sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Bail in e crac delle quattro banche
Pubblicato il 05-01-2016


L’Avanti! del 23.12.2015 titolava l’articolo del direttore Mauro Del Bue, “Banche e laicità, la frontiera del Psi” che poneva in risalto le due campagne lanciate dalla segreteria del Psi che si svilupperanno nelle maggiori città chiamate al voto di Primavera. Le ha definite entrambe, a buon ragione, come diritti dei cittadini. Il primo diritto è a fronte dell’arroganza del potere finanziario e degli istituti di credito che hanno negato il potere della conoscenza ai risparmiatori. Il secondo, invece, riguarda il tema di “fine vita” in accordo con i compagni radicali. Mi soffermerò sul primo, trascurando l’entrata in vigore della nuova normativa Ue sul bail-in che consente il salvataggio interno di una banca in dissesto finanziario, accollando i costi a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti,oltre la soglia di 100mila euro. Tuttavia, si ricava l’impressione che i media con titoli a tutto tondo fino a qualche giorno, riportavano notizie sulla crisi delle quattro banche. Ad un tratto, quelle notizie sono state oscurate. Cosa può essere accaduto ? La storia la conosciamo, tant’è che su questo tema siamo stati dei precursori inascoltati, attraverso l’associazione “Interessi comuni”. Infatti, la crisi delle quattro banche risale intorno al 2012. La vigilanza della Banca d’Italia ha fatto scattare le misure previste nel Testo Unico Bancario (TUB) e alla fine sono state commissariate. Per la Banca Etruria, il commissariamento è stato disposto soltanto nel mese di febbraio del 2015, dopo che la stessa era stata trasformata in SpA. Le vicende sono precipitate e, quindi, con provvedimenti di urgenza le banche sono state ammesse alla procedura di risoluzione europea, introdotta in data 16 novembre nel nostro Paese. In mancanza di questa legge, le banche sarebbero state assoggettate come una procedura dagli aspetti liquidatori di LCA previsto nel Testo unico. Sono seguiti vari contatti con la Commissione Europea, sfociati in una lettera ufficiale della medesima al MEF, con la quale, pur nel formale rispetto dell’autonoma decisione del Governo, si suggeriva di limitare al massimo l’intervento ausiliare dello Stato, ricorrendo al Fondo di risoluzione nazionale (ex Fondo di garanzia), costituito dai contributi interbancari. La Banca d’Italia, d’intesa con il Ministero dell’Economia, ha scelto la procedura di costituzione di quattro enti-ponte, con denominazione uguale a quella delle banche in risoluzione con l’aggiunta della parola “NUOVA”. Queste nuove banche, una volta ristabilito la loro piena attività bancaria e finanziaria, saranno cedute con immaginabile plusvalenza, a operatori di intermediazione finanziaria interessati. La liquidità necessaria (3,6 miliardi) è stata fornita da tre banche che hanno finanziato il precitato Fondo, a tasso di mercato, divenendo titolare dell’intero capitale delle nuove costituite. Nel patrimonio delle banche in risoluzione, sono rimasti i crediti in sofferenza (1,5 miliardi) che verranno trasferiti alla costituita società-veicolo, con il compito di trasferirli al migliore offerente. Una volta effettuata questa vendita, le banche in risoluzione saranno cancellate dall’ordinamento giuridico. Calcoli ricavati da documenti contabili pubblicati, consentono di affermare che circa il 50 per cento potrebbe rinvenirsi nell’operazione di trasferimento dei crediti in sofferenza. Allo scarico delle responsabilità cui abbiamo assistito, verso l’anello superiore o inferiore della catena, ha fatto seguito – viva Dio – la dichiarazione del premier Matteo Renzi alla conferenza di fine anno “serve un foglio con tre cose scritte chiare e non fare firmare 47 documenti”. Questo scandalo di cui oggi si sussurra, viene classificato nella categoria delle mele marce in albero sano.

Ernesto Calluori

 

 

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