lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Caos in Borsa. Timori dalla Cina e crollo del petrolio
Pubblicato il 07-01-2016


borsa-cinaGiovedì nero per le borse di tutte il mondo, il dragone rosso continua a far sentire il peso del suo affanno economico. Per ben due volte in questa settimana, lunedì e oggi c’è stata la chiusura anticipata dei mercati di Shangai e Shenzen, quando perdevano più del 7 per cento, a causa di quel meccanismo noto come “circuit breaker”. Ma il sistema, per stessa ammissione delle autorità cinesi, non ha funzionato e anzi ha aumentato la volatilità invece di ridurla, portando alla sospensione. L’Autorità cinese che vigila sui mercati ha deciso di sospendere da venerdì (domani) il sistema che blocca automaticamente gli scambi in Borsa quando si verificano eccessivi rialzi o ribassi. Addirittura è andata peggio dopo che le autorità di Pechino hanno effettuato una nuova svalutazione dello yuan, i mercati cinesi – che normalmente aprono alle 9.30 locali e chiudono alle 15 con una pausa di un’ora e mezzo – hanno chiuso dopo soli 29 minuti di scambi. Già dopo appena 870 secondi le contrattazioni sono state sospese.

La Borsa di Shanghai ha accusato un calo del 7,3% e l’indice Shenzen dell’8,3%. L’umore nero asiatico si è subito propagato in Occidente già preoccupato per lo stato del petrolio ai minimi da 12 anni. Duro colpo a Wall Street con il Dow Jones – 1,1%  e il Nasdaq – 2,03% e a seguire nel Vecchio Continente aprono in ribasso tutte le piazze principali, inclusa Milano, che segna una perdita del 3,2 per cento. Francoforte ha aperto con l’indice Dax negativo del 2,2 per cento, il Cac 40 di Parigi registra un calo iniziale del 3 per cento, Londra segna un ribasso del 2,1 per cento. Il clima di pessimismo in cui versano i mercati finanziari di tutto il mondo è stato accentuato dalle notizie sull’oro nero sempre più in caduta libera: il Brent, dopo avere toccato ieri il valore più basso degli ultimi 11 anni, è ulteriormente calato. In giornata il barile del Mare del Nord è sceso a a 32,7 dollari. Il Wti, dal canto suo, viaggia a quota 32,69, ai minimi dal 2004, e addirittura per alcuni analisti la soglia dei 30 dollari non è lontana. Ad espandere il problema del greggio anche i problemi di geopolitica, dopo il Daesh in Medioriente si acuisce il conflitto tra Arabia Saudita e Iran, due grandi produttori di petrolio. La crisi tra i due Paesi aggiunge ulteriori problemi in un mercato del petrolio già caratterizzato dalla battaglia dei prezzi. Diversi fattori incidono in quella che potrebbe portare a una crisi globale come quella di otto anni fa. “La Cina ha un grave problema, non riesce ad adattarsi alla nuova realtà. Possiamo dire con una certa sicurezza che si tratta di una crisi. Quando si dà un’occhiata ai mercati finanziari, si notano serie difficoltà, che mi ricordano la crisi che abbiamo avuto nel 2008”. Ad affermarlo non è un’analista qualsiasi, ma George Soros, noto speculatore nei mercati valutari.

Tuttavia il Pechino sta cercando di correre ai ripari con nuove misure, la maggiorparte con lo scopo di evitare la fuga di capitali cinesi all’Estero come il blocco delle negoziazioni crossborder per le banche straniere oppure come la norma sugli orari delle contrattazioni di borsa, entrata in vigore dall’inizio di quest’anno e che dovrebbe permettere, agli investitori stranieri di poter partecipare alle contrattazioni onshore (domestiche, con la sigla CNY) per un tempo più lungo, facendo affluire maggiori capitali in Cina e aiutando ad assottigliare quello che per la Cina è un fattore di preoccupazione, cioè il divario tra yuan onshore e yuan offshore (cioè scambiato da piazze finanziarie internazionali, con la sigla CNH). Con questa riforma si allunga l’orario delle contrattazioni sul renminbi dalle 16.30 alle 23.30. Tra le altre misure anche alcune per incentivare i consumi interni ed evitare l’evasione fiscale.

Maria Teresa Olivieri

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