lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Un progetto per la Libia
Pubblicato il 30-12-2015


Nella sua megalomane follia e nonostante la Germania nazista fosse una superpotenza militare ed economica Hitler ebbe almeno la lucidità di cercarsi qualche alleanza e addirittura concluse con qualche Paese, non di secondo piano, un mutuo patto di non aggressione. Era cosciente che nessuno può resistere mettendosi tutto il Mondo contro, anche se le cose andarono come è noto.

Il suo epigono moderno al-Baghdadi ed i suoi seguaci combattenti sono riusciti nell’impresa di non fare neanche questo: si sono voltati contro coloro che li avevano strumentalmente utilizzati e creati riuscendo a minacciare loro ed i loro interessi. Presto o tardi il loro Stato islamico immaginario verrà sotterrato senza che riusciranno a vederne l’embrione neanche per un giorno.

Non sono certamente i villaggi conquistati qua e là in Siria o in Iraq o le sventolate alleanze con questo o quel gruppo terroristico dello stesso timbro islamico che fanno di al-Baghdadi un capo di Stato o “l’emiro di tutti i credenti” così come si proclama.

La liberazione di Ramadi, Tinjar, di quella recente di Tikrit e quella prossima di Mosul, segneranno la fine di Daesh nel Paese del Tigri e dell’Eufrate. L’azione congiunta di potenze rivali come gli USA e la Russia, persino sul possibile destino della Siria, sgombereranno il terreno tardivamente di questo equivoco.

Ma più ancora che la marina russa sarà la Storia ad incaricarsi di spiegare come, nonostante la propaganda, compresa quella occidentale, il regime di Damasco non è stato sollevato, e come dopo anni di guerra sanguinosa non ci sia stata alcuna sollevazione popolare generale, come pure spesso è stato descritto e dichiarato, mentre quelle che effettivamente hanno avuto luogo, non erano del tutto spontanee come si è voluto far credere.

Certo i miliardi di dollari investiti da questo e quell’altro Paese, da questo e quell’altro fondo internazionale per destabilizzare la Siria – che non dimentichiamo è nazione petrolifera – non vuole dire che gli Assad ed il loro partito Baat’h sono dei modelli di governo auspicabili, ma che, ad ogni buon conto, come in altri casi di Paesi sconquassati dalla primavera araba, si dimostrano migliori dell’idea di far cadere un Paese strategico e ricco di storia in mano a dei tagliatori di teste, distruttori di vestigia delle civiltà, schiavisti e mercanti di uomini e di donne.

L’arretramento di Daesh in Siria come in Iraq, rischia oggi di avere una coda di rappresaglie contro i civili che ancora non hanno trovato riparo o che ancora non sono riusciti a riprendere la via del ritorno verso le città liberate; uno sforzo di solidarietà andrà ancora richiesto sperando di non vedere replicato il deprimente spettacolo offerto da alcuni Paesi europei, Ungheria in testa.

Allo stesso tempo è probabile un ripiegamento dei combattenti di al-Baghdadi verso la Libia ed il probabile intervento internazionale per stabilizzare i recenti accordi siglati in Marocco e ratificati al Palazzo di Vetro con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza.

Ci saranno conseguenze per i Paesi confinanti con la Libia, Tunisia ed Algeria e conseguenze anche per i Paesi rivieraschi vicini, fra cui il nostro.

È difficile decifrare dalle parole dei nostri governanti il grado dell’impegno che intendiamo assumere, ma ancor di più capire dai neofiti di politica internazionale se esiste una strategia e quale sia. L’Italia si espone naturalmente al rischio ed alla polemica più facile essendo stata potenza coloniale. Limitarsi ad affermare che la nostra presenza non sarà solitaria è, diciamo, considerazione tanto scontata quanto banale;

Il punto è che le forze occidentali hanno già sbagliato una volta contribuendo in modo maldestro alla dissoluzione della Repubblica libica di Gheddafi. Oggi sappiamo che il nemico comune è rappresentato da questo fantomatico Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, guidato da un dittatore che non verrà sostenuto dal miliardo e passa di musulmani presenti su questo pianeta che non hanno ravvisato in lui una guida suprema a cui affidare il loro destino, ma che parimenti non saranno nuove truppe di occupazione a rinvigorire il rapporto logorato fra Occidente e Paesi islamici; anche per questo si consiglia il massimo della prudenza ed il massimo del rigore nel maneggiare la complessa transizione libica. La Libia non è né la Somalia, né l’Iraq: c’è una borghesia commerciale importante ed una classe dirigente potenziale che troverà il proprio equilibrio riannodando il filo spezzato del tribalismo e riconsiderando la possibile nuova via perseguita dai riformisti islamici che usciranno più forti e responsabilizzati anche dalla sconfitta annunciata di Daesh.

Bobo Craxi

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