giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Ernesto Calluori:
Il lavoro che manca,
la pensione che cambia
Pubblicato il 09-12-2015


Il lavoro che manca, la pensione che cambia rappresenta una questione molto attuale che, in linea coi tempi, apre un ampio terreno di confronto. Nel mondo del lavoro, si registrano molti aspetti negativi con assunzioni – ad esempio – di lavoratori con prestazioni precarie per un lavoro che cambia grazie alle trasformazioni esistenti, nonché, alla rapidità delle comunicazioni e di un libero mercato. È cresciuto l’impoverimento. La disoccupazione è aumentata. La criminalità dilaga. Il fisco tormenta il ceto medio, ristrettezze e disoccupazione vanno a braccetto. La globalizzazione sta diventando un dogma e non è quella che pensavamo, cioè una estensione nei Paesi in via di sviluppo.

Lo smantellamento del welfare è onnipresente, tant’è che la risposta economica alla globalizzazione è per sua natura nemica sia della stabilità che della sicurezza. Quadrare il cerchio tra crescita economica e società civile è certamente un compito politico-universale. Che tutti perseguano questo obiettivo o solo cerchino di perseguirlo, è una pia illusione. Le imprese, rivendicano la flessibilità che equivale ad una maggiore facilità nell’assumere e nel licenziare, aumentare o diminuire i salari, mobilità selvaggia e prepensionamenti a 50-55 anni. L’articolo 18, a tutto questo ha contribuito notevolmente. Il termine con cui si era soliti fare riferimento “Statuto dei Lavoratori” che annoverava diritti e doveri dei lavoratori, lo si è lasciato alle spalle e il sindacato con il mondo del lavoro non si sono sforzati a coniugare la questione dei diritti moderni con i livelli del mondo d’oggi. Ad un quadro a tinte fosche, si aggiunge il rapporto dell’ Istat sui “trattamenti pensionistici e beneficiari” con cui si conferma che l’assegno dei nuovi pensionati – quelli che hanno iniziato a riceverlo nel 2014 – è più basso di circa tremila euro l’anno rispetto a chi è entrato a far parte della schiera degli oltre sedici milioni di pensionati degli anni precedenti. Anche qui c’è l’effetto della riforma Fornero che ha modificato il sistema di calcolo dal “retributivo” al “contributivo”. Che dire, poi, della frattura che esiste tra giovani e anziani? I motivi sono da ricercare, innanzitutto,al fattore demografico e all’invecchiamento della popolazione in rapporto al calo delle persone tra 18-35 anni nonché alle minori uscite per pensionamento dovute alla nuova normativa previdenziale.

Le imprese, oggi, navigano su cicli brevi e vogliono personale subito e competente. Ci sono migliaia di over 50-55 senza lavoro che per rientrare in azienda sono disposti ad accettare stipendi più bassi e mantenere i figli disoccupati. Su ogni aspetto c’è sempre una causa : in questo disastro generazionale, in Italia – complice il Sindacato – si è permesso a tre pensionati su quattro di andare a riposo prima dei sessant’ anni. Gli indicatori non mostrano segnali di miglioramento e lasciano presagire una caduta del reddito delle famiglie. Una realtà che si va facendo strada, alla quale molti giovani sono rassegnati è la prospettiva di dover lavorare fino a 75 anni, per avere una pensione inferiore a quella di padri e, forse, dei nonni.

Ernesto Calluori

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