venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Comuni  senza  futuro
Pubblicato il 05-01-2016


A differenza dalle regioni, organismi senza passato e senza futuro (e perciò luogo deputato della politica politicante), i comuni sono, da sempre, parte viva della storia del paese e portatori di sempre nuove forme di sperimentazione politico-economica e di convivenza civile. Testimoni della loro crescita nei momenti alti della nostra collettività nazionale; e del loro declino nella fasi di riflusso e di crisi.

Così la sorte dei comuni, il loro peso e il loro ruolo sono stati, all’indomani dell’unità d’ Italia, termometri infallibili delle sorti della democrazia e della sinistra italiana. E’ lì, e non nell’aula di Montecitorio, che si afferma nel concreto il socialismo riformista; è lì, con le giunte di Milano e, soprattutto, di Roma che lo schema giolittiano si manifesta in tutta la sua potenzialità; è lì che parte e vince la reazione, politica e di classe che si coagulerà nel fascismo. E, ancora, lungo i decenni della repubblica, è lì che si consumerà, all’insaputa delle relative famiglie, il matrimonio tra comunismo e riformismo; è lì che si sperimenteranno  nuove formule e combinazioni politiche, tangibili (come le giunte di centro-sinistra e “rosse”negli ultimi decenni del secolo scorso) o più meno affabulatorie (come il movimento dei sindaci, gli “arancioni” e così via).

Oggi non è più così. Oggi, guardando ai comuni nel quadro di un appuntamento elettorale che, dopo tutto, interesserà le quattro maggiori città italiane, una cosa si può ragionevolmente prevedere: che, chiunque vinca (e a dichiararsi vincitori saranno in molti; non foss’altro perché avranno perso i loro avversari), a perdere saranno tutti coloro che continuano a vedere nei comuni i protagonisti di un qualsivoglia disegno di cambiamento della politica e della società italiana. A prescindere dalla natura di questo disegno.

Così l’appuntamento di primavera non vedrà l’affermazione, a livello locale, del “partito della nazione” preconizzato dal premier. Definendo per tale un modello che, per le sue qualità intrinseche, non consente la nascita di una opposizione politico-sociale: o, più esattamente, solo di una opposizione definibile come antisistema. “Qualità intrinseche”, poi, riassumibili nel superamento, in nome dei valori della razionalità e dell’efficienza, delle tradizionali divisioni tra sinistra e destra e, contestualmente, della separazione tra politica ed economia (con la prevalenza delle ragioni della seconda su quelle della prima).

Una sorta di denghismo (“non importa il colore dei gatti purché acchiappino i topi” aveva detto il leader cinese) all’italiana. Ma una formula che, per funzionare, aveva bisogno di un appropriato reagente chimico; leggi di un uomo di successo intenzionato a porre i suoi talenti  al servizio della collettività.

Un uomo di successo che poteva avere le più diverse qualifiche. Ma che doveva accettare ed essere accettato: in altre parole avere avuto sufficiente successo nella sua vita professionale, così da essere sollecitato a candidarsi; ma non troppo successo, così da accettare il ruolo difficile e ingrato di sindaco di una grande città abbandonando la posizione che aveva precedentemente acquisita. E, per altro verso, consentire ai quadri politici e amministrativi del Pd locale di salvare la faccia.

Un’operazione che, alla stato sembra poter riuscire solo a Milano. E per due ragioni del tutto contingenti. La buona riuscita dell’Expo con i suoi effetti collaterali; e la fragilità culturale e politica della sinistra milanese.

Fragilità culturale. Ci si poteva impegnare sull’Expo: magari per contestare un’operazione realizzata su  aree private; volta al consumo di  prodotti anziché alla riflessione sui problemi; e, infine, del tutto vaga sulle destinazioni future. Ma non lo si è fatto. Salvo a dividersi tra coloro che applaudivano e quelli che gufavano: atteggiamenti molto simili a quelli dell’opposizione interna o esterna al Pd a livello nazionale; e, come quella, perdenti.

Fragilità politica. A Milano. E non solo. Quando Pisapia, assieme ai sindaci di Genova e Cagliari, invoca il mantenimento dello schieramento “Italia bene comune”sta facendo, in realtà, accanimento terapeutico. Rispetto ad una formula di governo non solo radicalmente contrastante con il disegno renziano ma anche insostenibile per la stessa Sel (che non può  continuare ad essere ad essere all’opposizione al centro – in nome dell’ideologia –  e assieme al Pd nelle regioni e nei comuni – in nome delle poltrone). Aggiungendo che – giratela come vi pare – la sinistra di governo, a livello locale non è più, per una serie ragioni su cui torneremo in conclusione, un punto di riferimento per il suo popolo.

Né se la passano meglio i cultori dell’arancione e del movimento dei sindaci. Perché le incarnazioni di questa fantasmagoria – da  De Magistris allo stesso Pisapia, se la passano male e non ce ne sono altri all’orizzonte (a parte il “remake”di Bassolino ).

Per chiudere questo capitolo, una constatazione di assenza. Era lecito attendersi che l’opposizione di sinistra – a Renzi o, più direttamente alla giunte Pd-Sel-Si presentasse in  una forma più unitaria possibile: o attraverso la formula delle liste civiche di “sinistra larga” o attraverso liste comuni di opposizione. Ma, almeno sinora, nulla di tutto questo.

Colpa di questo? Colpa di quello? Difetto strutturale nel disegno ?

In realtà, la crisi politico-progettuale che viviamo nel presente ha radici estese e profonde e viene da lontano. Per coglierne gli aspetti essenziali, potremmo dire che stiamo assistendo ad un irrimediabile logoramento delle basi stesse della democrazia civica costruite alla fine dell’ottocento e sviluppate nel secolo scorso; ma senza  che a queste se ne siano sostituite di nuove.

Non è il tema di una discussione accademica. E’ un problema politico centrale per le sorti della nostra democrazia. E’ lo spunto per una discussione per la quale chi scrive tenterà nel suo prossimo articolo,  di fornire qualche sommario elemento.

 Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. L’Autore tocca un argomento di indubbio rilievo, ossia quello delle entità comunali, e convengo anch’io che “Non è il tema di una discussione accademica. E’ un problema politico centrale…”.

    Per lunghissimo tempo, nel nostro passato, i Comuni hanno avuto un ruolo basilare nella vita delle nostre collettività, che si è andato poi sfumando con la nascita dello Stato unitario e nazionale, ma, nondimeno, alla loro guida si sono spesso alternate figure di grande rilievo, tra cui personalità “di successo” che si sono messe a disposizione della propria comunità realizzando cose importanti che ancora oggi vengono ricordate, esempi di una società civile che svolgeva quell’incarico con grande spirito di servizio.

    Dalle nostre parti non si è mai persa la memoria di Sindaci riformisti molto benvoluti e stimati per le loro qualità di pubblico amministratore, e che hanno promosso opere ed interventi di grande utilità, senza mai perdere di vista le compatibilità economiche.

    La loro posizione era sicuramente di prestigio, ma li animava probabilmente la voglia e la soddisfazione di poter far qualcosa che giovasse al proprio Comune, tanto da convincerli ad “accettare il ruolo difficile e ingrato” che poteva attenderli.

    Se oggi non è più così, e se tutto viene proiettato sulla politica nazionale, significa che si è verosimilmente prodotta una qualche sfasatura negli equilibri che dovrebbero regolare i rapporti tra i diversi livelli istituzionali, equilibri che andrebbero ripristinati perché i Comuni sono pezzi essenziali e imprescindibili dello Stato.

    Paolo B. 07.01.2016

  2. Dai, ragazzi, quanto manca per smetterla di eleggere sindaci “inaffidabili” e sostituirli con un “sincero democratico” nominato dal governo? (non possiamo dire podestà perché ricorda il medio evo, e non solo).

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