lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Anche Trump è un pericolo
Pubblicato il 08-12-2015


Ieri Donald Trump, miliardario americano in corsa per la Casa Bianca, aveva detto di voler chiudere l’accesso agli Stati Uniti per tutti i musulmani, compresi i turisti, “fino a quando i nostri rappresentanti non avranno capito cosa sta succedendo”. di sicuro non lo capirà lui visto anche quanto ha aggiunto oggi proponendo la ‘chiusura’ di internet e, ça va sans dire, dei social media, facebook, twitter, instagram ecc..

Non bisogna preoccuparsi di questo Paperon de’ Paperoni che le spara grosse come un Salvini solo più ricco perché il suo problema è non scomparire dai sondaggi, tenere le prime pagine e conquistarsi un bel po’ di quei social media che si dice pronto a chiudere pur di combattere il terrorismo anche a costo di sacrificare la libertà di parola. Insomma, è campagna elettorale. Però …

Però non c’è dubbio che dall’Europa agli Stati Uniti stia cominciando a soffiare un venticello preoccupante. L’Isis fa gli attentati e la destra, sotto tutte le latitudini, ci va a nozze. Più la gente ha paura, più è disposta a rinunciare alle proprie libertà in cambio di una sicurezza impossibile da garantire, ma molto facile da promettere.

Tutti, a cominciare da quella geniale imbrogliona che si è appena aggiudicato il primo posto nelle regionali francesi, Marine Le Pen, sanno che siamo ‘condannati’ a convivere col pericolo perché le nostre società così evolute sono anche estremamente fragili e disabituate dopo 70 anni di pace alla violenza di massa, alla guerra (quella vera). In Francia vivono stabilmente oltre sei milioni di cittadini di religione musulmana. Se si dovesse seguire la ricetta di Trump, obtorto collo, bisognerebbe cominciare subito a mettere il filo spinati ai confini (noi amnche sulle spiagge), a rastrellarli, rinchiuderli in campi di concentramento e a ragionare – perché no? – sulla loro ‘eliminazione’, donne, vecchi e bambini compresi (per questi ultimi però si potrebbe anche adottarli e battezzarli …come si faceva con gli ebrei). E questo per il solo fatto di essere ‘musulmani’, dunque – come sostiene qualcuno – fedeli di una religione che predica la violenza, diversi da noi … i buoni cristiani, così educati, civili, ragionevoli. È la guerra di civiltà, bellezza! O noi o loro.

Un clima, un modo di pensare, di istigare all’odio, già visto. Forse i più istruiti, o meno smemorati, troveranno delle assonanze con qualcosa che è già avvenuto 70 anni fa con l’aggravante – permettete la brutalità e senza ragionare sull’etica e la morale – che allora c’era una guerra mondiale in corso, che gli ebrei, i ‘diversi’ (insieme a zingari e minorati fisici e mentali), erano un’infima minoranza rispetto ai musulmani che sono oggi, all’incirca, appena un miliardo e mezzo.

Ma davvero gli vogliamo fare la guerra? Siamo sicuri che abbiano ragione i Salvini, i Le Pen, gli Orban, i Trump e tutti quelli che come loro sono pronti a provocare drammi enormi pur di conquistare i voti di un’umanità spaventata, confusa e insicura?

Questo non vuol dire accettare gli attentati terrorristici e tanto meno porgere l’altra guancia; vuol dire però che bisogna ‘pensare’ prima di andare in giro a destabilizzare Paesi come la Libia o la Siria infischiandosene – o facendo finta – delle conseguenze; salvo poi tornarci con i bombardieri e alimentare una proficua industria di guerra che – curioso, no? – vede in testa alle classifiche dell’esportazione di materiale bellico – al 3° posto dopo Usa e Russia – proprio i nostri cugini d’Oltralpe e al quarto, la Gran Bretagna mentre tra i principali acquirenti ci sono gli Stati arabi.
È più chiaro così a che gioco si gioca?

Bisognerebbe poi ricordare che il khomeinismo, la deriva politica dello sciismo, è nato come reazione alla dittatura brutale e sanguinaria dello Scià, tollerato, vezzeggiato e aiutato da noi che ci diciamo civili, democratici e liberali. Allo stesso modo in cui oggi tolleriamo regimi non meno brutali e sanguinari, dall’Asia al Golfo Persico, che hanno già prodotto o potranno farlo, movimenti politici violenti e radicali.

Come per la guerra sanguinosa tra cattolici e protestanti nel 1600 o quella nel Nord Irlanda appena pochi anni fa, per esempio, non dovremmo dimenticare che una delle radici del terrorismo islamico è sociale, economica; in quei terroristi c’è anche la reazione alle satrapie petrolifere, quelle che affittano interi alberghi nel centro delle capitali europee, accompagnati da carovane di limousine e servitù, consumando tutti i lussi più sfrenati che, a parole, secondo la loro religione, condannano come opere del ‘diabolico’. C’è chi tra champagne, prostitute, droga e brillanti, dilapida la ricchezza dei propri concittadini invece di preoccuparsi del loro sviluppo.

Eppure noi progettiamo di fare i mondiali di calcio del 2022 a Doha, nel Qatar, che, con l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e la Turchia sono i Paesi da dove – come ci ha ricordato Vladimir Putin – provengono i finanziamenti ai terroristi dell’Isis. Insomma, non tutti i cattivi sono uguali e pecunia non olet.

Non si tratta di giustificare la violenza, ma di capire il nostro nemico perché se non lo capiamo, non potremo neppure combatterlo in maniera efficace.

Ha senso allora come blatera Trump alzare la tensione contro i musulmani? Far credere ai propri concittadini che si devono tenere alla larga da loro? Che sono ‘brutti, sporchi e cattivi’? No, non ha alcun senso. Anzi è controproducente perché allarga la schiera dei musulmani che vivono in Europa o negli Usa, permeabili al proselitismo dell’Isis. E fa sentire gli altri vittime, esclusi, non integrabili. Crea odiosi fenomeni di razzismo quotidiano, che tutti possiamo vedere se solo lo vogliamo, prodromici di ulteriori esclusioni e violenze.

I nostri nemici non sono solo i terroristi dell’Isis, sono anche i campioni della destra xenofoba e razzista.
I nostri amici, quelli da aiutare, sono i Paesi musulmani che tentano di percorrere la strada della democrazia tra mille pericoli – vedi la Tunisia – e i nostri concittadini che – spesso solo nominalmente proprio come noi che siamo tutti etichettati ‘cristiani’ – professano un’altra religione, ma rispettano le leggi del Paese in cui vivono. Non c’è un’altra strada alternativa a quella dell’integrazione. Non c’è proprio.

Carlo Correr

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