chiedere alcun corrispettivo) delle liste socialiste a favore dei repubblicani. E, infine e soprattutto (in Francia la retorica politica conta eccome) una interpretazione del “bipolarismo in un sistema tripolare” con la scomparsa totale dell’alternativa sinistra-destra, in nome del comune impegno per la democrazia e l’unità del popolo francese e contro i suoi nemici.
Uno dei primi effetti di questa linea è stata la liquidazione definitiva dell’Union de la gauche. In un processo in cui fattori politici e fattori elettorali si alimentano a vicenda. Politicamente, una divisione già latente è andata via via maturando dopo la svolta di Valls. Elettoralmente. abbiamo avuto il combinato disposto di tre fenomeni: la decrescita complessiva dell’area di sinistra sino a livelli (intorno al 35%) tra i più bassi nella storia della V repubblica; la frana, in tale contesto, della sinistra esterna al Ps (scesa a circa il 10% rispetto ad una media di circa il 20%) e, infine, al ballottaggio, un riporto di voti sul Ps non soddisfacente.
Cinque anni, una sinistra unita e in ascesa aveva conquistato 21 Regioni su 22; oggi, una sinistra più debole e più divisa che, in base ai risultati del primo turno poteva sperare di vincere in 8 regioni su 13, ne ha conquistate appena 5.
In tale situazione, gli appelli di Mèlenchon alla ricostituzione dell’Unione abbiano francamente illusori; mentre tutto spinge Hollande nella direzione dell’abbandono del bipolarismo sinistra-destra.
Se in Francia vigesse il tanto disprezzato sistema proporzionale, il nuovo punto d’approdo del sistema sarebbe quello di una grande coalizione tra socialisti e repubblicani, magari con il reciproco taglio delle rispettive ali. In mancanza di questo, la svolta di Hollande potrebbe essere pagante solo in presenza di decisive vittorie del governo sul terreno dell’economia e soprattutto della sicurezza oppure nel caso di una spaccatura del centro-destra tra liberali e populisti. Esiti auspicabili ma, francamente, improbabili.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Hollande è debole a causa della sua politica filo liberista derivante dal suo rapporto privilegiato con la Merkel.
    Ha recuperato con la dichiarazione di guerra all’IS, facendo muovere anche il recalcitrante Obama.
    Per l’Eliseo deve battere sia Sarkosy, sia la Le Pen. Lo pèotrà fare se l’economia si riprende e se la guerra all’IS avrà dato qualche frutto.
    Hollande può riprendersi i voti della sinistra, non ci riuscirebbe Valls.

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