lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Baby squillo:
una strategia contro
Pubblicato il 27-01-2016


baby-squilloNegli ultimi anni, in Italia, si sta diffondendo il fenomeno delle “baby squillo”: adolescenti pronte a tutto si vendono per pochi euro, per poter così acquistare droghe, prodotti tecnologici, accessori e capi d’abbigliamento firmati. Ad un certo punto, mantenere un certo stile di vita diviene per loro “necessario”, poiché ormai fa parte della loro identità, ed è per questo che si genera un ciclo difficile da rompere. Alcune strategie criminologiche, però, potrebbero consentire di ridurre il fenomeno.

Prendendo in considerazione le abitudini delle “baby squillo” di Brescia, portate alla luce negli ultimi giorni dalle agenzie di stampa, una prevenzione di tipo situazionale potrebbe incidere positivamente nella riduzione del fenomeno. Infatti, secondo quanto si è appreso, per i cittadini bresciani è risaputo che il parcheggio di un noto centro commerciale locale è divenuto luogo in cui le “baby squillo” offrono i loro “servizi”. Conoscendo questo dato è possibile intervenire progettando un ambiente in grado di ridurre la prostituzione. In questo modo, si andranno a ridurre le possibilità di commettere tale reato.

È tramite la “Broken Windows Theory” (Teoria delle finestre rotte) che si può valutare l’efficacia del design urbanistico. Fu lo psicologo Philip Zimbardo a sviluppare la teoria nel 1969 ed a compiere esperimenti che fornirono interessanti spunti nell’ambito della criminologia. Secondo gli studi di Zimbardo, un ambiente degradato genera criminalità. Allo stesso tempo, la criminalità rende l’ambiente più degradato. Crimine e degrado divengono dunque due elementi che si equivalgono e rompere il loro legame diventa lo scopo dell’environmental design (CPTED). È proprio applicando le nozioni della “Broken Windows Theory” che la città di New York, negli anni Novanta, è riuscita a ridurre notevolmente la criminalità che si concentrava nei sotterranei della metropolitana (crimini violenti -51%, omicidi -72%, dati del Center on Juvenile and Criminal Justice). Ridisegnando gli spazi pubblici, aumentando la cura dell’area e riducendo il più possibile le zone buie ed isolate, si è riusciti ad infondere un senso di controllo tale da evitare l’aumento del crimine. È poi anche tramite una policy di “tolleranza zero” che si è ottenuta una notevole riduzione del comportamento illegale.

Sfruttando queste nozioni, quando si individua un’area frequentata da “baby squillo”, il Comune dovrebbe intervenire andando a ridurre la possibilità di compiere determinati atti in quel preciso luogo. Nel caso del parcheggio bresciano, potrebbe essere sufficiente aumentare l’illuminazione, il numero di telecamere di sorveglianza e renderlo un luogo meno isolato nelle ore notturne (per esempio consentendo ai commercianti della zona di mantenere fino ad ora tarda l’apertura delle attività, agevolandoli economicamente con delle misure dedicate al recupero dell’area). Infine, la sorveglianza dovrebbe essere garantita non soltanto tramite telecamere, ma con turni di pattuglia delle autorità locali.

Rendendo difficile per le “baby squillo” frequentare questo luogo, si potrebbe giungere ad una dispersione della loro attività. Ciò significa che potrebbero decidere di vendere i propri corpi altrove, per esempio nelle abitazioni private. Questo potrebbe aumentare i rischi di subire violenza per queste minorenni, ma allo stesso tempo potrebbe consentire loro di comprendere maggiormente il pericolo. Quando il punto di ritrovo è stato reso inagibile per coloro che commettono un crimine, è dunque necessario intervenire non soltanto con una politica di tolleranza zero per gli adulti che abusano dell’ingenuità di queste giovanissime, ma è anche necessario lavorare sulla prevenzione, per far comprendere alle ragazze la pericolosità del loro comportamento, istituendo centri d’ascolto e supporto ed organizzando incontri nelle scuole, che diano spazio anche a testimonianze (poiché si sviluppa una notevole empatia tra coloro che hanno vissuto simili situazioni).

Ciò che dovrebbe essere trasmesso alle ragazze è che se i luoghi pubblici non si prestano più allo svolgimento della prostituzione minorile, saranno costrette a spingersi oltre per continuare la loro “attività” e, quindi, dovranno andare incontro a maggiori pericoli. A quel punto, ciò che per loro poteva essere visto come un gioco, diviene, nella loro percezione, prostituzione a tutti gli effetti ed è allora che, paradossalmente, potrebbe essere più semplice far capire loro i rischi che corrono.

Parallelamente, i genitori, consapevoli dello stile di vita delle proprie figlia, a dovrebbero intervenire, proibendo loro le attività sospette. In questo senso, la formazione degli adulti potrebbe rivelarsi essenziale, poiché è solo conoscendo il fenomeno che i genitori possono riconoscere i segnali d’allarme. Quando si individua una rete di “baby squillo”, come di recente a Brescia, sarebbe opportuno istituire degli sportelli d’informazione, organizzare degli incontri con esperti che spieghino agli adulti quali comportamenti devono essere considerati e valutati al fine di capire se la propria figlia può essere coinvolta nelle attività di prostituzione minorile. Un dialogo aperto con le forze dell’ordine locali dovrebbe essere garantito per i genitori che necessitano di supporto. Tale aiuto dovrebbe poi essere esteso anche alle minori: le autorità dovrebbero agevolarle garantendo un recupero controllato, educativo e non unicamente punitivo.

Alessia Malachiti

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