domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Strane riflessioni
di un critico
su John Steinbeck
Pubblicato il 11-12-2015


JohnSteinbeckPiù conosciuto nel mondo anglosassone che in Italia, John Steinbeck (1902-1968) commuove con i suoi romanzi milioni di lettori per le sue storie dell’America contemporanea. Il volumetto I nomadi (Il Saggiatore, Milano 2015, pp. 112), tradotto da Francesca Cosi e Alessandra Repossi, riaccende l’interesse verso lo scrittore di lingua inglese, vincitore nel 1962 del premio Nobel per la letteratura. In una lunga e farraginosa recensione, apparsa sull’inserto domenicale del quotidiano «Il Sole 24 Ore» (6 dicembre 2015, n. 336, p. 27) con il titolo proletario Reporter della povertà, Claudio Giunta ripercorre la sua opera letteraria, elogiando lo scrittore inglese come uno «specialista del particolare», difficilmente reperibile nella letteratura europea del Novecento.

Claudio Giunta, docente dell’Università di Trento e autore del pamphlet Essere #matteorenzi (il Mulino), rivela così una tendenza esterofila, che lo porta a riprendere notizie su Wikipedia riguardo il romanzo La battaglia (1936): un racconto che – come si legge nel sito e nella sua recensione –«parla dello sciopero fallimentare dei raccoglitori di frutta in una vallata californiana durante gli anni Trenta». A questa copiatura telematica segue la notizia erronea, per la quale il romanzo successivo Uomini e topi (1937) «vince il premio Pulitzer»; mentre è con Furore (titolo originario The Grapes of Wrath, Grappoli d’ira) del 1939 che Steinbeck vince l’anno successivo i premi «National Book Award» e «Pulitzer». In questo modo appare incomprensibile l’interesse verso il romanzo Uomini e topi, che per la sua semplicità e chiarezza diventa un semplice «libro ideale da assegnare alle matricole per una tesina» in una recensione del volumetto I nomadi, quando un critico autorevole come Harold Bloom ha invece rilevato una «forza considerevole, in parte sciupata da un sentimentalismo troppo intenso». Bloom, autore di un volume su John Steinbeck (Chelsea House, New York 1987), esprime dunque un diverso giudizio su Uomini e topi, mentre considera Furore un testo essenziale per una tensione religiosa evidente anche in Ernest Hemingway e in Walt Whitman.
Il famoso romanzo, edito nel 1940 da Bompiani con la traduzione di Carlo Coardi, diventa ben presto «il libro più venduto» con quattro milioni e mezzo di copie tradotte «praticamente in tutte le lingue esistenti fino ad arrivare alla cifra record di quattordici milioni» (cfr. I. Bignardi, Sognando la California terra del latte e del miele, «la Repubblica», 10 settembre 2002). La notizia è ripresa da Giunta, insieme ad un’altra diretta ad informare i lettori che nel 1940 divenne «subito, a distanza di pochi mesi dalla stampa, un film altrettanto fortunato di John Ford».
Accanto al refuso, secondo cui il volume è pubblicato da Longanesi e non dalle edizioni Il Saggiatore, Giunta divaga con citazioni inutili e riporta i giudizi di valore espressi da Edmund Wilson, che considera Steinbeck «uno scrittore di secondo o terz’ordine», come se tutti i lettori dovessero conoscere il critico e insegnassero letteratura americana in qualche università italiana. Il drastico giudizio del Wilson deve essere riportato in qualche suo saggio, poi raccolto nei suoi Saggi letterari 1920-1950 (Garzanti, Milano 1967). Al pari, facendo sfoggio di citazioni improprie, riporta il giudizio che David L. Lawrence esprime su Giovanni Verga, reperibile nella prefazione al romanzo Mastro don Gesualdo (1922).
Dopo lunghe disquisizioni letterarie, Giunta apre il discorso su I nomadi, risultato di una serie di articoli commissionati dal «San Francisco News» all’inizio di agosto del 1936. Egli dimentica che l’inchiesta venne pubblicata a metà settembre sul «Nation» e terminò il mese successivo la sua serie sul «San Francisco News» con il titolo Gli zingari del raccolto. Il volumetto raccoglie infatti articoli interessanti che possono essere considerati un classico esempio di cronaca investigativa per la dovizia di particolari, per la scrittura elegante e la chiara esposizione dei fatti. Esso, corredato da un’appendice fotografica di Dorothea Lange, costituisce la trama narrativa, da cui si dipana il grande romanzo Furore. Su un furgone da panettiere l’autore viaggia fra le piantagioni della California, dove i nomadi si recano per raccogliere mele, uva e cotone alla stregua degli stranieri che raccolgono oggi le arance o i pomodori nel Sud Italia. Essi sono infatti costituiti da braccianti agricoli immigrati in California, dipinti a fosche tinte come «sporchi, ignoranti, impigriti e istupiditi dall’incuria» nelle loro «baracche di cartone in cui entrano il caldo, il freddo, la pioggia, i topi». Il recensore, ad eccezione del riferimento all’assenza di protezione sociale, coglie in minima parte il messaggio sociale di Steinbeck, che denuncia l’ingordigia degli agrari e le loro connivenze politiche, così necessarie per mettere in atto i loro ricatti basati su uno sfruttamento disumano. Come pure dimentica la spinosa questione della frontiera, che rappresenta per i nomadi immigrati un passaggio necessario ad una vita migliore verso l’illusorio paradiso della California.

Nunzio Dell’Erba

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