Ruini e le nostre ruine….

Il cardinal Camillo Ruini è il vero capo della Chiesa conservatrice. Quella che guarda con diffidenza alle novità di Francesco. Quella che difende a spada tratta i suoi principi, e questo è comprensibile e anche giusto, ma che li vuole imporre come leggi dello Stato per tutti. E questo è inaccettabile. Secondo Ruini noi dobbiamo evitare di far leggi per le coppie omosessuali. Non si può accogliere cioè il concetto stesso di coppia. Dobbiamo semplicemente garantire diritti individuali che già ci sono. È la posizione più estrema, ma la più chiara, del mondo cattolico. Non basta neppure dunque estrapolare la norma sulla stepchild adoption, quella cioè sull’adozione del figlio naturale del partner. No. Non si vuole neppure una semplice legge sui diritti reciproci. Non si accetta insomma la reciprocità, il legame affettivo fondato sull’amore.

Se esiste, ed esiste nella realtà che Ruini finge di ignorare o esorcizza volutamente, non ha nessuna importanza. Non deve essere riconosciuto come tale dallo Stato, come non lo è dalla Chiesa. Che importa Strasburgo, che ci richiama in nome dei diritti dell’uomo a riconoscere quelli delle coppie gay, e che importa di tutti gli altri paesi, la maggior parte dei quali ha addirittura approvato la legge sul matrimonio omosessuale, con parificazione dei diritti anche per l’adozione. E che importa se la Germania della democristiana Merkel ha approvato le unioni civili oggi importati in salsa italiana con la stepchild adoption. Noi siamo l’Italia e siamo diversi.

Diversi come, diversi perché? L’unica diversità è che in Italia risiede il Vaticano, non giriamoci intorno, e le leggi degli altri paesi da noi non si possono adottare se non dopo grandi battaglie e vittorie referendarie. Non abbiamo una legge sul fine vita, unico caso, non abbiamo una legge sulla fecondazione, quella approvata è stata fatta a pezzi dalla Corte costituzionale, e adesso siamo gli ultimi, e più volte richiamati dalla corte di Strasburgo, sui diritti delle coppie omosessuali. Dobbiamo capire che questo, secondo Ruini, è un nostro vantaggio, é una prerogativa positiva. Siamo i soli a negare un diritto. È una nostra Ruina….

I no Family in piazza. Ma che sta dicendo Gandolfini?

Possono essere anche un milione, due milioni, dieci milioni, resta il fatto che si tratta di una manifestazione non per affermare, ma per negare diritti. Anche se sono diritti di una minoranza la maggioranza non può voltarsi dall’altra parte. Ho ascoltato adesso Gandolfini, che di questa manifestazione è il promotore. E mi sono venuti i brividi. Parla di mutazione antropologica della società prodotta dalla legge Cirinnà. Non guarda più in là del suo naso e non si chiede se per caso siano tutti deteriorati antropologicamente i cittadini in Francia, in Gran Bretagna, in Spagna, dove esistono addirittura i matrimoni gay, e in Germania dove esistono le unioni civili con l’aborrita stepchild adoption. Ad una domanda dell’intervistatore il Gandolfini ha addirittura sostenuto che una legge sulle unioni civili dovrebbe solo fotografare i diritti esistenti per legge. Dunque una legge senza legge. Cioè nessuna legge. Siamo tornati alle crociate contro il divorzio e l’aborto. Il nuovo integralismo è all’attacco. Se si risponde all’attacco dell’integralismo islamico, molto più pericoloso, con la riscoperta del nostro integralismo e con una visione dello stato di stampo teocratico, anziché rispolverare la nostra cultura laica e i principi liberali coniugandoli col cristianesimo del “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, faremo un cattivo servizio a noi stessi e alla difesa della nostra civiltà. Negare a un bambino che ha solo un padre o una madre naturale di poterne avere un secondo adottivo è contro la famiglia, non per la famiglia. Riflettano bene i convenuti a Roma.

LIBERI E LAICI

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Dopo la manifestazione nelle piazze italiane a favore delle unioni civili della scorsa settimana, arriva la risposta di chi è contrario od ogni forma di riconoscimento che sia diversa da quella del matrimonio. Si tratta dello stesso fronte che ha fatto fallire, nel corso degli anni, ogni tentativo di legiferare in materia: dai Dico ai Pacs sono molti i disegni di legge chiusi e sepolti negli archivi parlamentari. Eppure in quasi tutta Europa la materia è regolata da anni. Anche nella cattolicissima Spagna, dove la legge venne varata con un governo di centrodestra, quello guidato da Aznar.

Alla vigilia del Family day al Circo Massimo a Roma, è puntualmente intervenuta la Cei. “L’equiparazione in corso tra matrimonio e unioni civili – con l’introduzione di un’alternativa alla famiglia – è stata affrontata all’interno della più ampia preoccupazione per la mutazione culturale che attraversa l’Occidente”. Così ha affermato a conclusione del Consiglio episcopale. Negli interventi “si è espressa la consapevolezza della missione ecclesiale di dover annunciare il vangelo del matrimonio e della famiglia, difendendo l’identità della sua figura naturale, i cui tratti sono recepiti nella stessa Carta costituzionale”.

Le unioni civili, dopo  un approdano in Aula al Senato per una manciata di ore, entreranno nel vivo la prossima settimana al Senato. Un confronto che rischia di essere particolarmente duro sul nodo della stepchild adoption: il rischio è quello di portare il testo ad un voto senza aver raggiunto un accordo e, per giunta, con la potenziale trappola dello scrutinio segreto. E da martedì, con le votazioni sulle pregiudiziali di costituzionalità, si capirà la consistenza della maggioranza trasversale Pd-M5S-Sel che sostiene il testo. Ogni modifica al testo Cirinnà potrebbe intatti incrinarla in modo irrimediabile. Un tema delicato, sui cui il Pd ha sensibilità diverse.

Riccardo Nencini-Partito Socialista

Il segretario del Psi Riccardo Nencini si augura che nella manifestazione del Familiy day “ci siano gli stessi toni che ho sentito sabato scorso nella manifestazione a favore delle unioni civili dove ho sentito toni di grande civiltà e libertà”.

La Cei è intervenuta alla vigilia del Family day…
“Nella Chiesa vedo due posizioni marcate e differenti. Quella dei vertici delle Cei contraria alla stepchild adoption e ostile al riconoscimento delle unioni civili e la posizione di Papa Francesco più attenta e aperta verso questo tema”.

La settimana prossima inizia il dibattito parlamentare…
“La cosa più probabile è che non ci sia spaccatura sulle unioni ma ci sarà sulla stepchild adoption. Quindi è probabile che si creeranno maggioranze diverse. Noi ci batteremo affinché la legge non venga azzoppata. Il testo base è una soluzione che rappresenta il minimo sindacale”.

Pia Locatelli, capogruppo della componente socialista alla Camera ha ricordato che “i socialisti sono per le unioni civili dal 1988 quando con Alma Cappiello presentammo una proposta di legge per le coppie di fatto, sia omosessuali sia eterosessuali, e oggi che finalmente la legge arriva in Aula non accetteremo passi indietro”. “Qui non si tratta di mettere una piazza contro l’altra, o di creare spaccature tra laici e cattolici: i diritti delle persone sono trasversali alle appartenenze politiche e ai credi religiosi. Compito del Parlamento è fare leggi che li garantiscano e su questi temi è normale si creino anche maggioranze diverse”.

Per il capogruppo del Psi alla Camera vi è una differenzPia Locatellia sostanziale tra il Family day e la manifestazione per le unioni civili. “La differenza è che noi eravamo in piazza per difendere dei diritti. Mentre loro scendono  in piazza per negarli. Mi fa sorridere il ripensare al Familiy day di qualche anno fa, quando in piazza c’erano persone che amavano così tanto la famiglia da averne due o tre. Tutti hanno il diritto di manifestare. Per noi la famiglia è quella degli affetti. Le famiglie si evolvono e hanno connotazioni diverse che possono cambiare”.

Perché il socialisti sostengono questo ddl ?
“Intanto il testo Cirinnà e una mediazione al ribasso. Andavano incluse anche le coppie di fatto. In questo momento rimane aperto il grande tema del coppie eterosessuali. Noi siamo a favore della stepchild adoption. Non è concepibile che chi perde il genitore biologico non possa essere adottato. E per noi questo è un punto fondamentale”.

Se non passasse questo elemento della legge…
“Spero che non ci siano modifiche. Perché in caso saranno peggiorative. Credo che questa sia la soglia minima sotto la quale non si può scendere. In caso di modifiche al ribasso, quindi senza adozione del figlio, non la voto. Il parlamento di uno Stato laico deve fare leggi che garantiscano a tutti gli stessi diritti credenti e non. Ognuno poi è libero di usufruirne o meno, ma nessuno può impedire ad altri di avvalersene. La piazza del Family day esprime  l’opinione di una parte del mondo cattolico, ma non può pretendere che questa opinione venga imposta a tutto il resto del Paese. Il disegno di legge Cirinnà è volto a concedere anche in Italia quei diritti riconosciuti in tutta Europa, al Circo Massimo si vuole negarli in nome di Dio. Ma a Roma, nonostante la Cei, non governa una teocrazia”.

“La manifestazione di Roma – aggiunge la portavoce del Psi, Maria Cristina PisaniFamily day 2016 – per come è stata concepita, per le modalità, i contenuti e gli slogan enunciati è non solo un formidabile attacco ai diritti ma anche e soprattutto una grave lesione alla laicità del nostro stato. Nessuna obiezione al principio che la Chiesa eserciti legittimamente il proprio magistero ma è inaccettabile che  la CEI promuova, organizzi e supporti un evento di piazza con che ha come obiettivo il sabotaggio della promulgazione da parte del Parlamento di una civile legge dello stato. Non ci faremo intimidire, anzi pensiamo che sia giunta l’ora di mettere un freno al permanere di molestie clericali. Cominciando con l’affermare che è giunto il momento che il Concordato tra Stato italiano e Chiesa cattolica debba essere profondamente rivisto in alcuni dei suoi articoli. Continueremo a ribadirlo dove c’è amore, c’è famiglia”.

Daniele Unfer

Euroscettici a Milano sfidano l’UE su migranti e lavoro

salv2L’Europa si sta disgregando oppure va a destra, lo sanno bene gli euroscettici riuniti nella due giorni milanese dell’Enf, Europe of Nations and Freedom. La convention è stata  presieduta da Marine Le Pen, che sul palco con Salvini ha detto che “l’immigrazione di massa è l’ultimo braccio armato dell’europeismo, cioè impoverire le nazioni europee e uccidere per sempre la civiltà”. Per il segretario della Lega nord, Matteo Slavini, “è in atto una sostituzione organizzata di popoli per avere nuovi schiavi” al servizio dei potentati economici.

Milano è stata protagonista, suo malgrado, di “Più liberi, più forti. Un’altra Europa è possibile”, la prima convention del network sovranista che ha messo sullo stesso palco gli esponenti di partiti eurocritici provenienti da tutta l’Europa. Sul banco degli imputati l’Ue, il trattato di Schengen, le politiche di austerità e, soprattutto, quelle sull’immigrazione. Su questi bersagli si sono concentrati gli attacchi di tutti gli interventi dei leader dell’Enf, il gruppo del Parlamento europeo nato a Bruxelles un anno fa che unisce, oltre il Fn francese e la Lega Nord, il Pvv dell’olandese di Geert Wilders, l’Fpo austriaco e Vlaams Belang belga, nonché esponenti inglesi, polacchi e romeni.
La Le Pen nel suo discorso ha citato Milano come il luogo dell’editto di Costantino, “radice della nostra civiltà cristiana”. Salvini ha detto di “non volere muri né fili spinati ma regole e rispetto”.
Nonostante gli intenti, come da copione è arrivato lo strascico xenofobo alla convention. Tom van Grieken, il giovane leader del Vlaams Belang, il partito fiammingo belga, nel suo intervento a un certo punto esclama “camerati”. E dalla platea leghista si leva un applauso, mitigato da qualche ‘buuu’ di dissenso, mentre Salvini è visibilmente imbarazzato sul palco. Dieci minuti dopo, sfuma rivolgendosi agli “amici patrioti”. Ma, anche senza Casapound, la mutazione fascioleghista si compie. Ovazione invece per Marcel De Graaf, del Pvv olandese, che si lascia scappare un “è meraviglioso essere qui in Padania”, con i tanti leghisti a inneggiare: ‘Secessione, secessione’.

Tuttavia lo scopo di Salvini resta quello di riempire il vuoto di una sinistra, che almeno in Italia continua a mancare. Alla convention “non si è parlato solo di immigrazione ma di lavoro”. Lo rivendica Salvini. “Quello su cui stiamo lavorando, sono i problemi del lavoro. Il crimine che Bruxelles sta perpetrando è quello del lavoro. E noi, stiamo svolgendo un ruolo che è quello di alcune sinistre”. “A questo tavolo – aggiunge Salvini, seduto accanto alla leader del Fn Marine Le Pen e all’olandese Geert Wilders del Pvv – c’è l’alleanza in difesa del lavoro. Ci sostituiamo anche a quelle cosiddette sinistre che di lavoro non si occupano più ma pensano a tutelare i loro amici banchieri. Limitare l’immigrazione – conclude – significa rilanciare il mondo del lavoro nei nostri paesi. Ci sostituiamo alle sinistre e al mondo sindacale”.

Tuttavia la sinistra si è fatta sentire, all’esterno del Mico, l’auditorium della fiera di Milano, portando del letame per accogliere i partiti xenofobi e organizzando un corteo in contemporanea con l’incontro. Alcune centinaia di manifestanti, “nazisti rossi” per il segretario della Lega, hanno contestato dall’esterno della fiera con striscioni e fumogeni urlando “Nessun umano è illegale” e “Milano è antifascista”.
Nonostante invocare il ritorno della sovranità nazionale appare un modo anacronistico di vedere l’Europa, dall’altro lato proprio gli Stati dell’Unione europea, anche quelli con governi di sinistra, iniziano a dar ragione alla visione di Salvini- le Pen. Dopo la Svezia che ha annunciato che espellerà 80mila richiedenti asilo, anche la Finlandia ha detto che rimpatrierà due terzi delle 32mila persone arrivate nel paese nel 2015. Intanto in Germania Angela Merkel ha stretto un accordo con gli alleati di governo per rendere più dure le procedure per la richiesta d’asilo, in particolare per i ricongiungimenti familiari. Infine l’Olanda ha avanzato una proposta per rimpatriare in Turchia con i treni i migranti e rifugiati arrivati via mare in territorio greco.

“Se un governo di sinistra come la Svezia decide di espellere 80mila persone a cui ha negato la richiesta d’asilo, rispedendole a casa, significa che Schengen è morto, finito”, ha affermato il leader del Carroccio.
Tuttavia l’Europa continua a discutere di frontiere, i deputati UE discuteranno martedì pomeriggio, con il primo Vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, la crisi dei rifugiati e i controlli alle frontiere, sia esterne sia interne dell’area Schengen.

Redazione Avanti!

Scrive Maria Grazia Vinciguerra:
Ma abbiamo fatto
una politica di integrazione?

La proposta di sospendere la libera circolazione dei cittadini nei paese EU, prevista dal trattato di Shenghen per un massimo di due anni, costituisce un atto di profonda rilevanza nel contesto delle democrazie europee; è un segnale forte che avrà importanti conseguenze sia nel processo di coesione europea, sia nei contesti politici nazionali.
La chiusura delle frontiere, attualmente, è l’unica risposta che alcuni Paesi europei sanno dare di fronte all’ondata di attentati terroristici che hanno insanguinato città simbolo degli ideali di democrazia e care al cuore dell’Europa, seminando panico e terrore nella popolazione, al punto da far dire al Presidente francese: “Siamo in guerra”. È corretto dire che siamo in guerra contro il terrorismo? Tradizionalmente la guerra è una situazione di conflitto nella quale si conosce chi è l’avversario, si hanno degli obiettivi definiti, localizzabili e pertanto si può intervenire con tutti i mezzi bellici che la tecnologia mette a disposizione.
Il terrorismo è qualcosa di diverso, che si alimenta di diversi fattori:
– Il timore causato dall’indeterminatezza sul possibile succedere dell’evento delittuoso: ogni luogo è potenzialmente a rischi;
– L’ampio riscontro in termini di pubblicità mass-mediatica,
– La debolezza attuale dei Governi, che hanno ereditato i risultati di anni nei quali è mancata una politica dei flussi migratori.
Il sistema di intelligence è prezioso, ma la chiusura delle frontiere o, come propone la Francia, il ritiro della cittadinanza per chi è ritenuto “soggetto pericoloso”, o ancora una temporanea sospensione di alcune libertà democratiche, sono misure efficaci? Forse, nell’immediato, possono soddisfare una parte di cittadinanza pronta a delegare all’uomo forte di turno il compito di decidere della tranquillità altrui.
Era già successo nella Repubblica di Weimar: dopo diverse “leggi speciali” nel 1933 Hitler ha preso il potere. Ha governato gestendo le paure instillate di proposito nel popolo, ha imposto leggi speciali, che colpivano i “diversi”: gli zingari, gli omossessuali, gli ebrei…
Oggi il diverso è l’immigrato, magari quello che lavora, paga le tasse e vive qui da anni con la sua famiglia. Sì, alcuni attentatori e foreigner fighers sono immigrati di seconda generazione, allora viene da chiedersi: quale politica di integrazione abbiamo fatto? E oggi, come gestiamo flussi migratori? Lasciando che gli immigrati girino per le città, dormano in strada e mendichino ai semafori e davanti ai supermercati?
Se la certezza del diritto è uno dei cardini fondamentali della democrazia, perché non si tutela la dignità del migrante e la sicurezza dei propri cittadini, senza ricorrere a “leggi speciali”, destinate a soffocare i diritti sotto l’opinione arbitraria di pochi?
La debolezza dei Governi è connessa alla disaffezione dei cittadini nei confronti della politica e dei partiti, che finora sono l’unico tramite tra popolo e Governo. Ma questo è un altro lungo discorso.
Maria Grazia Vinciguerra

Rai, di tutto… di più

Il vertice c’è, ma la tanto invocata riforma della Rai ancora non si vede all’orizzonte. Si invoca però da anni. Negli ultimi tempi non sono mancati seminari, (all’Università, anche da parte di docenti a caccia sempre di incarichi e visibilità nei programmi tv), leopoldine, convegni di studi e riflessioni di studiosi della comunicazione e del servizio pubblico. La riforma appare però sempre più lontana, anche perché dovrebbe arrivare dall’interno, pilotata da un signore, denominato non a caso “dittatore”, che si chiama Antonio Campo Dall’Orto nelle vesti di direttore generale e di amministratore delegato e da un consiglio di amministrazione che, in base alla nuova legge, conterà sempre meno. In questo scenario la cosiddetta riforma Gubitosi (il precedente direttore generale), mai entrata realmente in funzione, sarà definitivamente archiviata. Ma che cosa si propone di fare questo nuovo “salvatore del servizio pubblico”, insieme alla presidente Monica Maggioni, molto amata da Gubitosi, ma ora entrata nelle grazie sia di Renzi che di Berlusconi?
Per la verità nessuno ancora lo sa. E la potente lobby dei giornalisti Rai (col sindacato Usigrai, che da sempre condiziona fortemente le scelte della dirigenza) è sul piede di guerra. Anche perché adesso può contare sul sostegno di Beppe Giulietti, diventato segretario della Fnsi (è stato per anni, da quando era nel Pci, leader del’Usigrai e, in seguito, parlamentare Ds e segretario di “Articolo 21”).
Il nuovo Cda, si diceva, non doveva essere espressione dei partiti politici. Si è fatto un gran can can sulla “liberazione della Rai dai partiti”. Ma di chi è composto ora il nuovo Cda? I nomi li conosciamo: Guelfo Guelfi, pisano, ha coordinato la campagna elettorale per l’elezione di Renzi a sindaco di Firenze, molto amico anche del padre; Paolo Messa, ha curato la campagna elettorale di Fitto, fondatore della rivista e giornale online “Formiche” (diretto dal fedelissimo Michele Arnese), vicino all’Udc e, ovviamente, a Fitto); Giancarlo Mazzuca, ex deputato del Pdl, ora tornato alla direzione de “Il Giorno”, di Forza Italia; Arturo Diagonale, da sempre vicino a Berlusconi; Rita Borioni, laureata in storia dell’arte, ma ha sempre lavorato nei Ds e nel Pd, nei gruppi parlamentari di Camera e Senato, è anche vice responsabile della cultura e informazione del Pd; Carlo Freccero, il fantasioso ex direttore di Rai 4, da sempre nell’orbita Ds-Pd, ora però proposto da M5s; Franco Siddi, ex presidente Fnsi, da sempre leader Pd del sindacato dei giornalisti. Abbiamo già accennato a Monica Maggioni, un nome concordato da Renzi e Berlusconi, e al direttore generale (ora ad) Antonio Campo Dall’Orto, “nominato” sul campo dal premier per il difficile compito di ristrutturare la Rai.
Ma di quale riforma si tratterà? Il piano Gubitosi prevedeva la riduzione del numero degli inviati (soprattutto dove vi sono corrispondenti e comunque non più al seguito del premier). Dovevano essere create due strutture uniche. La prima doveva accorpare Tg1 e Tg2 e Rai Parlamento; la seconda Tg3 , TgR, Rai News, Ciss, meteo, Televideo e web. Il piano, contestato dai sindacati e dall’Usigrai, puntava anche alla riduzione delle auto blu (ridotte da 160 a 16), meno investimenti per lo sport e vari altri tagli.
In realtà ben poco fin’ora è stato fatto. Un licenziamento però è stato deciso, non di assenteisti (che sono molti), ma di un funzionario di Rai Uno, che per guadagnare qualche punto di shere nella trasmissione della notte di Capodanno, ha anticipato il gong di un minuto. È credibile che una insolita scelta di questo tipo sia stata fatta solo da un capo struttura, senza cioè che venisse consultato il direttore della rete? Un’azione sicuramente riprovevole ma punibile con un mese, al massimo due mesi di sospensione dal servizio, senza stipendio, ma non certo con un licenziamento in tronco che sicuramente i magistrati annulleranno, obbligando la Rai alla riassunzione.

La Rai è ben lontana dalla “liberazione” dal “dominio dei partiti”. Neppure la Commissione parlamentare di vigilanza, presieduta dal grillino Roberto Fico (questa nomina è stata salutata dal “popolo del M5S”, a suo tempo, come una grande conquista democratica), è riuscita a fare alcunché. Non si conosce nessuna critica, denuncia o altra presa di posizione pubblica di questo (inutile) organismo parlamentare.

Vedremo dunque presto che tipo di riforma intenderà attuare Campo Dall’Orto, visto che non è neppure obbligato a seguire rigorose direttive di una legge nuova (che non c’è). Come intenderà investire 420 milioni in più che la Rai incamererà, con la bolletta elettrica. E come pensa di procedere per migliorare i programmi radiofonici e televisivi. È un problema questo che anche i direttori che saranno presto nominati dovranno porsi. Ma anche qui tutto dipenderà dai criteri per le scelte di questi professionisti. Innanzitutto bisognerà fare ricorso all’esterno, Usigrai permettendo (per fortuna, vista la crisi dei media, vi sono anche molti disoccupati sul mercato). Ma che deciderà il solo Campo Dall’Orto, in base anche alle simpatie politiche dei professionisti sul mercato? Una volta – si diceva – sarà il Cda in piena autonomia ad assumersi la responsabilità delle difficili scelte, che erano sempre emanazione di accordi politici, eredità della vecchia lottizzazione. Ora però il Cda dovrà solo ratificare nomine proposte dall’amministratore delegato (e altrove), visti i suoi scarsi poteri (per di più diversi consiglieri, come pensionati, non potranno percepire neppure un compenso).

Ce ne occuperemo ancora, per parlare, nello scenario che abbiamo appena abbozzato, di qualità dell’informazione alla Tv e alla radio.

Aldo Forbice

Coppie in Italia e Usa:
Costituzioni a confronto

1 – Perché la Corte suprema degli Stati uniti ha affermato (26 giugno 2015) il diritto costituzionale al matrimonio delle coppie dello stesso sesso, mentre la nostra Corte costituzionale (sent. 138 del 2010) è giunta alla conclusione opposta?
unioni-civilidueIl primo aspetto da considerare è la differenza nelle norme delle due Costituzioni. Negli USA, il XIV emendamento stabilisce che nessuno può essere privato della vita, libertà, proprietà senza una giustificazione razionale, e a nessuno può essere negata “la eguale protezione delle leggi”. Nella Costituzione italiana, le norme rilevanti sono l’art. 2 (che “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità”), l’art. 3 (principio di eguaglianza davanti alla legge) e l’art. 29 (dove sono riconosciuti “i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”). Il problema che avevano di fronte i giudici statunitensi era quindi solo quello della riconducibilità, o meno, del matrimonio same sex tra i diritti protetti dal XIV emendamento; mentre i nostri giudici avevano di fronte anche le categorie della “formazione sociale” e della “società naturale”. La differenza non vuol dire che le conclusioni dovessero essere necessariamente diverse (come invece sono state); ma la Corte italiana aveva , come dire, un problema in più.

2 – La Corte Suprema USA ha fondato la sua decisione su un argomento che ha considerato decisivo: il “diritto di sposarsi” (right to marry) rientra tra i diritti di libertà protetti dal XIV emendamento, e non c’è motivo per negarlo a chi intende sposare una persona dello stesso sesso; anzi, c’è un motivo per riconoscerlo: ed è il valore sociale del matrimonio, “istituto centrale nella condizione umana”, che, “originando dai più basilari bisogni dell’essere umano, è essenziale per la realizzazione delle nostre più profonde speranze ed aspirazioni”. “Il matrimonio è uno dei diritti fondamentali della persona, essenziale per il perseguimento della felicità”, aveva già detto la Corte Suprema nel dichiarare nel 1967 l’incostituzionalità dei divieti di matrimoni interrazziali; ora aggiunge che “ciò è vero per tutti gli individui, indipendentemente dal loro orientamento sessuale”. La Corte costituzionale, nella sentenza 138/2010, si è soffermata invece sul rapporto tra diritto soggettivo e formazione sociale. In primo luogo, ha affermato che l’unione omosessuale rientra tra le formazioni sociali di cui parla la norma, e quindi è meritevole di protezione giuridica. Esiste quindi “il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia” anche per le persone dello stesso sesso. Ma questo diritto – a differenza che per i giudici USA – non si traduce in un “diritto al matrimonio”. E ciò per due ragioni: la prima più chiara, la seconda meno.
Quella più chiara (condivisibile o meno) è che il riconoscimento del diritto desunto dall’art.2 può essere realizzato anche per vie giuridiche diverse dalla equiparazione delle unioni sessuali al matrimonio; e che spetta quindi al “Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare la forma di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette”. Meno chiaro è l’altro argomento, desunto dall’art. 29 Cost. Il problema può essere riassunto nella domanda: una legge che prevedesse il matrimonio same sex, sarebbe costituzionalmente legittima? Il quesito ha diviso la dottrina; ma oggi si va oltre, al punto che si afferma che sarebbe incostituzionale, secondo la sentenza del 2010, anche una normativa che rinviasse per alcuni aspetti al diritto matrimoniale (come nelle “unioni civili” della legge tedesca), e prevedesse l’adozione. Ma la sentenza non si presta a questa lettura. Essa afferma che l’art. 29 non può essere interpretato in modo da ricomprendere le unioni same sex, perché riguarda “il matrimonio nel significato tradizionale”. Ne deriva che non c’é violazione dell’art.3, “in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio”.
Se e quando anche l’Italia dovesse scegliere la via del matrimonio, la Corte costituzionale dovrà decidere se tale scelta contrasti o meno con l’art. 29. Nella sentenza non c’é alcuna formulazione risolutiva in proposito, diversamente da quanto si dice. L’argomento per il quale le unioni omosessuali, non essendo omogenee al matrimonio, non possono essere ricondotte all’art.29 è usato per escludere la violazione del principio di eguaglianza, non per negare (in futuro) la costituzionalità della soluzione “matrimoniale”, che non era la questione sottoposta all’esame della Corte. Del resto, tutte le corti costituzionali investite del problema (sulla base di norme in alcuni casi simili alle nostre) ne hanno riconosciuto la costituzionalità (dalla Spagna al Portogallo, dalla Francia al Messico all’Argentina).

3 – È interessante notare che gli argomenti utilizzati dalla Corte costituzionale per la soluzione negativa sono stati considerati, giungendo alla conclusione opposta, dalla Corte Suprema. Per quanto concerne l’interpretazione evolutiva o meno delle norme costituzionali, la Corte Suprema, respingendo l’orientamento dei giudici “originalisti” (che ritengono cioè che esse vadano intese nel significato che le avrebbero dato i “padri fondatori”) ha ricordato l’evoluzione storico-giuridica del matrimonio nei secoli (in particolare per quanto concerne i rapporto tra uomo e donna). La Corte costituzionale, a sua volta, ha ribadito (il tema era già stato sollevato a proposito del divorzio) che “i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere cristallizzati con riferimento all’epoca in cui la Costituzione entrò in vigore”, ma vanno interpretati “tenendo conto dell’evoluzione della società e dei costumi”. Tuttavia, ha aggiunto, il significato dell’art. 29 (il matrimonio è tra persone dello stesso sesso) non può essere superato per via interpretativa. L’argomento è stato usato per affermare (e qui sta la differenza con la Corte suprema) la non illegittimità della mancata estensione del matrimonio alle persone dello stesso sesso (che era la questione sollevata dai giudici di rinvio), non l’inconstituzionalità di una legge che la preveda. In secondo luogo, entrambi le Corti hanno affrontato il tema del rapporto tra potere giudiziario e potere legislativo. Una decisione così rilevante – dicono i giudici dissenzienti della Corte Suprema – non spetta al potere giudiziario, ma alla assemblea rappresentativa della volontà popolare. La risposta contenuta della sentenza si richiama a un principio basilare del moderno costituzionalismo: un diritto fondamentale va protetto proprio dall’eventuale diversa volontà della maggioranza.
A me pare che bisognerebbe fermarsi qui. Gli ulteriori argomenti tratti dal dato sociologico, dai mutati orientamenti dell’opinione pubblica, dalla comparazione, dai sondaggi, vanno maneggiati con cautela. Ne ha fatto uso invece in modo opinabile la Corte europea dei diritti umani, quando ha chiesto (da ultimo con la sentenza del 21 luglio del 2015) all’Italia una legge in materia (matrimonio o unione civile che sia).
Basti pensare alle conseguenze che si potrebbero trarre, usando questi criteri, di fronte al fenomeno dell’immigrazione, sui diritti dei non cittadini (ad es., ma non solo, il diritto d’asilo). Questi vanno protetti, qualsiasi cosa dicano i sondaggi.
Per la Corte costituzionale “spetta al Parlamento individuare le forme di garanzia e di riconoscimento delle unioni omosessuali”. Questa affermazione si accompagna però al riconoscimento del “diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia”, costituzionalmente garantito. L’assenza di una normativa che lo riconosca è quindi una omissione legislativa, e va inoltre verificata, dice la sentenza, la legittimità delle situazioni di trattamento disomogeneo rispetto alla coppia coniugata, alla luce del principio di eguaglianza.

4 – Una considerazione finale. Entrambe le sentenze assumono una concezione che potremmo definire tradizionalista del matrimonio. Questa è enfatizzata (come abbiamo visto) nelle motivazioni della Corte Suprema, che parla del matrimonio come pietra di volta dell’ordine sociale. C’è un paradosso nella soluzione che hanno adottato i giudici statunitensi, usando il tradizionalismo come fondamento di una decisione talmente innovativa? Qualcuno lo ha segnalato. Sembra quasi che chi non si sposa non può realizzare la propria personalità, e si mette in contrasto con “l’ordine sociale”. Mi è piaciuta l’osservazione di chi ha detto “finalmente gli omosessuali statunitensi sono liberi di non sposarsi”. In ogni caso, chi non vuole una legge che riconosca agli omosessuali il “diritto di vivere liberamente una condizione di coppia” non può nascondersi dietro la Costituzione o la Corte costituzionale.

Cesare Salvi
dal blog della Fondazione Nenni

Un ministro e nove sottosegretari in più

Non ci lamenteremo perché si sono scordati di noi. Eppure non pare casuale che molti dei nuovi uomini di governo, a cominciare dal ministro, per di più con delega alla famiglia, siano stati accordati, proprio alla vigilia del Family day e a tre giorni dall’inizio dell’iter parlamentare della legge sulle Unioni civil, proprio al Nuovo centrodestra. Bene, se si afferma la decisione di non fare compromessi sulla Cirinnà distinguendo governo e parlamento. Male, se si affermano come governative le concezioni della famiglia del partito di Alfano, che non sono le nostre e nemmeno quelle dei socialisti, e non solo, di tutto il mondo.

Il “Secolo Breve’’ dell’arte e della musica
in scena all’Auditorium

secolo breve-2Si è inaugurata ieri all’Auditorium di Roma una lunga serie di concerti che proseguirà fino alla fine di ottobre in occasione del Giubileo 2016. A dirigere l’Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, il suo direttore stabile Antonio Pappano, che si avventura in un’altra immersione nel Novecento musicale. Ad accompagnare Pappano in questa serata hanno cantato Lisette Oropesa (soprano) e Vito Priante (baritono). Inoltre Michael Barenboim, figlio del più noto Daniel, al suo debutto a Santa Cecilia, è il solista di questo Concerto che ha eseguito con le maggiori orchestre del mondo facendone una sua specialità. Variegato di ampli significati il programma musicale: il ‘’Prélude à l’après-midi d’un faune’’ di Debussy, con la sua novità formale e sonora, apre quella fase della storia della musica francese in cui la ricerca timbrica e la sensibilità armonica diventano i punti cardinali della sua estetica e che, oscillando tra simbolismo e impressionismo, vedrà la nascita di grandi capolavori.

Non fa eccezione rispetto a questi presupposti il ‘’Requiem’’ di Fauré, di tutti il più intimo e discreto (vi è assente infatti il Dies Irae), pagina di sincera e intensa spiritualità diluita in sonorità ovattate e preziose e linee melodiche semplici che celebrano il congedo dalla vita con serena rassegnazione. Il ‘’Concerto per violino’’ di Schönberg appartiene all’ultima fase creativa del compositore austriaco alla ricerca di una nuova prospettiva rispetto ai rigorosi assunti dodecafonici, che si realizza attraverso l’adozione di nuove e più libere formule compositive. Secondo la nota definizione dello storico Eric Hobsbawm, il Novecento può essere considerato il “Secolo Breve” per l’incredibile densità di avvenimenti che lo hanno caratterizzato: dai due eventi bellici di portata mondiale, alla caduta del muro di Berlino, passando per una serie di vicende politiche, progressi tecnologici e sociali.

Le arti e la musica hanno, ovviamente, fatto da contrappunto a questi cambiamenti, sottolineando spesso i momenti cruciali.

Alessandro Munelli

Grexit o Gexit?
Questo è il dilemma

Su “La lettura” del “Corriere” dei mesi scorsi è stato pubblicato un dialogo tra Maurizio Ferrera e il sociologo tedesco Jens Alber, il cui titolo “Grexit o Gexit” riflette in pieno i termini del dibattito in corso in Europa tra quanti lamentano il rigorismo ordoliberista tedesco e coloro che, invece, scontando una valutazione largamente condivisa in Germania, evidenziano la scarsa propensione dei Paesi mediterranei in crisi ad attenersi al rispetto delle regole di una buona gestione dei propri conti pubblici.
Ferrera osserva che la crisi del debito sta mettendo “a dura prova i rapporti fra i Paesi dell’Unione Europea”, per via del fatto che alcuni leader politici tedeschi, a partire dall’inflessibile ministro delle Finanze della Germania Wolfang Schaeuble, considerano il rispetto delle regole fiscali e monetarie “come se fossero precetti religiosi”, rivelandosi a volte intrusivi e poco rispettosi dell’autonomia decisionale di cui dispongono ancora, su molti problemi d’interesse comune, gli Stati membri dell’Unione Europea. Le regole delle quali invocano l’osservanza sono spesso superflue, secondo Ferrera, soprattutto quando, pur prevedendo delle deroghe, queste non sono rese possibili, in quanto mancanti delle istruzioni su come applicarle.

Circa il problema del rispetto delle regole, Ferrera giustamente osserva che, una cosa è essere inflessibili, quando si tratta di regole riguardanti le procedure democratiche ed i diritti fondamentali, altra cosa è l’esserlo, quando esse riguardano le politiche di bilancio per la conservazione dei conti pubblici in equilibrio. In qust’ultimo caso, il rispetto delle regole deve essere commisurato alla congiuntura pro-tempore in atto all’interno dei singoli Paesi, per cui in proposito non può esservi nulla di assoluto; ciò è tanto più vero, se si considera che l’eurozona ha dato origine ad un sistema complesso, nel senso che ciò che accade in uno dei Paesi membri è strettamente connesso a ciò che accade all’interno degli altri. Il disavanzo commerciale del quale soffrono alcuni Paesi è per lo più la contropartita del surplus tedesco, il quale, traducendosi in un accumulo di risparmio finanziario, consente alle istituzioni finanziarie di prestarlo a quei Paesi che hanno bisogno delle risorse per finanziare la loro spesa pubblica.

Dopo la crisi dei mercati immobiliari americani del 2007/2008, quei Paesi che si sono trovati ad essere esposti nei confronti dei Paesi creditori, Germania in testa, hanno subito gli esiti del rigore fiscale e finanziario di quelli la cui bilancia di parte corrente si trovava da tempo in surplus, costretti perciò ad essere i destinatari di richieste di misure economiche di austerità e di riforme strutturali per la diminuzione della loro spesa pubblica. In base alle regole vigenti, invece, i Paesi in crisi a causa del loro eccessivo debito pubblico avrebbero dovuto godere della solidarietà dei Paesi i cui conti non erano in crisi; la Germania, in particolare, avrebbe dovuto “elargire” la propria solidarietà, non attraverso il defatigante impegno a salvaguardare la sicurezza delle istituzioni finanziarie creditrici, ma attraverso la diminuzione del proprio avanzo commerciale, evitando ai suoi “Soloni” di sostenere che non si dovesse essere benevoli verso i Paesi in difficoltà, onde evitare di motivarli ad insistere nella loro “dissolutezza”.

Gli effetti del rigore fiscale e monetario imposto dalle politiche d’ispirazione tedesca, privilegiate da Bruxelles, hanno messo in difficoltà i Paesi in crisi; questi, infatti, non sono stati messi nella condizione di finanziare la ripresa della loro crescita, inducendo molti economisti e molti pensatori, alcuni dei quali tedeschi, a riconoscere che il preteso rigorismo del governo tedesco si sarebbe risolto, come poi si sta verificando, a danno dell’economia della Germania. Di conseguenza, secondo Ferrera, sarebbe stata necessaria, nella cura dei rapporti tra gli Stati membri dell’UE, una maggior flessibilità delle pretese degli Stati forti nei confronti di quelli deboli, con l’introduzione di “qualche meccanismo di solidarietà transnazionale”; ciò in considerazione del fatto che fra i Paesi membri dell’Unione esistono ancora legami deboli, per realizzare, nelle more della tanto attesa unificazione politica, una “comunità di vicinato”, tenuto conto che nelle relazioni tra “buoni vicini” non si dovrebbe “tirare su il prezzo”, ma dovrebbero prevalere relazioni di “sobria fratellanza”.

Ciò è tanto più urgente, conclude Ferrera, se si pensa che oggi, a causa degli effetti sociali della crisi, è in gioco la tenuta del progetto d’integrazione, “sul quale hanno scommesso almeno due generazioni di europei” e da cui dipende il destino delle generazioni future. Per questo motivo, non è stato opportuno considerare intoccabili le regole invocate da Berlino; esse dovrebbero essere disattese o cambiate, non solo per promuovere la ripresa della crescita, ma anche per evitare l’espandersi della spirale del populismo che, oltre ad aumentare gli ostacoli eretti sulla via del superamento della crisi economica, stanno mettendo a rischio anche la tenuta della democrazia.

Jiens Alber, dal canto suo, contrappone al ragionamento di Ferrera, sia pure in termini edulcorati, le tesi rigoriste di Schaeuble: l’euro, secondo il sociologo, è stato imposto a Helmut Kohl da François Mitternd, “come contropartita per l’unificazione tedesca, senza che ci fossero le precondizioni perché un unione monetaria potesse funzionare correttamente. Forse oggi, invece che a una Grexit, si dovrebbe pensare a una Gexit, a un’uscita dall’euro della Germania”, perché il ritorno a un marco rivalutato possa determinare una riduzione del surplus commerciale tedesco; cosicché i Paesi mediterranei non non siano costretti a chiedere aiuti ai Paesi del Nord dell’Europa e possano tornare liberi di indebitarsi sui mercati finanziari internazionali.

Inoltre, secondo Alber, il contrasto tra i Paesi del Nord e quelli del Sud sarebbe determinato anche dalla presenza dei Paesi dell’Est, che per ultimi sono stati ammessi a fare parte dell’UE; questi ritengono che la solidarietà europea debba riguardare prioritariemente loro, per cui quando la Germania negozia la consistenza degli aiuti da concedere ai Paesi del Sud, essa deve necessariamente ricordarsi anche della loro esistenza. Alber, in sostanza, conclude affermando che i fatti non consentono di stabilire con precisione quale sia la linea politica più conveniente che i Paesi membri dell’eurozona dovrebbero adottare e non esita ad affermare che lo “stile” e le “rivendicazioni” del governo di Tzipras hanno nuociuto non solo al popolo greco, ma anche al progetto europeo della creazione di un’unione politica, ormai al limite di un’implosione.

Secondo Alber, sarebbero molti gli intellettuali tedeschi pro-Europa che stanno diventando sempre più pessimisti ed aperti al convincimento che un’Unione più solidale forse sarebbe stata possibile fra i Paesi fondatori, ma non lo è più in un’Europa allargata, quale essa è oggi. L’idea di una comunità “meno ambiziosa”, incentrata solo sulla realizzazione di un mercato comune, è quella che appare più in linea con la situazione venuta a maturazione, soprattutto dopo la crisi dei mercati finanziari della fine del decennio scorso.

Strano modo di ragionare quello di Alber; c’é solo la speranza che le sue idee non siano quelle, come lui dice, di molti intellettuali tedeschi. Sicuramente alcuni saranno sulle sue posizioni, ma è difficile che la maggioranza di essi, pur in presenza di un’opinione pubblica propensa a pensarla diversamente, manchi di ricordare che un ritorno all’Europa delle nazioni non sottrarrebbe la Germania alla sindrome dell’accerchiamento, che tanti guai e danni ha provocato al popolo tedesco. È da augurarsi che questi intellettuali abbiano a prevalere su quelli che la pensano come Alber e che, superata la crisi, si possano creare le condizioni perché la Germania sappia onorare la sua primazia economica in ambito europeo, assumendosi gli oneri corrispondenti, onde evitare agli europei ed al mondo il pericolo del ritorno alle minacce di un recente passato.

Gianfranco Sabattini