lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Unioni civili, maggioranze variabili e libertà di coscienza
Pubblicato il 05-01-2016


Unioni civili matrimonio gay omosessualiMaggioranze variabili e libertà di coscienza ai singoli deputati. Così come avvenne per il divorzio, così come dovrebbe sempre essere quando si tratta di temi etici. Dopo la presa di posizione di Renzi, che ha ribadito il pieno appoggio al ddl Cirinnà, stepchild adoption compresa, quella che fino a qualche settimana fa sembrava un’ipotesi sostenuta solo dai socialisti, potrebbe rivelarsi l’unica via percorribile per mettere fine a uno stallo che va avanti da mesi e che rischia di concludersi, ancora una volta con un nulla di fatto.

La levata di scudi proveniente dagli esponenti cattolici di maggioranza e opposizione, da Forza Italia a Scelta civica, ad Ap passando per il Centro democratico e una parte, se pur minoritaria del Pd, sta a confermare che la spaccatura è tale da non consentire più spazi al dialogo e alla mediazione.

Il tentativo di arrivare a un testo largamente condiviso è definitivamente naufragato sulla stepchild adoption, che, è bene ribadirlo, non ha nulla a che vedere non solo con l’utero in affitto, ma neanche con le adozioni per le coppie omosessuali. Si tratta semplicemente di garantire a quei bambini, figli di un membro della coppia, quella continuità affettiva in caso di morte dei genitori biologici, con il partner del genitore che li ha cresciuti. Una misura volta esclusivamente a non danneggiare i minori, tanto è vero che si era parlato di “affido rafforzato”.

“Stralciare la stepchild adoption dal disegno di legge – ha dichiarato Pia Locatelli – vorrebbe dire svuotare la legge, e creare una nuova discriminazione che colpirebbe non solo le coppie omosessuali, ma anche i figli e le figlie di uno dei partner”.

Fatto sta che il nodo non accenna a sciogliersi e le divergenze all’interno degli stessi partiti sono tali che sono già in molti a invocare, anche in Forza Italia, libertà di coscienza sul tema.

Basterà questo a sbloccare la situazione? I dubbi sono leciti e primo fra tutti c’è quello della reale volontà del Governo di andare fino in fondo, rischiando una pericolosa spaccatura all’interno della maggioranza che lo sostiene a favore di una “temporanea”, ma pericolosa, alleanza con il Movimento Cinque Stelle, così come è avvenuto per l’elezione dei giudici della Consulta. L’altro dubbio è proprio nel comportamento dei pentastellati che, pur di mantenere il proprio profilo di essere ‘contro’ a prescindere e di rifiutare accordi con chi vogliono “mandare a casa”, sono capacissimi di votare contro il ddl .

A questo si aggiunge un problema squisitamente tecnico che però rischia di far saltare tutto. Il provvedimento, infatti, arriva all’esame dell’Assemblea senza essere stato licenziato dalla Commissione, ovvero senza aver terminato il suo iter, e quindi senza il mandato al relatore. Senza un relatore di maggioranza, di fatto il provvedimento è da considerarsi come se fosse ‘orfano’ e in Aula solo il governo – dopo la scadenza dei termini per gli emendamenti – potrà presentare nuove richieste di modifica. Il che comporta che o la maggioranza trova un accordo sui nodi politici prima dell’avvio dell’iter in Assemblea, o il ddl potrebbe, come già successo in commissione, divenire oggetto di un’ingente mole di emendamenti e dell’ostruzionismo delle forze politiche che lo avversano.

Un cammino insomma tutto in salita che si giocherà non tanto sui contenuti del provvedimento, quanto sulle alleanze politiche. Con il rischio che saranno proprio i contenuti a farne le spese.

Cecilia Sanmarco

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