giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Banca, impresa, lavoro: giovani senza futuro
Pubblicato il 13-01-2016


banca santMi mancava qualcosa; infatti per un po’ non sono riuscito a prendere sonno, poi finalmente dopo tante notti in bianco ho capito che la causa delle mie ansie si chiama Poletti. Ma sì, voi giovani avete capito bene: mi riferisco al Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, ultimo erede di quel passaggio di testimone che, da Padoa-Schioppa a Elsa Fornero passando per Michel Martone, ci ricordano come il nostro non è un Paese per giovani. Questo esercito di “bamboccioni” e pure un po’ “sfigati” che scelgono di laurearsi tardi a pieni voti – ci raccontano – non ha futuro. E non lo ha, secondo Poletti, proprio perché anziché pigliarsi il “pezzo di carta” quanto prima, così da spenderlo immediatamente nel ricco mercato del lavoro italiano, gli studenti nostrani preferiscono mediamente laurearsi con buoni risultati impiegando più tempo, solo per fare dispetto alla media dei loro colleghi europei. Così facendo, essi dimostrano di aver preso sul serio la retorica liberale sull’importanza di un investimento adeguato da parte del soggetto “imprenditore di sé” nella propria specializzazione scientifica.
Per anni abbiamo dovuto sorbirci il mantra basato sull’auto-imprenditorialità, sull’acquisizione di competenze adeguate alle necessità delle imprese della “nuova economia” e alla competitività richiesta da un mercato del lavoro flessibile. Ebbene, formarsi equivaleva ad acquisire una mentalità che faceva della flessibilità il suo perno; flessibilità intesa non solo come capacità costante di adeguarsi alle esigenze delle imprese e del mercato del lavoro, ma anche come creatività scientifica.
La “nuova economia” aveva bisogno che venisse formata una schiera di novelli “tecnocrati”, altamente specializzati da collocare nelle nuove aziende. Abbandonata la fabbrica negli anni Ottanta, i giovani degli anni Novanta avrebbero dovuto ripudiare anche gli studi umanistici e scientifici, per concentrarsi su una formazione più specialistica e tecnica, che fosse “spendibile” sul mercato. Ecco allora le varie riforme dell’università che si sono susseguite, a partire dalle quali si è assistito a un vero e proprio spezzettamento degli insegnamenti e dei corsi di laurea fino ad arrivare alla laurea breve e alla soppressione di alcuni corsi considerati superati (che farsene di “storia della letteratura”?).
Passata la sbornia della “nuova economia”, essa si rivela ben presto per quello che è: un gigante dai piedi d’argilla. Sì, perché il mercato globale non sa che farsene di una massa di lavoratori istruiti, soprattutto in tempi di crisi, in cui le imprese non investono, né tanto meno sono disposte a investire in “ricerca e sviluppo” o nella “formazione continua” dei precari che non assumono. Ma non basta! Nel bel mezzo di questo ciclone il sistema finanziario, la banche, hanno pensato bene di azzerare il credito alle aziende, dedicando i fondi messi in campo dalla BCE per investirli in avventure speculative che hanno arricchito anche la “Centrale Banche di Rischio”; una operazione che si rivela per quello che è: un “furto” del futuro dei giovani. Il miraggio della realizzazione di una forza lavoro immateriale, altamente qualificata e flessibile è crollato di fronte alla crisi finanziaria in atto. Le contraddizioni di un’economia globale aggravano la forbice tra lavoratori altamente qualificati e una massa di precari ben formati ma sotto-impiegati.
Quindi, per ogni giovane super-qualificato, il quale magari si ritrova a fare il ricercatore a Berlino ce ne sono dieci, laureati impiegati in un call center. Ci dicevano che studiando materie come scienze della comunicazione saremmo diventati mass-mediologi, esperti della comunicazione digitale, giornalisti e addetti al marketing e alle campagne pubblicitarie nelle aziende. Magari avremmo pazientato qualche anno prima di ottenere un contratto a tempo indeterminato, ma alla fine sarebbe arrivato il lavoro che aspettavamo. Cessata l’accumulazione degli anni Novanta e sopraggiunto il collasso finanziario, la storia è finita in un altro modo: da esperti del marketing e della comunicazione, ci siamo ritrovati a fare i venditori porta di pentole o interviste per conto della Coca Cola nei bar, con contratto “a chiamata” e paga a provvigione (un euro e cinquanta centesimi per ogni bettola visitata e pure intervistata).
Il problema dei giovani si chiama “lavoro”, ma di quale lavoro stiamo parlando? Quello che non c’è? Quello sottopagato o precario, che costringe un trentenne ad essere ancora economicamente dipendente dai genitori? Il problema è la frustrazione che ha origine dal divario tra le aspettative di realizzazione professionale e la necessità di un reddito per sopravvivere che spinge molti giovani laureati a barcamenarsi per sopravvivere. Già, perché se un medico appena laureato può accettare, a patto che sia temporanea, la condizione di “specializzando” dentro un ospedale otto ore al giorno a poche centinaia di euro al mese, proprio perché il paziente gratifica i suoi studi avvolti nel camice bianco, per un laureato in filosofia, invece, anche a parità di reddito, non può che essere umiliante lavorare in nero!
Ebbene, è arrivato il momento per rivelare una notizia “segretissima”: la pensione di nonno, si sa, non è eterna e lo stipendio di papà già vacilla pericolosamente, quindi meglio imparare fin da piccoli a rinunciare alle vacanze estive per fare qualche lavoretto stagionale, magari facendo concorrenza ai migranti. Da grandi poi, non venisse in mente a qualcuno di scegliere gli studi in base alle proprie passioni; men che meno di laurearsi a pieni voti, impiegando cinque o sei anni. Meglio laurearsi il più fretta possibile e lavorare subito, accettando qualunque offerta provenga dal mercato, nero, giallo o bianco che sia. A dire il vero, sarebbe meglio che non ci si laureasse affatto, per scongiurare il problema della disoccupazione della forza lavoro altamente, istruita, qualificata, ma questo Poletti e la schiera di collaboratori che lo circondano non possono dirlo. Però, possono cambiare a poco a poco la mentalità dei giovani, abituarli a non avere aspettative, a rinunciare all’idea di futuro. Come? Educandoli alla disciplina del lavoro salariato, privo di qualifica, in cui ciascun lavoratore è assolutamente sostituibile all’altro.
L’Italia, con i suoi laureati “bamboccioni”, deve rimanere alla periferia dell’Impero. Si è scelto di operare una competizione al ribasso sul costo del lavoro, di subordinare il tempo, le risorse e pure la formazione dei giovani a presunte esigenze di aziende che a loro volta non hanno la minima intenzione di investire in ricerca e innovazione. Complice di questo capitalismo miope è una classe dirigente “gattopardiana”, più preoccupata della stabilità dei mercati e delle esigenze degli oligarchi europei che di rilanciare gli investimenti. Così mentre la Cina manda i suoi ragazzi a formarsi nel nostro Paese, per poi assumerli una volta rimpatriati come ingegneri di nuove tecnologie da esportare in Europa, in Italia si continua a disinvestire sulla cultura. Per raccogliere quali frutti? Quelli della formazione di una futura classe di poveri, in guerra tra loro, in una costante ed inesorabile competizione al ribasso. Sono questi i ministeri “del lavoro e delle politiche sociali” e “dello sviluppo economico”?!

Angelo Santoro

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Commenti all'articolo
  1. C’è stato un momento, nella storia d’Italia, che è passata la parola d’ordine di privatizzare e di dare via libera al mercato.
    Si è assistito così, dapprima, alla liquidazione delle proprietà statali, svendute a privati, e da qualche anno alla cessione delle imprese italiane alle multinazionali – invocate come salvifiche.
    Le banche, poi, liquidata una ventina d’anni fa la “vecchia” legge bancaria, sono andate via via sulla finanza, distogliendo le attenzioni al mondo produttivo (ancora, qualche anima bella, invoca “bond” aziendali per il finanziamento delle imprese).
    Risultato: l’occupazione che dagli anni sessanta in qua era stata creata con l’intervento dello stato e dall’imprenditoria italiana (anche se “familiare”) è svanita.
    Si è creduto, scioccamente, che bastasse “oliare il meccanismo”, cioè togliere diritti ai lavoratori ed abbassargli la paga, per risolvere i problemi.
    I capitalisti che hanno venduto le imprese, i soldi, o li hanno investiti nella finanza, o se li sono portati all’estero; le multinazionali, una volta acquisiti i brevetti industriali, lasciano l’Italia delocalizzando la produzione. Alla faccia dei lavoratori, laureati o no.
    I piazzisti di turno ci imbottiscono di chiacchiere con l’arte, il turismo, l’agroalimentare, come se tutto questo (io lo chiamo “pizza e mandolino”) potesse assicurare lo sviluppo, l’occupazione e il benessere degli italiani.
    Poletti, poveruomo, come si diceva una volta, è “servo del padrone”. Che ne sa lui di politica economica! Ma non è solo, in questo vuoto politico.

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