mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“Sguardi sulla Palestina”
Il cinema è testimonianza
Pubblicato il 10-12-2015


Five broken cameras

Un fotogramma di ‘Five broken cameras’

Tre giorni di film e documentari a testimonianza diretta della vitalità e della ricchezza del cinema palestinese, nella rassegna cinematografica “Sguardi sulla Palestina”, al Teatro Palladium di Roma che si è chiusa lunedì 7 dicembre.
Utilizzato, con sensibilità poetica, come arma di opposizione culturale e pacifica, il festival si è aperto sabato 5 con una tavola rotonda dove sono intervenuti esponenti politici, cinematografici e culturali, tra cui il senatore Vincenzo Vita e la produttrice cinematografica Emily Jacir. Sei pellicole proiettate, tra cui l’anteprima del film “When I saw you” di Annemarie Jacir e l’acclamatissimo documentario “Five broken cameras”, frutto del lavoro congiunto del regista palestinese Emad Burnat e di quello israeliano Guy Davidi e nominato agli Oscar 2013 come miglior documentario.

Five Broken Cameras non è solo un documentario, ma è anche testimonianza diretta della forza e della passione del villaggio cisgiordano di Bili’n. L’unico bene che possedevano gli abitanti della piccola comunità, erano gli ulivi, ma gli ulivi gli sono stati strappati dopo la costruzione del ‘muro’, la barriera di separazione voluta nel 2005 dall’ex premier israeliano Ariel Sharon.Five broken cameras cinema palestinese

Emad non avrebbe mai voluto fare il regista, ma dopo la costruzione del muro, non ha più potuto coltivare le sue amate vigne. Per questo, da quel giorno, ha acceso la telecamera ed ha ripreso tutto ciò che accadeva nel piccolo villaggio: ogni venerdì una manifestazione pacifica degli abitanti. Ogni venerdì una risposta violenta dei soldati israeliani.

Festival cinema palestinese locandinaAl regista-contadino ci sono volute ben cinque telecamere per raccontare il clima pesante che si respirava quotidianamente a Bili’n, cinque telecamere perchè, ogni volta che i soldati israeliani si rendevano conto di essere ripresi, un proiettile arrivava sull’obbiettivo. “Quando utilizzo la mia videocamera, mi sento protetto… ma è solo un illusione”, dice Burnat nella pellicola. La sua vita è stata, in un certo senso, salvata da quelle telecamere, ma così non è accaduto per il suo caro amico El-Phil (l’elefante), amato dai bambini e rispettato dagli anziani: grosso e dalla pelle dura, come quella di un elefante, era un uomo attaccato alla vita e pieno di ottimismo, che non si arrendeva: “Chissà dove la trovava quella certezza che tutto sarebbe finito nel migliore dei modi”.
Con la morte di El-Phil, muore una parte della speranza di Bili’n, muore il raggiante sorriso infantile di Daba, perchè “quando un amico se ne va, l’ira è così schiacciante, che i sentimenti della gente esplodono, ed è pronta a morire. Ci vuole forza per trasformare l’ira in qualcosa di positivo”. Sempre attorno al regista, c’è suo figlio Gibreel, il motivo per cui Emad comprò la sua prima telecamera.
Gibreel cerca di dare un senso a ciò che vede; le prime parole che impara sono “cartuccia” e “muro”. I suoi occhi sono quelli teneri ed innocenti di un bambino, che regala un ramoscello d’ulivo ad un soldato israeliano, che è felice perchè vede il mare. Ma tutti perdiamo la nostra innocenza ad un certo punto della vita, se abiti a Bili’n la perdi a cinque anni.

Five Broken Cameras, è un opera polemica che ci presenta un caso di ingiustizia sociale su larga scala, con un tono tutt’altro che vendicativo; un’esperienza diretta di cosa vuol dire essere dal lato sbagliato, quello dell’oppresso e dell’espropriato. Molto può essere nascosto, ma quello che ci viene mostrato è lo spirito di resistenza di un intero villaggio, registrato da un singolo osservatore.

Gioia Cherubini

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