martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Comuni senza futuro
Pubblicato il 12-01-2016


Abbiamo visto, nel nostro precedente articolo, come gli enti locali del nostro paese non sono più, almeno da qualche tempo, centri di innovazione del nostro sistema politico. Possiamo adesso aggiungere che questa stagnazione non è che il riflesso recente di una più antica crisi di questi stessi enti locali come luoghi di nuove sperimentazione: che si tratti di urbanistica o di trasporti, di partecipazione democratica o di rinnovamento urbano. C’è evidentemente un collegamento tra questi due processi: ma di che tipo? E, ancora, perché il primo e, in misura ancora maggiore, il secondo, hanno interessato, in particolare , il nostro paese? Questo mentre in tante parti del mondo la progettualità urbana e metropolitana rimane particolarmente intensa?

La nostra ipotesi di lavoro deve partire da una constatazione che può sembrare scontata e banale ma che magari non lo è. Insomma, dal fatto che il riformismo urbano è espressione di una cultura riformista (“lo dice la parola stessa”…). Ciò detto, però, questa cultura può nascere in ambienti profondamente diversi. Quello della civiltà socialdemocratica tradizionale, dove l’innovazione non cala dall’alto ma è il frutto di un processo di emancipazione collettiva che associa il mondo della cultura con quello del lavoro. Quello di paesi di forte tradizione statalista dove la spinta parte dall’alto a partire dalla formazione continua di ceti intellettuali e amministrativi votati alla causa. E, infine, quello di paesi, come gli Stati Uniti, dove il confronto-scontro tra democrazia di massa e capitalismo da spesso luogo, soprattutto a livello locale, a fecondazioni reciproche sempre nuove e originali.

Ciò detto, si ha l’impressione che il modello statalista – meglio il modello calato dall’alto – abbia, a differenza degli altri due, progressivamente perso la sua spinta propulsiva. E, da questo punto di vista, le vicende italiane sono estremamente istruttive. Anche in ragione della loro complessità.

Il nostro paese ha conosciuto e praticato il riformismo dal basso. Quello dei maestri rurali e delle cooperative, delle istituzioni municipali e del mondo del lavoro; un mondo in cui l’emancipazione dei lavoratori era opera dei lavoratori stessi. Un mondo che è stato distrutto dal fascismo. Per ricostituirsi, all’indomani della liberazione con nuove e più avanzate realizzazioni; ma avendo, in qualche modo, perso il suo principio ispiratore e i suoi antichi protagonisti.

Da allora in poi, la democrazia civica sarebbe stata promossa dall’alto. Insieme dallo stato e dalle forze politiche; e da una generazione di intellettuali – economisti, urbanisti, cultori di nuove forme di partecipazione democratica- che avrebbero posto le città e la gestione del territorio al centro dei loro interessi. Per conoscere il suo massimo fulgore e la sua massima capacità di inclusione negli anni sessanta e settanta. In un clima di fervore che, oggi, riesce difficile anche solo immaginare.

Pure, è proprio nella seconda parte degli anni settanta – quelli delle “giunte rosse”- che maturano tutti i fattori di una crisi (insieme politica e finanziaria) cui la democrazia civica, nel suo insieme, non sarà in grado di gestire. Anche perché, sia detto per inciso, non dispone, o dispone sempre di meno, di alcune risorse di base necessarie per affrontarla: una struttura tecnico-amministrativa efficiente; un interlocutore “civico”autorevole e autonomo dai partiti; e, infine, poteri economici e non solo, suscettibili di essere coinvolti (come avviene negli Stati Uniti) intorno ai problemi della collettività.

La crisi che viviamo da allora – e che è andata peggiorando nel corso del tempo – si potrebbe definire in un vocabolario come “crisi finanziaria del “welfare” (nel nostro caso, comunale). Una definizione asettica che contiene in sé un giudizio di valore. “Non si può dare tutto a tutti”e così via.

La storia vera è più drammatica e istruttiva. È la storia di chi viene chiamato a darsi carico di sempre nuove esigenze ed è sempre più dipendente dal centro per le risorse necessarie. E, nel contempo, è la storia di chi ha completamente perso il controllo del territorio, con il riconoscimento della rendita urbana negli espropri e con il diritto virtualmente assoluto ad edificare nelle aree a ciò destinate).

Una catastrofe di cui i comuni non colgono immediatamente la portata. E a cui poi non sanno reagire. La sola strada che rimane aperta è quello del “compromesso edilizio”: diciamo la via degli accordi tra comune e privati, suscettibile di garantire, con il minor impiego possibile di risorse pubbliche, la crescita e/o la riqualificazione del tessuto urbano.

Una scelta necessaria e, in sé non peccaminosa. A renderla tale, se non peggio, sarà la sua attuazione concreta.

Qui il pensiero corre automaticamente ai grandi e piccoli scandali di questi ultimi anni. E alle due tipologie che li contraddistinguono: il foraggiamento quotidiano di esponenti dell’amministrazione a contraccambiare una continuità di favori; e, per altro verso, la totale perdita di controllo dei comuni sulla realizzazione delle grandi opere pure che figuravano come i loro fiori all’occhiello.

Amministratori corrotti? Certo. Ma in un contesto in cui il dilagare del fenomeno non è la causa bensì la conseguenza della subalternità dell’amministrazione rispetto agli interessi privati e del generale decadimento delle sue strutture.

Un processo che segna tutta la storia della seconda repubblica. E di cui, con un notevole grado di approssimazione, possiamo individuare il punto di partenza e quello di arrivo.

All’inizio la constatazione che la politica, se pur disponesse di un disegno per la città non dispone né mai disporrà degli strumenti atti a realizzarlo. Di seguito la riduzione di questo disegno ad una serie di interventi puntuali realizzati tramite intese con i più importanti operatori privati. Intese che, con l’andar del tempo, vedono crescere costantemente il ruolo di questi ultimi; a scapito di quello del comune. In conclusione, la riduzione del comune stesso a partner passivo di scelte e di intese che con la democrazia civica non hanno nulla a che fare.

Un giudizio condizionato dall’ideologia? Può darsi. Quello che è certo, e verificabile giorno dopo giorno, è il processo in cui alla eliminazione della funzione corrisponde l’atrofia o la degenerazione dell’organo chiamato ad esercitarla.

Così, chi delegare ai privati le scelte sulle grandi opere e sulle modalità della loro esecuzione (così come lasciare le aziende controllate libere di non rispettare i loro contratti di servizio), toglie ai comuni non solo la volontà politica ama anche la capacità tecnica di svolgere le loro funzioni di verifica e di controllo. Così un consiglio comunale spogliato delle sue funzioni di indirizzo si dedicherà alle piccolo mediazioni politico-affaristiche. Così, infine, una cittadinanza mantenuta in una condizione di ignorante passività è desinata a dividersi, alle elezioni tra astensionismo, voto di protesta e voto di scambio.

Questa la situazione o, se preferite, la linea di tendenza. Sarebbe già tanto se qualcuno dei protagonisti del prossimo confronto elettorale cominciasse a denunciarla.

 Alberto Benzoni

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