martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Capacità, funzionamenti e libertà per combattere le disuguaglianze
Pubblicato il 05-01-2016


Nel libro “Sull’ingiustizia”, Amartya Sen presenta una sintesi ragionata della sua teoria della giustizia distributiva; lo fa ponendosi al di fuori della prospettiva propria dell’economia neoclassica, privilegiando le riflessioni sull’argomento di economisti quali Adam Smith, John Stuart Mill, Karl Marx e Alfred Marshall e andando oltre il neocontrattualismo di John Rawls e di Ronald Dworkin. Sen prefigura così un’ipotesi di politica pubblica che, pur non concretizzandosi in una modello formale coerente, individua i contenuti delle azioni pubbliche che sarebbero necessarie per la sua attuazione. Ciò però non sottrae la sua proposta dal risultare per certi versi astratta; idonea, tuttavia, ad essere accolta come base filosofico-costitutiva dell’organizzazione di una società affrancata dalle conseguenze negative originate dalla presenza di profonde disuguaglianze sociali.

L’approccio seniano al problema della giustizia sociale non è originale, poiché riprende come si è detto molti concetti elaborati dagli economisti del passato, per lo più estranei alla moderna teoria neoclassica; è invece innovativo, per il suo tentativo reale di formulare i fondamenti teorici di una teoria dello sviluppo umano, la quale considera la qualità della vita dell’uomo, non in funzione delle risorse e dei redditi acquisiti, ma in funzione, oltre che della capacità di utilizzarli nella realizzazione dei progetti di vita, anche della libertà circa le procedure con cui perseguire questi ultimi.

Il cuore della teoria della giustizia di Sen è espresso dal fatto che le risorse ed i redditi acquisiti dovrebbero risultare coniugati con le “capacità” che i singoli soggetti dovrebbero avere per il perseguimento dei loro progetti e con la “libertà” di acquisire i “funzionamenti” alternativi tra i quali scegliere per raggiungerli. La soluzione proposta è che le istituzioni dovrebbero agire prima dell’insorgenza di problemi che potrebbero ostacolare lo sviluppo delle capacità umane fondamentali, impedendo così quelle situazioni che ostacolerebbero la realizzazione piena della dignità degli individui.

La comprensione della teoria della giustizia distributiva di Sen pone il problema della distinzione tra i concetti di capacità (capabilities) e di funzionamenti (functionings); mentre le prime esprimono l’idoneità o l’abilità di carattere generale degli individui ad utilizzare le risorse acquisite, i secondi rappresentano invece i risultati acquisiti dagli individui sul piano fisico ed intellettivo, ad esempio attraverso la cura dello stato di salute, di quello nutrizionale o di quello dell’istruzione, riflettenti le varie attività che gli stessi individui ritengono di dover svolgere durante la loro vita.

Le capacità, rappresentando le varie combinazioni dei funzionamenti acquisiti tra i quali è possibile scegliere, riflettono perciò la libertà degli uomini di condurre un certo tipo di vita piuttosto che un altro. A tal fine, Sen sostiene l’importanza di un concetto positivo di libertà, cioè di una visione di questa intesa come abilità concreta di fare, in opposizione a un concetto negativo di libertà, intesa come assenza di impedimenti materiali o formali allo svolgimento di ogni tipo di attività valutata congrua rispetto raggiungimento dei propri fini. La visione di Sen abbraccia una prospettiva più generale di quella contrattualista di Rawls o di Dworkin, basata sull’idea di un ipotetico «contratto sociale», secondo il quale tutti i componenti di un sistema sociale dovrebbero essere dotati di un elenco esaustivo di “beni primari”; per Sen, la valutazione di tali beni non deve però essere dissociata dalla verifica delle reali capacità degli individui di poterli utilizzare in modo adeguato alle proprie aspirazioni di vita.

Inoltre, secondo Sen, la posizione di un soggetto all’interno di un assetto sociale deve essere valutata, come già si è detto, sia sulla base delle effettive acquisizioni, che sulla base della libertà di acquisirle: le acquisizioni hanno a che fare con ciò che gli uomini riescono a mettere in atto, mentre la libertà ha a che fare con la concreta opportunità che gli stessi uomini hanno di riuscire a mettere in atto ciò che essi apprezzano. Si può avere disuguaglianza di acquisizioni e disuguaglianza di libertà; quindi, nella prospettiva seniana, la distinzione tra acquisizioni e libertà è assolutamente centrale per la valutazione della posizione sociale dei singoli soggetti.

L’attenzione posta da Rawls sulla distribuzione dei beni primari è fondata sulla tesi che i mezzi, in quanto risorse, accrescono la “libertà di acquisire”; secondo Sen, però, occorre riconoscere, allo stesso tempo, che l’eguaglianza nella distribuzione delle risorse, o di quella dei beni primari, non corrisponde necessariamente alla eguaglianza della libertà, dato che possono ricorrere significative differenze nella conversione dei beni primari in libertà.

Lo spostamento dell’attenzione dai beni alle capacità e libertà di utilizzarli consente che la riflessione sulla disuguaglianza nella distribuzione dei beni sia sostituita da quella sulla disuguaglianza economica; ciò perché, secondo quanto Sen afferma in “La disuguaglianza. Un esame critico”, la disuguaglianza economica esprime meglio della disuguaglianza nella distribuzione dei beni “la presenza di influenze causali sul benessere e sulla libertà individuali che sono economiche nella loro natura ma che non sono catturate dalle semplici statistiche sui redditi e sui beni posseduti”.

Se la valutazione dell’uguaglianza è effettuata in termini disuguaglianza economica, “ci si discosta, sia dai consueti approcci utilitaristici che da altre valutazione welfariste. Il welfarismo in generale e l’utilitarismo in particolare attribuiscono valore, in ultima analisi, soltanto all’utilità individuale”. Sendo Sen, questo approccio alla valutazione della posizione sociale dei soggetti è restrittivo, sia perché ignora la libertà e si concentra solo sulle acquisizioni, sia perché ignora le acquisizioni che non siano catturate in base a valutazioni espresse in modo esclusivo in termini di desiderio, piacere e felicità.

A parere di Sen, per realizzare una politica pubblica mirata a rimuovere la disuguaglianza economica, non è necessario che il processo di valutazione degli interventi necessari per eliminare o contenere la disuguaglianza sia tanto esoso; se si volesse raggiungere un quadro completo ed esaustivo delle disuguaglianze esistenti e dei limiti in cui queste si vorrebbe contenerle, potrebbe tradursi in un ostacolo all’assunzione delle decisioni necessarie allo scopo.

Sen ritiene che la lotta contro la disuguaglianza non debba necessariamente ricercare “una precisione assoluta, identificando un livello ‘giusto’ di disuguaglianza e analizzando i relativi pro e contro”; al contrario, l’impegno deve essere “diretto ad evitare le disuguaglianze sostanziali e le ingiustizie gravi”. In altre parole, l’esigenza di combattere le disuguaglianze non richiede che si pervenga ad un ordinamento completo di benefici personali e dei livelli di disuguaglianza, quanto piuttosto che si istituzionalizzino “ordinamenti parziali utilizzabili e in grado di catturare le grandi disuguaglianze in modo chiaro, tenendo in considerazione tutti gli aspetti che vanno ben al di là dello spazio dei beni”. L’insistenza sulla completezza potrebbe “risultare un ostacolo per un processo di decisione consapevole e democratico”.

Sebbene formulata in termini “approssimativi” come lo stesso Sen afferma, occorre riconoscere che la teoria seniana sui caratteri delle acquisizioni, delle capacità e della libertà presenta molte difficoltà sul piano della sua traduzione in azioni politiche coerenti; essa si presta meglio ad essere condivisa come filosofia sociale, atta ad indicare le condizioni prepolitiche da istituzionalizzare in un patto costituzionale, per evitare che all’interno dei contesti sociali bene ordinati, per effetto del succedersi dei comportamenti istituzionali e di quelli dei singoli privati, si formino delle disuguaglianze destinate a segnare nel profondo gli stili di vita dei componenti il contesto sociale.

Se tutte le “capabilities” e i “functionings” seniani fossero costituzionalmente garantiti sotto forma di diritti sociali, al pari di quanto avviene per la “libertà” in quanto diritto politico, le acquisizioni potrebbero essere regolate sulla base di una politica pubblica del tipo di quella prospettata da Anthony Atkinson in “Disuguaglianza. Che cosa si può fare”. Con un politica economica di tipo atkinsoniano, tenuto conto delle reali possibilità economiche del contesto sociale, acquisizioni e functionings, per un verso, sarebbero regolati sulla base di vincoli costituzionali che non avrebbero più motivo d’essere oggetto di contrattazione politica; per un altro verso, sarebbero resi possibili, tenuto conto della maggiore stabilità di funzionamento della base produttiva dello stesso contesto sociale, dalla maggiore efficienza originata da una partecipazione soggettiva all’intero processo sociale molto più larga di quella realizzabile in assenza di una capacità generalizzata di utilizzare le risorse acquisite oltre i limiti della loro valutazione esclusivamente in senso utilitaristico.

Gianfranco Sabattini

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